PATRIZIA BAGLIONE, BUCANEVE – INTERNO LIBRI 2026

“C’è una sfida in Baglione, un’insistenza, un bussare alle porte del cielo.

I suoi versi cercano affannosamente di dire il dentro del dentro di lei.”

                (dalla prefazione di Anna Segre)


Solo per sentire l’eco del viso

rimbalzare tra le pagine.

Per maledire, ridurmi in briciole.

Scrivere, per evitare ancora

un’altra trasparenza. Credere, così,

di esistere. Giocare con le illusioni

nemmeno fossero le amiche

di una vita. Fare la corte ai loro

capelli. Intrecciare tutti i nodi

fino a diventare uno solo.


Un cammino a piedi nudi

sopra l’acqua, come il Cristo

di veli e gemme al posto

del pianto. Una luce

che infiamma e risorge

dal suo nero vestito. Oltre

l’apostrofo, subito dopo il punto.

Questi, gli anni che ci attraversano

da tutti i lati, quasi a perforare

l’interno. Da lì, entra tutto.


Dalla base dell’ombelico fino

all’infinito mondo. Dietro finestre

del passato — rimarcare ogni giorno

la linea della presenza.

                  Nell’altrove,

lungo il tempo che si dimentica.

In una luna che non ha coraggio,

negli occhi vivi di una creatura.

Essere nel fondo delle cose,

nelle radici. Dove tutto parte e poi

si chiude.


Sto sempre andando a casa.

Me ne accorgo dai sogni che si inseguono

e vanno a morire dietro la collina.

Mio figlio mi aspetta lì.

Capelli ricci sopra le spalle, un sorriso

che buca il giorno.

Con la mano gli faccio cenno,

lui mi vede, me ne accorgo.

Non cammina. È senza gambe.

Come una statua

a cui sono mancate

le preghiere.

Sto andando a casa – mi ripeto

nella testa – sto sempre andando.


Dimmelo con inchiostro di stelle

che sono bella e se cado, dimmelo

due volte. Che per ogni mare solcato

ho usato le mani, facendomi in frantumi

come le onde. Dimmelo con la sabbia,

al tramonto, sotto una tempesta.

Che per un abbraccio ho pregato

in arabo, indossato un velo, messa

all’angolo. Il coltello nella pancia

non lo meritavo, che le sue sono state

solo parole. Che per quelle parole

mio figlio ha pagato.


Patrizia Baglione

Nata ad Arpino nel 1994. Laureata in Scienze dell’educazione, è da sempre appassionata di poesia e letteratura per l’infanzia. Da gennaio 2025 è diventata editrice della casa Nero Latte Edizioni.

Sue pubblicazioni: La mia voce, Malinconia delle nuvole, Nero crescente, Madre che resta, Bucaneve. Molte recensioni sono uscite su diverse testate, tra cui il Corriere della Sera.

Ha vinto il premio artista dell’anno 2020 e il premio Kalos alla Cultura 2020.


Patrizia Baglione, Bucaneve
Prefazione di Anna Segre
Interno Libri Edizioni
maggio 2026

Poeti contemporanei Paola MALAVASI

RESPIRO

Nel sonno il rumore del respiro di mio figlio
è quello del cotone sulla ferita leggera.
Contiene le imprese di mostri colorati
dove lui è eroe protagonista.
Il suo odore viene da non so dove,
ma lo conosco.
Non so quale forma ha l’anima
che mi inganna con i tratti schietti del suo viso.
Lui respira forte di notte, a bocca aperta
scacciando i fantasmi dalla casa
che lo temono come un cane che ringhia.
Il suo respiro è una luce accesa
sul comodino traballante della lunga notte
di questa piccola famiglia.


IL SOSTITUTO

Nacque due anni dopo. Pronto
a calcare su gambe dapprima malferme lo stesso suolo
con gli occhi fissi all’azzurro, pronto
alle battaglie virili quotidiane.
Così naturale il suo senso del possesso
anche se niente era davvero suo,
né il mattonato, né i soldi, né i fiori, la pianta della casa.

Le strade del paese tacquero. Nessuna sorpresa
per la sua presenza da parte del lago e del cielo.
Di giorno in giorno rinominò le cose.

Così accadde nel recinto di nuvole e sentimenti,
nello spazio indifferente
che il morente prima e poi l’erede
avrebbero per sempre chiamato
casa.


IO PER PRIMA

Io vado avanti, tu vieni dopo?
Assaggio il latte, il vino, poi la carne.
Per prima provo il turbamento, respiro,
studio, lavoro, sbaglio le risposte.
Mi fermo un attimo a guardare la terra dove vivo e il sole.
Corro, mi eclisso. Io sono avanti. Dopo ci sei tu.
Tu che ripeti. Io sono l’avanguardia.
Ti do uno sguardo, preparo la scia.
Cos’altro, se non questo farsi compagnia
cos’altro, se non questa differenza
tra me, tua madre e te, la discendenza?


Paola Malavasi (nata a Viterbo nel 1965) ha pubblicato le raccolte di versi In una stanza (Pagine, Roma 1999), Le altre, prefazione di Giuseppe Conte (Interlinea, Novara 2003) e, postumo, A questo servono le lacrime (Interlinea, Novara 2006). Per le edizioni del PulcinoElefante, Dolce (1999) e Paese passato (2000). Ha vinto il Premio “Eugenio Montale” 2001 per l’inedito con la raccolta poi inserita nel volume 7 poeti del Premio Montale (Crocetti, Milano 2002) e il “Lerici-Pea” per l’inedito. Sue poesie sono comparse in Vent’anni di poesia (prefazione di Maria Luisa Spaziani, Passigli, Firenze 2002), Ci sono ancora le lucciole (Crocetti, Milano 2003), Donne di parola (Traven books, Laives 2005) e su varie riviste. Ha pubblicato il romanzo per ragazzi Sei mai stato a Occhi chiusi? (D’if edizioni, Napoli 2003) e ha vinto il premio per la narrativa “Adesso io” 2004 con il romanzo Una torta con il viso di donna. Ha curato le antologie scolastiche I ribelli. Maledetti, futuristi e beat (2000) e I luoghi del mito (2001). Ha tradotto poesie di Emily Dickinson, del poeta polacco Adam Zagajewski e dell’olandese Willem van Toorn. Giornalista pubblicista, ha collaborato tra l’altro alle pagine culturali di “Avvenire”, “Stilos”, “Poesia”. È scomparsa a Venezia il 18 settembre 2005.



Poeti contemporanei Elisabetta DESTASIO VETTORI


Piccola Preghiera

Consentire a questo cielo
d’asciugarmi gli occhi e
alla luce piccola,
di farmi raccogliere
tutti i pezzi sparsi
a terra
anche i minuscoli frammenti
ed i pulviscoli, per intenderci.

E crearci una fortezza intorno,
fatta di bacche rosse, odorosi fiori
e tante spine.
Che nessuno
possa entrare
a passo largo ma lieve,
che nessuno
senza il dono della tenerezza
calpesti il prato
e nemmeno le foglie cadute.

Che sia libera
dal dolore e
mille rondini a volarci sopra.
Che sia pronta,
pesca matura,
mosto,
carne da baciare,
ad aprirmi ancora.

Tratta da: Elisabetta Destasio Vettori, Da luoghi profani, Les Flaneurs, Bari, 2023



fammi tornare la vita che mi sono persa e
non so
se faccio ritorno che qui l’aria si stacca dai balconi
e precipita dritta tra le case
sulle ferite ricomposte
su ogni alzheimer del tempo
tutto

ho pezzi di cielo ovunque,
guarda:
ne ho piene le tasche
che si incagliano con la lana
del maglione

chi farà spazio, chi in questi corridoi
con le luci al neon e l’odore di disinfettanti
potrà farmi dimenticare
che la vita dimentica,

che vorrei solo dimenticare

no, aspetta, voglio ricordare
e ricordare tutto
come cade la neve, come gela
e disgela, come gronda frutti al sole

sentire freddo, sentire caldo,
il buio e
respirare ancora

sentire sentire sentire
avvinghiarmi e godere
farmi di nuovo corpo intatto dal dolore,
gonfiarmi di piacere

come legno nell’acqua

essere tempio, labbra, fune, vagina,
lunghi capelli e leccare
ogni cosa come un animale appena
venuto al mondo, matura
come una pesca e il suo succo da bere

fammi tornare stagione
non importa quale, davvero
non importa quale, né dove
fammi tornare fammi guardare
questo incedere scalzo di vita che ci rimane.


tratto dalla raccolta: Da luoghi profani, Les Flaneurs, Bari, 2023


E piovve


Come un panno steso al vento ero. 
Sdrucita e opaca, perché tornasti. 
Un plumbeo mattino di fine estate, 
quello in cui muta l’aria e volge ad autunno. 


Senza incertezza, soffiavi su me. 
Forte, forte.
Che mi lasciasti i segni ed uno strappo 
sul lembo della gonna.


Con l’odore tuo dentro 
a camminare sul bordo del marciapiede. 
Veniva giù il cielo e poi fu vento ancora. 
Da quel fazzoletto color vermiglio s’accese. 


Niente fu più uguale. 
Fui donna, tutt’a un tratto. 
Ad attraversar la vita. Senza te. 
Ma con l’ombra tua a seguirmi i giorni. 


E piovve.


Tratto dalla raccolta “Corpo in animae” Annales Edizioni


Ora

Ora:
siamo la parola, il movimento,
la risacca e la chioma degli alberi.
Stanza, angolo di strada, 
la notte. 
Parole, sottovoce. 
Sgretolarsi d’ansia.
L’ansa. Il pegno. La promessa. 
L’insieme astratto. 
Laconica sintonia.
Incipit. Excipit. 
Ombre allungate, 
sul greto del canale
ormai asciutto.
Le bocche. La brocca. 
Siamo il vino versato. 
Rosso Vermiglio.
Schegge incandescenti.
I battiti, il fremito. 
E poi il canone (in) verso.
Folata di vento. 
Siamo la mancanza, 
congiunta.
E la notte, ancora. 


Tratto dalla raccolta: Corpo in animae, Annales Edizioni


Africa, anima


Tu sei ovunque.
Se andassi coi passi ad Est,
il sole si chinerebbe su un fianco
creando il tramonto e ripetendolo all’infinito.
Ancora e ancora e ancora.


Per andare e tornare dalla foce del Congo
come fanno le aquile dalla testa bianca, 
che all’ombra delle acacie riposano 
per poi gettarsi nel sole e seguire la propria preda, 
negli ultimi raggi del giorno che è stato.


Così come nell’anima in questi giorni,
tumulti come maree si danno la mano,
così vado a piedi nudi cercando il contatto con la terra vera.


La foresta è qui, alle mie spalle.
posso entrarci e perdermi in lei,
nel suo labirinto di baobab eterni, immutabili,
come templi dalle sontuose colonne.
Come la schiuma di questo oceano,
di cui benedico la brezza, i coralli ed il calore.
Fenicotteri in distese di mangrovie riposano,
per riprendere il volo, subito dopo l’amore.


Per sempre persa su lembi di sabbia bianca
nella Terra d’Africa, che dopo averti lavato l’anima, te la restituisce in grani d’oro. 


Tratto dalla raccolta Sogno d’acciaio Annales Edizioni, 2014


Gene modificato


Asserragliati ricci di mare.
Asserragliati versi. Giù, alla radice del midollo.
Nella sera che muore dentro un respiro,
si sfaldano capsule bianconere.
Capsule annidate nel blister che pure trafiggono il corpo
inquieto all’orda dell’acqua, 
che come tempesta scivola e mescola amaro e denso. 
Denso e amaro. Amaro. Amaro.
Mi lega a sé ed in sé trafigge lo spazio incolore.
Strozzato pensiero che frena sul muro grigio argento.
Il risveglio era stato un alito, un fremito.
Poi, più nulla. E di te lo sfocato ricordo nelle vene atrofizzate.
Non c’è niente oltre questo.
Eppure, fuori, la primavera danza con gran carattere. 
Adesso è l’ora. L’ora del rifugio 
oltre la stanza, oltre i referti precisi, netti, affilati, taglienti.
Oltre questo foglio, che bianco non è, ma vermiglio. 
In smembrate strutture, io.
E tu, a seguire me. Pura. Vita. 


Tratto dalla raccolta: Sogno d’acciaio Annales Edizioni, 2014


Elisabetta Destasio Vettori 

(3 maggio 1968 – 25 settembre 2025)

Scopre già dall’adolescenza, anche grazie all’amicizia paterna con Pier Paolo Pasolini, la predilezione per il componimento poetico. Lavora nell’ambito delle produzioni teatrali e musicali, dal 1995, collaborando con l’Accademia di Santa Cecilia di Roma e con artisti quali Carmelo Bene, Luciano Berio, Lina Sastri, Ennio Morricone. Dal 2013 intraprende l’attività di consulente editoriale ed editor. Relatrice in convegni dedicati al tema della lotta contro la violenza di genere, Delega alla cultura per il Comune di Fiumicino, Roma, dal 2013 fino al mese di settembre del 2014. Membro del comitato organizzativo del Premio Poesia Città di Fiumicino, nel 2015 e 2016. Pubblicata da LietoColle Editore nell’Agenda Poetica 2013 e 2019. Presente nell’Atlante dei Poeti creato da Griselda, portale di letteratura del dipartimento di Italianistica dell’Università di Bologna. Ha ricevuto il “Premio Legalità Fiumicino 2018” per l’impegno civile e sociale svolto per la Fondazione Vassallo. Da settembre 2019 è curatrice e direttrice artistica della rassegna “Poeti in itinere” Prima Edizione. Nel 2019 alcuni suoi inediti sono stati tradotti in lingua araba e inglese, dalla scrittrice e giornalista Amal Bouchareb, per la rivista culturale letteraria Alaraby Aljadeed, diretta dal poeta Najwan Darwish. Conduce “La parola nuda”, rubrica letteraria/poetica su rivista settimanale dal titolo La voce del Paese.
Autrice delle raccolte di versi: Sogno d’acciaio e Corpo in animae entrambi pubblicati da Annales Edizioni (prefazione di Alberto Bertoni). Del 2023 la raccolta poetica Da luoghi profani Opera terza.
Lascia incompiuta l’opera: Di tutti e di nessuno, romanzo per Roma; Inedita, opera in endecasillabi; Donne senza voce, racconto/testimonianza di donne nel sud est dell’Africa. Storie di violenza e vita sopravvissuta. Conduce approfondimenti sul tema del dolore e della malattia, in collaborazione con l’équipe del Policlinico di Tor Vergata di Roma. Coordinamento letterario: Dr. Giampaolo Gombi e Prof. Gianmario Anselmi.





In memoria di Elisabetta Destasio Vettori

La redazione del Circolo letterario Vento Adriatico


POETI CONTEMPORANEI Mariangela GUALTIERI


Bello Mondo

In quest’ora della sera
da questo punto del mondo

Ringraziare desidero il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare
ringraziare desidero
per l’amore, che ti fa vedere gli altri
come li vede la divinità
per il pane e il sale
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede
per l’arte dell’amicizia
per l’ultima giornata di Socrate
per il linguaggio, che può simulare la sapienza
io ringraziare desidero
per il coraggio e la felicità degli altri
per la patria sentita nei gelsomini.
e per lo splendore del fuoco
che nessun umano può guardare
senza uno stupore antico
e per il mare
che è il più vicino e il più dolce
fra tutti gli Dèi
ringraziare desidero
perché sono tornate le lucciole
e per noi
per quando siamo ardenti e leggeri
per quando siamo allegri e grati
per la bellezza delle parole
natura astratta di Dio
per la scrittura e la lettura
che ci fanno esplorare noi stessi e il mondo
per la quiete della casa
per i bambini che sono
nostre divinità domestiche
per l’anima, perché se scende dal suo gradino
la terra muore
per il fatto di avere una sorella
ringraziare desidero per tutti quelli
che sono piccoli, limpidi e liberi
per l’antica arte del teatro, quando
ancora raduna i vivi e li nutre
per l’intelligenza d’amore
per il vino e il suo colore
per l’ozio con la sua attesa di niente
per la bellezza tanto antica e tanto nuova
io ringraziare desidero per le facce del mondo
che sono varie e molte sono adorabili
per quando la notte
si dorme abbracciati
per quando siamo attenti e innamorati
per l’attenzione
che è la preghiera spontanea dell’anima
per tutte le biblioteche del mondo
per quello stare bene fra gli altri che leggono
per i nostri maestri immensi
per chi nei secoli ha ragionato in noi
per il bene dell’amicizia
quando si dicono cose stupide e care
per tutti i baci d’amore
per l’amore che rende impavidi
per la contentezza, l’entusiasmo, l’ebbrezza
per i morti nostri
che fanno della morte un luogo abitato.
Ringraziare desidero
perché su questa terra esiste la musica
per la mano destra e la mano sinistra
e il loro intimo accordo
per chi è indifferente alla notorietà
per i cani, per i gatti
esseri fraterni carichi di mistero
per i fiori
e la segreta vittoria che celebrano
per il silenzio e i suoi molti doni
per il silenzio che forse è la lezione più grande
per il sole, nostro antenato.
Io ringraziare desidero
per Borges
per Whitman e Francesco d’Assisi
per Hopkins, per Herbert
perché scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini.
Ringraziare desidero
per i minuti che precedono il sonno,
per gli intimi doni che non enumero
per il sonno e la morte
quei due tesori occulti.
E infine ringraziare desidero
per la gran potenza d’antico amor
per l’amor che se move il sole e l’altre stelle.
E muove tutto in noi.


La sostanza dove io manco

da “Antenata”

La sostanza dove io manco è tutta avvolta nella coperta
di lana. Di quelli che più volte ho toccato ricordo le
mani le facce le pance le voci le pettinature. Mi stanno
aiutando.

(Enigma: io sono la mancanza – la mancanza che sono
– sono ciò da cui manco – sono tutta mancanza – e non
c’è nostalgia – neppure lontananza – essendo ciò che
manca – adesso e sempre – io)


Bambina mia,
per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie. E al centro
ira.

Ma tu non credere a chi dipinge l’umano
come una bestia zoppa e questo mondo
come una palla alla fine.
Non credere a chi tinge tutto di buio pesto e
di sangue. Lo fa perché è facile farlo.

Noi siamo solo confusi, credi.
Ma sentiamo. Sentiamo ancora.
Siamo ancora capaci di amare qualcosa.
Ancora proviamo pietà.

C’è splendore
in ogni cosa. Io l’ho visto.
Io ora lo vedo di piú.
C’è splendore. Non avere paura.

Ciao faccia bella, gioia piú grande.
Il tuo destino è l’amore.
Sempre. Nient’altro.
Nient’altro nient’altro.


C’è nel riso dell’uomo da “Antenata”

C’è nel riso dell’uomo
la meraviglia
sotto la pelle dei pezzi di pane
da mangiare subito
si vedono le corde vive nei bracci
poi verrà la pioggia
a lavare le schiene
infilare la tosse nei petti


Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951) incarna una delle figure più interessanti e affascinanti di poetessa, drammaturga e attrice. La sua avventura artistica è legata a doppio filo a quella di Cesare Ronconi: insieme a lui, dopo la laurea in Architettura conseguita da entrambi allo IUAV di Venezia, fonda nel 1983 la compagnia Teatro Valdoca, che ancora
oggi si conferma tra le esperienze più avanguardistiche e peculiari della scena internazionale.

Gualtieri scopre la sua vocazione poetica e drammaturgica soltanto dopo i primi tempi in cui prende parte agli spettacoli come attrice. Il primo lavoro della compagnia, Lo spazio della quiete (1983), è un’opera che già contiene in sé la tensione creativa che alimenterà la ricerca della compagnia.

Nel successivo Atlante dei misteri dolorosi (1986) l’elemento verbale si palesa tramite i versi poetici di Paul Celan, Eschilo e Milo De Angelis. Proprio l’incontro dal vivo con quest’ultimo fa nascere all’interno della Valdoca una Scuola di Poesia attraverso la quale la Gualtieri ha l’occasione non solo di confrontarsi con alcune delle più importanti voci poetiche di quel periodo, quali Fortini, Luzi, Bigongiari, Loi, Rosselli e Merini, ma anche di sperimentare la scrittura poetica.

Con i tre atti di Antenata (1991-1993), infatti, Gualtieri firma la sua prima drammaturgia poetica, nata dal ‘vivo delle prove’ e stimolata dalla regia di Ronconi, il quale avverte la necessità di far entrare il suono del verso poetico all’interno del ‘gioco di forze’ che si crea nella scena teatrale tra le luci, lo spazio modificato dalla scenografia e i corpi degli attori e dei danzatori che lo attraversano.

Pubblica Ossicine (1994), Fuoco centrale (1995), Parsifal (1999), Paesaggio con fratello rotto (2004), Caino (2011) e l’ultimo Giuramenti (2017) sono solo alcuni degli spettacoli che hanno segnato la ormai nota e riconoscibile cifra creativa di Valdoca, in cui la parola poetica, risuonando con gli altri codici scenici, rinnova la potenza originaria della lingua in cui tutti gli elementi tornano a vibrare e a far vibrare la comunità degli attori e degli spettatori coinvolti.

Bestia di gioia (2010), a cui seguiranno BELLO MONDO. Rito sonoro (2015) e PORPORA. Rito sonoro per cielo e terra (2015), inaugura una forma di spettacolo diversa, il ‘rito sonoro’ appunto, in cui la Gualtieri, sola in scena ma sempre guidata dalla regia e dalle luci di Ronconi, canta come un ‘aedo’ i propri versi poetici.


tratto da un contributo di Alice Billò

Poeti contemporanei Cristina CAMPO

È rimasta laggiù, calda, la vita,

l’aria colore dei miei occhi, il tempo

che bruciavano in fondo ad ogni vento

mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo

più se non tra due sonni, l’infinita

mia sapienza in frantumi. E tu, parola

che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso

con me, già trapassato in altro viso

come spera nel vino e consumato

negli accesi silenzi…

                                       Torno sola

tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo

roseo sugli orci colmi d’acqua e luna

del lungo inverno. Torno a te che geli

nella mia lieve tunica di fuoco.

«È rimasta laggiù, calda, la vita» (Passo d’addio, Milano, Scheiwiller 1956).


Amore, oggi il tuo nome

al mio labbro è sfuggito

come al piede l’ultimo gradino…

Ora è sparsa l’acqua della vita

e tutta la lunga scala

è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori

dentro diafani vasi

sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale

silenzio.

Passo d’addio (Milano, Edizioni Scheiwiller 1956).


Devota come un ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d’oblio,

su acutissime lamine
in bianca maglia di ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

Devota come un ramo, (Passo d’addio, Milano 1956).


Vittoria Guerrini, in arte Cristina Campo (Bologna 1923, Roma 1977), ormai riconosciuta come una delle voci poetiche più alte del novecento, è stata straordinaria ed originale interprete della più profonda spiritualità insita nella letteratura europea.

Appassionata studiosa di Hofmannsthal, rivisitò il mondo misterioso delle fiabe svelandone le trascendenti simbologie. Fu traduttrice e critica di originale metodologia, enucleando dalle opere letterarie l’idea del destino e il dominio della legge di necessità sulle vicende umane che l’arte esprime in una aurea di bellezza. Appartenne al ristretto nucleo di intellettuali che avviarono l’introduzione di Simone Weil in Italia.

Negli anni cinquanta maturò la sua prima formazione nella Firenze dei grandi poeti del tempo ove conobbe Gianfranco Draghi che la indusse a pubblicare i suoi primi saggi  su “ La Posta Letteraria del Corriere dell’Adda e del Ticino”. Dal ’56 si trasferì per sempre a Roma.

Studiosa di spessore leopardiano, stabilì intensi sodalizi umani e spirituali e innumerevoli frequentazioni di grandissimo rilievo, basti menzionare: Luzi, Traverso, Turoldo, Bigongiari, Merini, Bemporad, Bazlen, Dalmati, Pound, Montale, Williams, Pieracci Harwell, Malaparte, Silone, Monicelli e Scheiwiller. Tra i filosofi ricordiamo Elémire Zolla, Andrea Emo, Lanzo del Vasto, Maria Zambrano, Danilo Dolci che sostenne nei momenti difficili, ed Ernst Bernhard che le fece conoscere il pensiero di Jung, di cui era stato allievo. Fu consulente editoriale, scrisse su importantissime riviste e studiò l’esicasmo, la mistica occidentale ed orientale, i grandi classici e i poeti di ogni tempo. La sua “metafisica della bellezza” la indusse a una controversa e profonda riflessione sulla liturgia, ritenendo la sacralità dei riti e la comprensione del valore della trascendenza efficaci difese dalla minaccia della despiritualizzazione del mondo incombente sulla modernità che secondo la Campo, in una certa misura, è disattenta alla bellezza ed esposta alla vanificazione delle intenzioni. L’architettura culturale e spirituale dell’universo campiano si desume anche dai tanti e ricchi epistolari. In particolare dalle “Lettere a Mita” (la scrittrice Margherita Pieracci Harwell), uno degli epistolari più affabulanti di tutta la letteratura italiana, è infatti possibile ricostruire la storia di un’anima che palpita per l’incanto e la tragedia della vita. Vita che per la Campo è teatro della sfida al destino condotta dalla poesia e dal sacro.


Poeti contemporanei Mario LUZI

A vent’anni dalla scomparsa, il Circolo letterario Vento Adriatico ricorda Mario Luzi…


Dalla torre

Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
nella sua ressa d’armento sotto i gioghi
e i contrafforti dell’interno, vista
nel capogiro degli spalti, fila
luce, fila anni luce misteriosi,
fila un solo destino in molte guise,
dice: “guardami sono la tua stella”
e in quell’attimo punge più profonda
il cuore la spina della vita.
Questa terra toscana brulla e tersa
ove corre il pensiero di chi resta
o cresciuto da lei se ne allontana.

Tutti i miei più che quarant’anni sciamano
fuori del loro nido d’ape. Cercano
qui più che altrove il loro cibo, chiedono
di noi, di voi murati nella crosta
di questo corpo luminoso. E seguita,
seguita a pullulare morte e vita
tenera e ostile, chiara e inconoscibile.

Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta.


(da Dal fondo delle campagne, 1965)


Dopo la curva

Dopo la curva,
finito
in dirittura
il trepidante giro
vede il fiume con sorpresa
farsi prossima la fine
del suo alveo,
del suo proseguimento,
venirgli incontro
l’aria della foce
eppure non si perde
la sua lena, respira e si ravviva
d’acque reflue
azzurre, già marine
il suo incipiente agonizzare
tra i salici, le canne, il folto
tappeto d’erbe di palude.
Scintilla qua e là, s’incendia
verso la linea del mare
la poca corrente che discende.
Addio, chilometri di corso,
di pazienza, d’ira,
di estasi tra gli argini
nei campi, sotto i ponti.
Prendimi, mare aperto, annullami,
ma restituiscimi alle origini,
riportami alla roccia, alla sorgente…
Questo spende nell’ambiguo alone,
mi affascina, mi confonde…


(da Sotto specie umana, 1999)


Notizie a Giuseppina dopo tanti anni

Che speri, che ti riprometti, amica,
se torni per così cupo viaggio
fin qua dove nel sole le burrasche
hanno una voce altissima abbrunata,
di gelsomino odorano e di frane?

Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto,
entri nei miei pensieri e n’esci illesa.

Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.


(da Primizie del deserto, 1952)


Delle segrete, silenziose lacrime

Quei vasi di lacrime
dove li ha versati
il tempo
in quali acque
o arie li ha svuotati
o asciugati del loro
temporale ingombro?
Sì, rode le sue opere
si nutre
delle sue macerie, sbriciola
ogni moto del cuore che fa nascere
il tempo,
dove sono quelle pene
e quelle gioie
oltre che nella loro perdita?
Nel nulla no, nel più profondo essere.


(2003)


Le donne di Bagdad

Diruti gli acquedotti, saltati i cavi elettrici,
inattivi gli impianti di depurazione,
eccole, le abbiamo viste per pochi attimi,
ma viste
indelebilmente sullo schermo,
seppur semicelate dai loro panni e cenci
e chadors e pezzuole variopinte,
le donne di Bagdad con secchi, bacinelle e taniche
entrare nei ristagni della torpida corrente,
chiedere a un Tigri torbo e malvoglioso
acqua per la loro incertissima giornata…
L’estrema deiezione della creatura umana
non ha tempo. Poteva
essere mille anni fa o tremila.
La causa, neppure quella, muta.
Il fiume sotto i suoi crollati ponti
potrebbe, esso, attestarlo.
Nulla cambia nella fortuna umana –
barbugliano, si sente,
le acque grevi e impastate di rovine.
Nulla cambia – davvero nulla cambia?
Allora perché questa rivolta? Del sangue, dell’intelligenza
come per empietà? Nell’ordine
antico, è nel previsto
ritmo dei suoi effimeri sussulti
essa pure? Arcaica al pari della guerra
che sfoggia il paradosso dei suoi avveniristici strumenti?
Davvero nulla cambia? Nulla si redime?
Vanno e vengono nelle loro tuniche
gonfie di vento, intrise d’acqua, loro
donne di Bagdad al fiume benefico e insidioso.
La morte è la sola maestà
che non vien meno. E sola
ci assicura della sacrosanta vita…


(1992, da Sia detto, in L’opera poetica)


Dove mi porti, mia arte?

Dove mi porti, mia arte?
in che remoto
deserto territorio
a un tratto mi sbalestri?

In che paradiso di salute,
di luce e libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?

Mia? non è mia questa arte,
la pratico, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appresta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui m’inoltro…

Oh mia indecifrabile conditio
mia insostenibile incarnazione!


(da Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994)


Nell’imminenza dei quarant’anni

Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami…

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.


(da Onore del vero, 1957)


Mario Luzi nasce a Firenze nel 1914. Ha studiato a Siena e a Firenze, laureandosi nel 1936 in letteratura francese, materia che ha successivamente insegnato presso l’Università di Firenze. La prima sua esperienza poetica avviene nel segno dell’ermetismo (La barca, 1935). Con Avvento notturno del 1940 si manifesta un forte simbolismo di gusto decadente che utilizza presenze favolose per dar voce a domande esistenziali pressanti. Un cambiamento di rotta avviene con due raccolte pubblicate negli anni dell’immediato dopoguerra (Un brindisi, 1946; Quaderno gotico, 1947), a cui seguiranno negli anni Cinquanta Primizie nel deserto (1952) e Onore del vero (1957): il ripiegamento su di sé degli inizi lascia il posto all’accettazione della realtà quotidiana e alla speranza di un rinnovamento delle coscienze e del mondo. Le numerose raccolte degli anni successivi (tra le quali spiccano Nel magma, 1963; Su fondamenti invisibili, 1973; Al fuoco della controversia, 1978; Per il battesimo dei nostri frammenti, 1971; Frasi e incisi di un canto salutare, 1990; Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, 1994) aprono un permanente colloquio con gli uomini e con la storia, talora con aperture alla speranza talora nella presa di coscienza delle lacerazioni della civiltà. Le scelte stilistiche si fanno sempre più innovative nella direzione del parlato e dell’alternarsi di recitativo e canto. La produzione letteraria di Luzi si arricchisce di testi drammaturgici (Ipazia, 1972; Rosales, 1983; Hystrio, 1987); di traduzioni da Shakespeare, Racine, Coleridge; di saggi critici. Muore il 28 febbraio 2005.


Poeti contemporanei Mariagloria SEARS

Poiché dei mondi sognati

non incontrai che la creta

e delle stelle intraviste

non ho che il gelo

*

Poiché la vicenda si compie

senza eroismo

senza bellezza

senza passione

io sono morta da tempo

E qui c’è qualcuno che scrive.

da: Mariagloria Sears, I leoni sul sagrato, Lo specchio, Mondadori, Milano, 1954


C’è un luogo dove dormi

e il tuo respiro

io non lo sento, non lo sento mai.

*

Fra i nostri due riposi

è la città spavalda

strade, fragori, alterchi, gente e tetti

e come due leoni sul sagrato

remoti e fermi, chiusi in una forma,

noi vigiliamo la nostra distanza.

da: Mariagloria Sears, I leoni sul sagrato, Lo specchio, Mondadori, Milano, 1954


La sete

Tu mi hai scavata
come scava un pozzo colui che ha sete
nel suo ardente andare

Tu mi hai scavata
con le mani tese
e gli occhi intenti al solco:
più profondo era il solco
e più la sete ti consolava.

Tu mi hai scavata
ed hai bevuto l’acqua
chiara fresca segreta acqua fuggita
a spegner la tua sete
e a farmi viva.

Ora tu sei partito
incespicando un poco
le vesti e il volto tutti umidi ancora

e sulla mia ferita brucia il sole.

La sete di Mariagloria Sears, tratta da: Costellazione parallela. Poetesse italiane del Novecento (Vallecchi, 2023), a cura di Isabella Leardini


Più tardi

L’amore è cosa gentile

se lo si ode narrare

ma chi ne parla pian piano

ha chiuso le gravi ferite.

Da: Mariagloria Sears, I leoni sul sagrato, Mondadori, Milano, 1954


Sono scarne le notizie biografiche intorno a Mariagloria Sears. Autrice di una raccolta di poesia uscita per Mondadori nel 1954: I leoni sul sagrato. È stata attiva come redattrice e traduttrice a Milano negli anni 50 e 60. A suo nome figura la traduzione Mondadori (1965) del romanzo di Henri- Pierre Roché, Jules e Jim da cui fu tratto il film di François Truffaut (1965). Nella foto (1959) Mariagloria Sears è tra Enzo Biagi (a sinistra) e Giancarlo Fusco.


Poeti contemporanei Ghiannis RITSOS

Insuccesso

Vecchi giornali gettati in cortile. Sempre le stesse cose.
Malversazioni, delitti, guerre. Che cosa leggere?
Cade la sera rugginosa. Luci gialle.
E quelli che un tempo avevano creduto nell’eterno sono invecchiati.
Dalla stanza vicina giunge il vapore del silenzio. Le lumache
salgono sul muro. Scarafaggi zampettano
nelle scatole quadrate di latta dei biscotti.
Si ode il rombo del vuoto. E una grossa mano deforme
tappa la bocca triste e gentile di quell’Uomo
che ancora una volta provava a dire: fiore.

Karlòvasi, 4.VII.87


Senza riscontro

Grandi camion stracarichi, coperti di tele cerate,
attraversano le strade tutta la notte. Il rumore delle acque
luride
si ode nelle fogne oscure, misteriose
sotto il sonno dei prigionieri. Non è venuto nessuno.
Invano aspettammo tanti anni. La strada punteggiata
di stazioni di servizio e alberelli stenti. Nel cortile della prigione
ciotole vuote di yogurt e certe piume di uccelli. La prima
stella
gridò: “Coraggio, Ghiorghis”, poi tacque. E Petros,
irriducibile sempre, disse: “In materia di musica
prendi esempio dalla diligenza delle piccole rondini”.

Karlòvasi, 5.VII.87


Questo solo

È un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma:
“amore, poesia, luce”. Costruisce su un fiammifero
una città con case, alberi, statue, piazze,
con belle vetrine, con balconi, sedie, chitarre,
con abitanti veri e vigili gentili. I treni
arrivano in orario. L’ultimo scarica
tavolini di marmo per un locale in riva al mare
dove rematori sudati con belle ragazze
bevono limonate diacce guardando le navi.
Questo solo ho voluto dire, se non mi credono fa niente.

Karlòvasi, 7.VII.87


Lentezza

Mezzanotte passata. Dove vuoi andare a quest’ora?
I bar del porto sono chiusi. I marinai
si sono tolti le divise bianche. Forse dormiranno. Alcune
chiatte,
pesanti come fossero gravide, cariche di legname,
navigano lente sull’acqua scura con i vetri rotti
della povera luna. L’una e mezzo, le due, le tre e un quarto.
Le ore si trascinano,
e l’odore del legno appena tagliato, umido,
non cancella l’enorme ombra che sta in agguato davanti
alla dogana,
là dove, appena ieri, bei giovani pescatori subacquei
sbattevano sugli scogli i robusti polpi
tra un liquido bianco denso come sperma.

Karlòvasi, 16.VIII.87


Si è fatta notte

La festa di stasera rimandata.
E non sapevamo affatto
cosa avrebbero pianto o festeggiato.
A un tratto le luci si accesero e si spensero.
Dalla finestra vedemmo i musicanti;
attraversarono il viale in silenzio
con in spalla
enormi strumenti di rame.
Rimani qui, dunque,
fuma la sigaretta
in questa grande quiete,
in questo miracolo-niente.
Le statue sordomute.
Anche le poesie sordomute. Si è fatta notte.

Atene, 1.I.88

Poesie tratte da: Da Molto tardi nella notte, traduzione italiana di Nicola Crocetti, Crocetti, 2020.  


Cercetèo*

Qui, dove passarono i partigiani, sono cresciuti gli abeti.
Più giù ci sono le tombe. Il fiume anonimo scorre,
dice i loro nomi.
Noi sediamo sulle ardesie calde; guardiamo
il mare in fondo,
sciogliamo il tovagliolo, mangiamo il pane d’orzo, secco
– quello impastato con l’anice dalle madri nere,
cosparso con un po’ di sesamo, vi hanno anche inciso
una croce col coltello –
le madri nere che ci insegnarono senza parlare
a non tirarci indietro,
a non tralasciare neppure questa piccola farfalla bianca,
ch’è venuta a posarsi sui capelli neri di Thanassis
tremando dalla gioia.

*Monte dell’isola di Samo

Il funambolo e la luna
introduzione di Ezio Savino
traduzione di Nicola Crocetti
Crocetti Editore 1984, 2005


Ghiannis Ritsos nato il 1º maggio 1909 a Monemvasia, nel Peloponneso, Ritsos è il quarto e ultimo figlio di una famiglia di proprietari terrieri. Bambino precoce, inizia a scrivere i suoi primi componimenti all’età di otto anni, coltivando al contempo la passione per la musica e la pittura, forme d’arte alle quali resterà fedele per l’intera sua vita. L’infanzia e la giovinezza di Ghiannis, tuttavia, sono presto scosse da lutti e malattie: il fratello e la madre moriranno di tubercolosi, mentre il padre (consumato dalla ludopatia, che costerà alla famiglia il disastro economico) e la sorella finiranno ricoverati in un istituto psichiatrico. Desideroso di ricevere un’istruzione universitaria, si trasferisce, nel 1925, ad Atene, ma, a causa delle scarse sostanze economiche, è costretto a rinunciare agli studi. Per vivere, dunque, Ghiannis si impiega come dattilografo e come copista per una banca. Colpito, nel 1926, dalla tubercolosi, trascorre tre anni in sanatorio, durante i quali matura la sua adesione al marxismo. Dimesso dal sanatorio, si impegna nella direzione della sezione artistica di un’organizzazione legata al Partito Comunista, curando gli allestimenti teatrali di spettacoli cui prenderà parte anche come attore. E alla carriera attoriale si dedicherà, a partire dal 1933, per diversi anni, svolgendo attività di ballerino e di comparsa nel teatro ateniese di Kypseli e in quello Nazionale, senza rinunciare all’impegno politico e alla prediletta vocazione poetica. Così, nel 1934, vede la luce la raccolta Trattore, in cui prevalgono le tinte fosche e un crepuscolarismo di maniera, seguita subito, già nel 1935, da un’altra intitolata Piramidi. Le raccolte, di contenuto sociale, sono entrambe caratterizzate — come ha evidenziato Nicola Crocetti — da una forte «ispirazione umanitaria». Nel 1936 la sua poesia ha una svolta: il poema Epitaffio, ispirato dalla morte di un manifestante, chiude una prima fase del suo lavoro, mentre testi come Lo straniero, quasi contemporanei, mostrano, con i segni della sua adesione alla poesia d’avanguardia, un uso più frequente del processo analogico e associativo, e una parallela preferenza per temi più luminosi e sereni. Durante la dittatura di Ioannis Metaxas, La canzone per mia sorella (1937, nt) fu letta come un testo di resistenza passiva. Con la seconda guerra mondiale prese parte alla resistenza e dal 1948 al 1952 subì il campo di concentramento e il confino. Dopo il colpo di stato del 1967 fu nuovamente deportato e torturato, e solo in seguito alla protesta internazionale fu posto, gravemente malato, in libertà vigilata, a Samos. Gli anni della guerra civile e delle persecuzioni politiche suggerirono a Ritsos poesie nelle quali egli afferma ostinatamente la sua fede nell’uomo e denuncia la repressione (Makronissos, 1957). Un nuovo ciclo ha inizio con La sonata al chiaro di luna (1956, nt): ampio monologo rivolto a una persona che tace. L’andamento discorsivo, che punta sulla durata e l’accumulazione, trova sbocco in questo modulo larvatamente teatrale, che sarà ulteriormente valorizzato grazie a nuovi temi: in Filottete, Crisotemi, Elena, Ismene, Oreste, Fedra la memoria del poeta si identifica con quella dei personaggi mitologici, uomini e donne che si sottraggono fino alle ultime conseguenze a un destino governato dagli dei, oppure antieroine che, proprio per la loro rassegnazione, il loro timore dell’azione, sono scelte a rappresentare i deboli, protagonisti dell’intera vicenda umana. Notevoli anche certe sue poesie brevi, incisive, come Diciotto canzonette della patria amara, Dodici poesie per Kavafis, Portineria, Poesie di carta. Tra le ultime raccolte: Monocordi (1980). Nel 1990 ha scritto per le scene un testo ispirato al mito di Persefone.


Poeti contemporanei Giulia BASILE


L’Amore nasce con le parole

L’Amore nasce con le parole

poi scende fino al cuore e lo trasforma.

Lo nutre del sapore dolce

di cui si nutrono le stelle.

E’ così che si riempiono di luce le anime belle.

Quando gli occhi si aprono al vero amore,

d’improvviso appare una scia luminosa

che, come una cometa, li aiuta

a raggiungere la meta.  

E quando l’anima è piena di questo amore 

mostra quel brillio dorato

che dura quanto il creato. 


Un amore lontano

Sto per ore a parlarti e tu mi fai compagnia.

E’ piena di carte la mia scrivania

sostegno di parole e pagine

in cui vive il nostro abbraccio.

Bello è parlarti di sera

quando la luna piena illumina la stanza,

quando la notte diventa bianca

e t’inondo dei miei pensieri.

Ma le tue parole d’amore

restano come al solito non dette.

Non mi ascolti?

Non senti il profumo delle rose

che per te ho coltivato

sicura che saresti tornato?

Non mi ascolti?

Almeno dimmi se ancora ti appartengo,

dimmi dove ci incontreremo,

quando di nuovo mi abbraccerai?

Dimmi quando mi bacerai?

Finalmente una voce sottile:

“Arriverà quel giorno, vedrai,

ti porterò il mio amore col vento,

ti prenderò senza un lamento

e mia preda per sempre sarai”.


Un cuore dentro

Cuore morbido

Cuore duro

Cuore assente

Cuore girovago

Cuore naufrago

Dovunque ti trovi Tu mi divori.

Lasciami vivere in silenzio

oppure lasciami urlare la mia rabbia.

Difendimi

dalle untuose malinconie

e dall’odio distruttore.

Restituiscimi – ti prego –

la mia porzione d’Amore.


Giulia Basile è nata e vive a Noci (Bari). Laureatasi prima in Lettere e poi in Pedagogia, ha dedicato passione ed energie all’insegnamento e alla famiglia. Scrive versi e racconti sin dai banchi del Liceo e coltiva ugualmente sia la scrittura che il volontariato (per es. tanti sono stati i bambini di Chernobyl ospitati da lei a Noci) dovunque il suo cuore la porta a tessere relazioni. Nel 2000 è stata anche Sindaca del suo paese.

Chiusa la parentesi della sua personale lotta contro il cancro, descritta in un libro “L’Hospite, che tanta forza ha trasmesso a lettori/trici, è fondatrice e presidente della Sez. AVIS-NOCI (Donatori di sangue)” e dell’Ass. Culturale Darf sin dal 1988.

Tante sono già le sue pubblicazioni in poesia (che lei definisce “il salvagente della sua anima”) e in prosa, in lingua e in vernacolo; e tanti sono i premi e le note di merito ricevuti, a livello locale e nazionale. Tra le sue ultime pubblicazioni un libro di racconti “Naviga la parola e consuma amore”- Secop Ed.; il romanzo “La Seconda”, Les Flaneurs Ed- 2021; e, fresco di stampa a Marzo 2025,  un libro di poesie d’amore “Ti Ruberò una promessa d’Amore”, Secop Ed.


Poeti contemporanei Gabriele GALLONI

Da L’estate del mondo, Marco Saya 2019

Me ne vado; ma tu sei lontananza
che ritorna. L’eternità felice
del tuo viso indagato controluce –
dalla Magliana vecchia alla mia stanza.

*

Luna di luglio: dalla tua finestra
scoperta di sfuggita sopra il mare.

Per poco, ma l’abbiamo fatta nostra
pensando fosse un fondo di bicchiere.

Luna di mare; ciotole di legno
in fila tutte lungo il davanzale.

Il cielo non si asciuga – intanto
la marea sale.

III

Ma l’ultima parola sulla Luna
spettò al più piccolo di noi, che disse:
la Luna è questa duna senza attesa
di mare; è l’autostrada che da Piana
del Sole porta fuori le città
di tutto il mondo.


*

Capitava la notte che si andasse
a frugare, bambini, tra gli scogli;
cercando il Filo che riavvicinasse
le stelle l’una all’altra.

Raggiungere lo spazio dalla riva
del mare; intanto cogliere una lucciola
dal bagnasciuga e saperla sorpresi
ancora viva.


*

È la notte di san Lorenzo. Prima
che cadano le stelle scavalchiamo
il muretto del centro sportivo.
L’acqua della piscina è ancora mossa;
imita nei suoi guizzi le vicine
luci del campo da calcio; riflette
i nostri visi oltre il bordo, curiosi
del fondale laccato.


“Guarda”, mi dici alzando la tua Tennent’s
verso la Luna, “è come se a momenti
tutti i passati a noi qui ritornassero;
l’acqua si muove, si sta preparando
a ridarceli tutti”. Getti via
la bottiglia ormai vuota. Ci sediamo.
Ignoravamo che una volta nudi
saremmo nudi rimasti per sempre.


C’è qualcuno vicino a noi, ma l’ombra
lo nasconde. Sappiamo a cosa i corpi
servono gli uni agli altri, ché vent’anni
sono bastati a questo.
Abbiamo smesso di parlare; adesso
ascoltiamo soltanto.

Le presenze
non ci temono più; così continuano
i loro giochi a bassa voce, quasi
chiedessero a noi di imitarle.


da: In che luce cadranno, RPlibri, 21febbraio, 2018

apparso nella collana L’anello di Möbius, sezione diretta da Antonio Bux


I morti tentano di consolarci

ma il loro tentativo è incomprensibile:

sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile

della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile

***

Ai morti si assottiglia il naso. Quando

li sogni se lo coprono. È normale

vederli a volto coperto passare

dal corridoio al bagno alla cucina.

***

Si parlava dei morti. Sulla tavola

i resti sparsi della cena – quelle

bistecche appena cotte. Il frigorifero

in dialogo amoroso con le stelle.

***

I morti vanno in cerca di riposo

l’uno dell’altro facendosi carico

inutilmente; ché nel continente

si va un giorno in avanti e due a ritroso.

***

I morti hanno fiducia nella sorte.

A notte fonda salgono sugli alberi

del tuo giardino; li trovi che all’alba

non sanno come scendere dai rami.

Li vedi; non ti vedono. Li chiami

e non ti sentono. Li aiuti – scendono.

Ogni notte ritornano e dimenticano.

***

I morti seguono un apprendistato

severo. Per sei mesi sono semplici

ematomi; poi superfici lisce.

E se divengono quel che già sono

è solo merito loro (non scivolano).

***

I morti continuano a porsi

le stesse domande dei vivi:

rimangono i corsi e i ricorsi

del vivere identici sulle

due rive. In che luce cadranno

tornati alle cellule.

***

La pornografia dei morti

è un vuoto di finestra, un passo

tra la veranda e il giardino. È quello

che noi sogniamo tutto il pomeriggio.

***

Le catacombe

delle case bianchissime;

due morti fra i tanti,

due fratelli,

ci porgono le offerte che in virtù

di trapasso donarono gli amici.


Da Creatura breve, Ensemble, 2018

Fabula

Colleziona le foto dei suoi amici.
Le nasconde tra i giochi o nei quaderni
scarabocchiati della primavera.
Oltre seicento polaroid e tutto
il suo mistero è nel modo in cui dorme.

*

Fabula

San Cono levitò per tutto il giorno.
Cadde stremato a sera nella quiete
di un roseto; sognò quello che secoli
dopo sarebbe stato un frigorifero.
Un frigorifero aperto nell’Erebo.

*

II

Padre Giorgio ha cent’anni. È un esegeta
della Bibbia. Nasconde sempre il volto
con una maschera di Paperino.
In questa vita ha dato e preso molto.
Si dice (forse è vero) che amò Greta
Garbo e fu ricambiato. Da bambino
mangiò per sbaglio un vitellino vivo.

*

Pro Verbis #7

In estate si fa l’amore nelle
case vuote, le case di vacanza.
Quando in giardino rimangono accese
le lampade tutta la notte,
cose date o cose rese.

*

Fabula

Tracciamo sulla schiena del bambino
le indicazioni − è nudo − per il mare.
E nell’insegna che appare e scompare
c’è già tutta l’estate.


Gabriele Galloni (Roma, 09/06/1995 – Roma, 06/09/2020).

Sin da piccolo, mostrava un’insolita padronanza della lingua e un forte interesse per la lettura. Era particolarmente affascinato dal mare e dal litorale di Fiumicino e Focene, luoghi che frequentava spesso e che gli servivano come fonte di ispirazione per le sue opere.

Durante le scuole medie, Galloni sviluppò un interesse per il mondo letterario, cinematografico e teatrale. Dopo essersi diplomato presso l’Istituto Cinematografico “Roberto Rossellini” con specializzazione in audiovisivi, iniziò a scrivere i suoi primi versi.

Nel 2012, il suo primo scritto fu incluso in un’antologia di testi realizzati dagli studenti dell’Istituto di Stato per la Cinematografia “R. Rossellini”. Nel 2013, scrisse dei versi mitologici che furono trasformati in un testo liturgico dal titolo “Symbolum 13”.

Nel 2014, alcuni dei suoi versi furono pubblicati in un libro raccolta di giovani poeti dal titolo “Impronte”. Nel 2015, si diplomò e si iscrisse alla facoltà di Lettere moderne dell’Università La Sapienza.

Nel 2017, pubblicò il suo primo libro di poesie, “Slittamenti”, che ricevette numerose recensioni positive. Nel 2018, pubblicò il suo secondo libro di poesie, “In che luce cadranno”, e collaborò con la rivista online Pangea, pubblicando la rubrica “Cronache dalla fine – intervista con dodici malati terminali”.

Galloni è ricordato per il suo contributo alla letteratura italiana e per il suo amore per la cultura.

È stato Co-direttore di Inverso – Giornale di Poesia.


Bibliografia

  • Adele Costanzo, “La fontana racconta”, Roma, Edizioni Ensemble, 2012.
  • AA.VV., “Impronte”, Roma, Edizioni Pagine, 2014.
  • AA.VV., “L’Artigogolo”, Miscellanea Teatrale, Roma, ChiPiùNeArt Edizioni, 2015.
  • Gabriele Galloni, “Slittamenti”, Viterbo, Augh! Edizioni, 2017.
  • Gabriele Galloni, “In che luce cadranno”, San Giorgio del Sannio (Bn), RP Libri, 2018.
  • Gabriele Galloni, “Creatura breve”, Roma, Edizioni Ensemble, 2018.
  • Gabriele Galloni, “Sonno giapponese”, Ancona, Italic, 2019.
  • AA.VV., “Poesia e contemporaneo” a dialogo con i poeti contemporanei, vol. 1, Milano, Lampioni Aerei, 2019.
  • A cura di Igor Patruno, “Roman Poetry Festival”, Roma, Edizioni Ponte Sisto, 2019.
  • Gabriele Galloni, “L’estate del mondo”, Milano, Marco Saya Edizioni, 2019.
  • AA.VV., Antologia, “Planetaria”, 27 poeti del mondo nati dopo il 1985, Milano, Taut Editori, 2020.
  • Gabriele Galloni, “Bestiario dei giorni di festa”, Roma, Edizioni Ensemble, 2020.
  • A cura di Paolo Galvagni, Gabriele Galloni “da L’anello di Mobiu”, poesie tratte dal libro “In che luce cadranno”, traduzione in russo, Mosca – Bologna, Edizioni Free poetry, 2020.
  • AA.VV., “Poesia”, rivista internazionale di cultura poetica vol. n.4, Milano Crocetti Editore, 2020.
  • AA.VV., Angelo de Florio, “Esquilino poesia”, Roma, FUIS, 2020.
  • AA.VV., “Poesis International”, traduzione rumena, Bistrita (Romania), Casa Editrice Max Blecher, 2021.
  • Gabriele Galloni, “Slittamenti”, nuova ristampa, Viterbo, Edizioni Attraverso, 2021.
  • Gabriele Galloni, “Aspettando l’alba”, Valcuvia (VA), Gaele Edizioni, 2021.
  • Gabriele Galloni e Massimo Dagnino, “La medusa”, Osnago (LC), Edizioni PulcinoElefante.
  • Gabriele Galloni, “La luna sulle case popolari”, Roma, ChiPiùNeArt Edizioni, 2021.
  • Gabriele Galloni, “Sulla riva dei corpi e delle anime”, Milano, Crocetti Editore, 2023.