IO NON SONO CHE UN TRALCIO, UN TRALCIO SOTTILE di PAOLO POLVANI

            

La forma poetica scelta da Miriam Bruni in questo libro è quella della preghiera.

Tale proposta, conoscendo l’autrice da parecchi anni, non mi stupisce, e allarga il discorso su vari fronti. In primo luogo sulla essenza stessa della poesia e sulla sua funzione sociale nel corso dei secoli: ritmo e rime per trasmettere oralmente conoscenza dei fatti, delle storie, ma ancora prima forma rituale, basata sull’utilizzo di un linguaggio evocativo e intimo che cerca di colmare la distanza tra l’umano e il divino, finalizzata a rendersi amiche le forze dell’universo. Colmare tale distanza è stata da sempre un’esigenza umana, ricorre in ogni tipo di esperienza spirituale e in ogni luogo, e non va dimenticato che la nascita della letteratura italiana si fa coincidere con Il cantico delle creature di San Francesco.

In secondo luogo la forma classica della preghiera è il dialogo, ci si rivolge a un’entità distinta e distante, al di là di chi formula la preghiera. Nel considerare l’essenza della poesia, essa è nata per tramandare, per comunicare e costituire un prezioso scrigno di memorie. I grandi poemi omerici si basavano sull’oralità, sulla possibilità di essere facilmente memorizzati e trasmessi. Inoltre io credo che il poeta scriva sempre pensando a un possibile pubblico, e che “pubblicare” un libro significa appunto proporre i propri versi a una virtuale, eventuale platea di lettori.

Qui, nel caso di questo specifico libro, il dialogo si afferma all’interno di una possibile divaricazione: da una parte l’interlocutore nei testi è inscritto nel perimetro del sacro: “Signore di luce / limpidezza e vera pace”, questo l’attacco di uno dei primi testi, mentre in altre composizioni si rivolge ai santi:

“Santa Rita / che nella luce del Padre / vedi le anime / di noi peccatori”, ma anche a Teresa “matita di Dio”, e a Gesù, e alla Trinità e, naturalmente, a Maria.

E contemporaneamente coinvolge nel dialogo il lettore, al quale in ultima analisi il libro è destinato, e gli elementi naturali stessi, come in questo caso:

E ti ho vista, neve, / che hai riempito di pane, / divertita, / quei cestini degli umani”;

tutti aspetti che s’inseriscono nel solco consolidato della tradizione che risale, come già detto, al cantico di San Francesco.

Inoltre la forma del dialogo risponde ad un’esigenza personale dell’autrice; conosco i suoi libri precedenti, conosco il suo stile, mi sono intrattenuto con lei nel passato su questo argomento, sul quale in realtà la pensiamo nello stesso modo, e cioè che la poesia per diffondersi ha bisogno di semplicità, che non vuol dire banalità, ma facilità di accesso, possibilità di essere masticata e digerita senza complicazioni.

Oggi molta della poesia che si produce si presenta come una corsa a ostacoli, come un campo minato che scoraggia ogni approccio. Anche lettori dotati di buona volontà si sentono smarriti, si sentono tagliati fuori da qualsiasi possibilità di dialogo con la poesia.

Un altro aspetto di assoluta rilevanza del libro è la fede. Siamo in un’epoca di incredulità imperante, le grandi ideologie che rendevano dinamico e dialettico il mondo sono tramontate, la fede nelle religioni è indubbiamente rimasta appannaggio di pochi; mi stupisce molto che i giovani siano attirati dalle narrazioni distopiche, le speranze di una volta non esistono più, il futuro è visto come un possibile buco nero che tutto inghiotte; e invece Miriam Bruni in questi testi evidenzia la sua fede incrollabile, e questo la rende quantomeno originale, la colloca nel mondo di chi ancora nutre speranze e alimenta la sua fede anche attraverso la poesia.

Inoltre mette in campo un altro sentimento positivo, che della fede è quantomeno parente, non sappiamo se in rapporto di madre, figlia o sorellanza, ma comunque in parentela stretta: la fiducia! Miriam pubblica i suoi versi e li affida ai possibili lettori con un gesto di estrema fiducia, senza curarsi delle possibili critiche, ma con gesto di coraggio, di fiducia appunto, con ingenuità anche, con purezza infantile.

Fedele alla vita, fedele anche alle vicissitudini della sua biografia, nei suoi versi Miriam Bruni alterna i sentimenti di gratitudine per le bellezze del creato, per i momenti di gioia che la vita offre, ai momenti di sconforto, alla consapevolezza e ineluttabilità del dolore, servendosi sempre di uno stile diretto, che fa della semplicità il suo abito migliore, e della sincerità il gesto all’origine del libro.

Paolo Polvani


Miriam Bruni (1979) è nata e cresciuta a Bologna, ha due figli e ama raccogliersi frequentemente passeggiando e fotografando la Natura.

Ha frequentato il Liceo Linguistico Malpighi e la Facoltà di Lingue e Letterature straniere moderne, abilitandosi per l’insegnamento della Lingua Spagnola.

La passione e la pratica poetica la caratterizzano da sempre: scrivendo mette a fuoco le esperienze vissute, cercandone e restituendone l’essenza profonda e risonante. Tende alla massima concentrazione. Traduce poesie dallo spagnolo all’italiano e ha dato alle stampe otto libri: “Cristalli”Booksprint 2011,“Coniugata con la vita. Al torchio e in visione” Terra d’Ulivi 2014, “Credere nell’attesa” Terra d’Ulivi 2017, “Così” Ed. Poetry 2018, “Falesìa” Ed.Folli 2019, “Concentrati sul cromosoma celeste” Controluna 2022, “Cuanto cuesta vivir”, Youcanprint 2022, “Guardarlo ancora” Youcanprint 2022.

Negli ultimi anni si è adoperata come direttrice artistica dell’Officina Culturale di Livergnano (Pianoro, Bo) e del Jardìn de Palabras di Bazzano in Valsamoggia (Bo), organizzando incontri e presentazioni di libri e di mostre…

Attualmente collabora con la rivista web Millecolline e sta escogitando maniere multimediali per far conoscere non solo i suoi testi poetici e le sue traduzioni dallo spagnolo, ma anche i suoi scatti fotografici, la seconda sua passione creativa!

VÉNUS KHOURY-GHATA TRA VITA E POESIA

VÉNUS KHOURY-GHATA

فينوس خوري غاتا


Mon adieu à la femme rouge[1]

(Il mio addio alla donna rossa)

Testo e traduzioni di Giulia Sonnante


«Que savons-nous des alphabets de sable, enfouis, sous les pieds des caravanes 

Devenues silice

Éclats de verre

Vénérés par les chameliers comme débris d’étoile?»

Da: Vénus Khoury-Ghata. “Les mots étaient des loups”, Gallimard, 2016


[Cosa sappiamo di alfabeti di sabbia, fuggiti sotto i passi delle carovane

Divenuti silicio

Schegge di vetro

Venerati dai cammellieri come polvere di stelle?]


Lo scorso 28 di gennaio, alla veneranda età di ottant’otto anni, Vénus Khoury-Ghata ha varcato la Soglia che consente il Passaggio, colei che ha risalito le sorgenti, s’è infine ricongiunta al ciclo dell’acqua, più azzurra, allora, gorgoglierà “la cascade”.

Insaziabile lettrice e scrittrice, Vénus Khoury-Ghata è riconosciuta come la voce più autorevole della poesia libanese contemporanea, una tradizione che annovera nel Novecento autori del calibro di Andrée Chedid (1920 – 2011) la quale, pur essendo egiziana, ha anche origini libanesi, George Schehadé (1905 -1989), Salah Stétié (1929 – 2020), suo grande amico. La poesia di Khoury-Ghata – spiega Fabio Scotto[2] – subisce una grande influenza del Surrealismo[3] nella sua prima parte del secolo e passa attraverso l’imitazione di alcuni modelli francesi, ma si ricollega poi a una tradizione più arcaica, quella della cultura fenicia affacciata sul Mediterraneo.

Vénus khoury-Ghata nasce il 23 dicembre 1937 a Becharre ai bordi della valle di Qadish, nel Nord del Libano, nel villaggio maronita che ha dato i natali anche a Khalis Gibran (1883 – 1931), autore del best-seller: Il profeta (1923).

Nel 1966, terminati gli studi all’Ecole Supérieure des Lettres di Beirut, Vénus svolge l’attività di giornalista e pubblica la prima raccolta di poesie: Les Visages inachevés, mentre nel 1971 esce il suo primo romanzo: Les inadaptés. Dal Libano, ben presto si allontana a causa della guerra civile e nei primi anni Settanta si stabilisce a Parigi sposando, in seconde nozze, Jean Ghata, medico e ricercatore francese dal quale ha una figlia: Yasmine, scrittrice.  

Poetessa e narratrice prolifica, pubblica oltre sessanta titoli, tra poesia e prosa, ottenendo il Grand prix de poésie de l’Académie française nel 2009 e il Goncourt de la poésie nel 2011. Traduce numerosi autori tra cui Adonis in francese e Aragon in arabo; scrive in una lingua, il francese, che porta in grembo i suoni ed i profumi della Sua terra: di ginepri bagnati dal sole d’Oriente, di gelsomini che s’arrampicano alle cancellate, ma anche di lunghi ed imbiancati inverni. Non si separa mai veramente dal suo Libano – in effetti non c’è opera narrativa o poetica che sia ambientata a Parigi[4], da lì scrive – è vero – ma la mente è altrove per raccontare storie, le sue storie, in un verso arabescato, lungo, un po’ prosastico che trova la sua dimensione ideale nell’oralità, perché – continua Scotto – il poeta arabo è essenzialmente un narratore.

A questo proposito, la poetessa afferma: “racconto storie nelle mie poesie e scrivo poesia nei miei romanzi” perché la scrittura poetica – continua Vénus – non deve essere luogo di laboratorio, di ricerca, ma deve portare l’Umano, raccontare un vissuto. Così l’autrice racconta sua madre, contadina, analfabeta, «vecchia china fino a terra» e le donne del suo villaggio: donne che ha visto soffiare sulle braci, ammazzare serpenti a colpi di pietra, trasformare le erbe più amare in delizie o scalare versanti di montagna in cerca d’una capra recalcitrante…

Dans le village des mères

Les journées tiennent dans un seau d’eau

Les puits réservés aux morts qui éclaboussent les murs de leur silence de suie


Fatiguées d’essorer un temps humide

Les femmes s’adossent à l’air

S’adossent aux arbres entravés où les abeilles font leur miel entre résine et sueur


Les femmes du village des mères partagent leur fatigue avec les vents charpentiers

Elles redressent les maisons renversées par les enfants maladroits

Quatre hivers en un répètent-elles en direction des quatre points cardinaux


Un temps à ne pas mettre une maison dehors

Seuls les chemins sont libres d’aller là où ils veulent


[Nel villaggio delle madri

Le giornate si raccolgono in un secchio d’acqua

le fosse per i morti che infangano muri di caliginoso silenzio.

Stanche di strizzare un tempo umido

Le donne s’addossano all’aria

agli alberi intricati dove le api fanno il miele tra resina e sudore

Le donne del villaggio delle madri dividono la fatica coi legnosi venti

raccomodano le case rivoltate da bambini maldestri

quattro inverni di continuo ripetersi verso i quattro punti cardinali

Un tempo a non metter fuori casa

solo i sentieri sono liberi di andare dove vogliono].

Si sforzerà sempre di avvicinare due lingue tanto diverse tra loro, chiedendosi: «Comment pleurer dans une langue qui n’est plus la tienne / quel nom donner aux murs non imprégnés de ta sueur» – Come piangere in una lingua che non è la tua / quale nome dare ai muri non impregnati del tuo sudore? –  ed infine troverà un equilibrio tra l’austerità, la rigidità del francese ed il carattere barocco, galoppante, ampio dell’arabo. Così dichiara: J’habite la langue française et je me sentirais exilée le jour où je cesserais d’écrire» – Abito la lingua francese e mi sentirei in esilio il giorno in cui cessassi di scrivere –

Assis sur le même seuil
les mots de ma langue maternelle me saluent de la main
je les déplace avec lenteur comme elle le faisait de ses ustensiles de cuisine
marmite écuelle louche bassine ont voyagé de mains en mains
quels mots évoquent les migrations d’hommes et de femmes fuyant génocides sécheresse faim
enfants et volailles serrés dans le même balluchon parlaient-ils
l’araméen caillouteux
l’arabe houleux des tribus belliqueuses
ou la langue tintant telles billes de verre dans nos poches d’enfants


[Sedute sulla stessa soglia

le parole della lingua madre mi salutano con la mano

io le sposto con lentezza come faceva lei con gli utensili da cucina

padella ciotola mestolo pentola hanno viaggiato di mano in mano

quali parole evocano le migrazioni di uomini e di donne che fuggono genocidi

arsura fame

bambini ed oche serrati in un fagotto parlano

l’aramaico pietroso

l’arabo turbolento di tribù belligeranti

o la lingua ove tintinnano biglie di vetro nelle tasche di bambini.]

Il francese, dunque, si fa alveo di tante perdite, di tanti dolori, di tanti vuoti: il Libano, terra solare e martoriata, oggi come allora, il marito, scomparso nel 1981, il fratello/poeta, nel 2000, divenuto tossicomane[5] non per una delusione d’amore, ma professionale. In effetti, a Parigi, sembra avere buone speranze con l’editore Gallimard[6], ma la mancata pubblicazione, poi, lo getta in uno stato di prostrazione tale da cominciare a far uso di droghe.  Tornato al villaggio, suo padre, interprete, ma soprattutto uomo violento, osteggiando la sua vocazione alla scrittura, provvede ad internarlo in ospedale psichiatrico, qui è sottoposto a elettroshock e lobotomizzato. A questo proposito, l’autrice dichiara di aver preso in mano la penna al posto del fratello quando questi non ha più potuto scrivere; anzi, afferma proprio che le detti quanto scrive; così ha inizio la scrittura poetica di Khoury-Ghata.

Rappresenta figure ancestrali, Vénus: la madre, in primis, sulla quale è incentrata la raccolta poetica Orties (pubblicata in Italia da Ponte del Sale nel 2014 per le cure di Fabio Scotto), fino a uno zio becchino / carpentiere che costruisce bare. Tali figure popolano tutte l’angusta casa di famiglia, accerchiata, infestata, per l’appunto, dalle ortiche che raggiungono le finestre: «les orties montaient à l’assaut de nos fenêtres / interdisaient au jour de pénétrer dans les chambres»[7]. La finestra, invece – scrive Camille Lotz – protegge i membri della famiglia dalle minacce esterne e dal richiamo dell’altrove; così scrive: “La fenêtre, quant’à elle, protège les membres de la famille des menaces extérieures et de l’appel du lointain, tout en fournissant une ouverture possible entre intérieur et extérieur: «elle nous parlait des prairies dallées par la lune / des vents haineux qui s’empoignaient sous ses fenetres» (1997: 34)[8].

Tuttavia, l’ortica non è soltanto una pianta orticante poiché possiede anche virtù terapeutiche. L’ortica, vero e proprio leitmotiv in Khoury-Ghata, potrebbe esser, dunque, metafora della poesia che è, sì, pungente, scendendo all’inferno del dolore, nella casa d’infanzia, onesta, misera ed asservita a un padre/padrone, ma, allo stesso tempo, curativa. La poesia – dichiara Vénus Khoury-Ghata – offre possibilità precluse al romanzo; in Orties, per esempio, ella può immaginare sua madre tornare al villaggio, dopo la morte, per estirpare quelle ortiche che, in vita, non è riuscita a strappare. Ciò sarebbe inimmaginabile in prosa. Proprio per questo, la figura materna può considerarsi poetica per eccellenza poiché – afferma Camille Lotz – non appartiene al mondo dei vivi, erige un ponte, i suoi gesti sono diretti verso un altrove che, a un tempo, l’attira e la respinge[9].

Nel romanzo – continua Vénus – si obbedisce, invece, a dei personaggi che non possono esser traditi, occorre, cioè, tener fede a un carattere, a una personalità che sia, in qualche modo, verosimile al lettore. Dunque, la poesia, consente un “glissement”, uno scivolamento nella follia, nel delirio – di verso in verso – in un’incredibile innocenza; così dichiara: Dans la poésie il y a un glissement de ligne en ligne qui sert tout ce qui est l’instant, le spontané, l’exagération, le baroque (…) Je crois que le fait d’avoir été poète, avant d’être romancière m’a beaucoup aidée pour mettre un grain de folie dans mes romans aussi.[10]

In C’était novembre, la dimensione familiare: i fratelli che giocano ad inventare una realtà diversa, l’ordine faticosamente cercato sembra crollare sotto il peso di un tempo sofferto. Khoury-Ghata, dunque, procede a “decostruire” l’infanzia per comprendere, attraverso la rappresentazione del quotidiano, cos’è accaduto e perché è stata così dolorosa. Ma, nel percorso poetico di Vénus, il ritorno all’infanzia e alla sua quotidianità interviene dopo gli anni dolorosi della guerra civile libanese e la morte del secondo marito. In effetti, è negli anni Novanta che l’autrice avvia un vero e proprio lavoro di esplorazione della memoria.[11]

C’était novembre de tous les vacillements

Le crépuscule n’allumait plus les lampes coutumières

Les mains tendues pour arracher un peu de leur lueur à l’obscurité

ramassaient des battements d’ailes

La mère ouvrait les bûches froides avec ses ciseaux comme ventre

de volaille pour les farcir de crépitements

on essorait du même geste le seuil et le linge

on s’inventait des voisins grandiloquents avec des feux volubiles

on leur inventait des visages et une vaisselle au tintement solennel

stupeur lorsqu’ils déclinaient leurs noms gavés de pierres et le

cimetière

comme point de ralliement.

(Vénus Khoury-Ghata, “Où vont les arbres?”, Mercure de France, 2011, page 60)


[Era novembre dei tremolii

Il crepuscolo non più illuminava le consuete lampade

Le mani tese a strappare un po’ di lucore all’oscurità

raccoglievano battiti d’ali

La madre spaccava i ceppi freddi con le cesoie come ventre

d’oca per riempirli di crepitii

strofinavamo con lo stesso gesto i panni e la soglia

inventavamo magniloquenti vicini con loquaci fuochi

e disegnavamo loro dei volti e cocci al solenne tintinnante

stupore al declinare i nomi sazi di pietre e il cimitero

a radunarle].


Septembre attaché au figuier

Septembre attaché au figuier

On tournait le dos à l’été ramasseur de noix vides

Siffleur de jeunes abeilles

Les derniers feux de la saint-jean enfumaient les lampes

insomniaques

Les encriers

Suspendus à la ceinture du père

On courait moins vite que le paysage

Le chemin risquait d’arriver sans nous à la maison

se lover dans nos lits

renverser l’écuelle du chat

manger les graines jaunes du canari

Mais le père se disait plus long que le chemin

Plus fort que le train

Des épaules de loup au long cours

Des bras hauts comme des madriers

Le père trayait la forêt le fleuve entre chien et crépuscule

fendait d’un coup de hache le froid récalcitrant

Une forge dans sa poitrine le père abritait le feu

Seule l’odeur blanche de la neige le calmait

Ses coulées sur nos murs avaient la douceur du ventre de l’alouette

La compassion des pierres du cimetière

[Settembre legato al fico

Settembre legato al fico

Voltavamo le spalle all’estate che raccoglieva noci vuote

Ronzante di api giovani

Gli ultimi fuochi di San Giovanni annerivano le lampade

Insonni

I calamai

Appesi alla cintura del padre

Correvamo meno veloce del paesaggio

Il sentiero rischiava d’arrivare senza di noi a casa

Arrotolarsi nei letti

Rovesciare la scodella del gatto

Mangiare i granelli gialli del canarino.

Ma il padre si diceva più pesante del sentiero

Più forte d’un treno

Di spalle da lupo di lungo corso

Di braccia lunghe come assi

Il padre spillava la foresta il fiume tra cane e crepuscolo

tagliava a colpi d’ascia il recalcitrante freddo

Una forgia nel petto il padre custodiva il fuoco

Solo l’odore bianco della neve lo calmava

I colamenti sul muro avevano la dolcezza del ventre d’allodola

La compassione delle pietre del cimitero.]


L’ordre logique s’effondra avec le toit
nous applaudissions les pluies entre nos murs
rapiécions avec ferveur les accrocs des toiles d’araignée
Nous étions fétichistes
irrévérencieux
ma mère tirait les cartes aux merles moqueurs
mon père frappait le sable
frappait Dieu
à la saignée des nuages
sur le dos courbé de l’air
Notre salut viendrait de la nature
nous attraperions les rousseurs des automnes
le dénuement de l’hiver
nous finirions en sarments
en fagots
pour affronter les colères brèves des résineux.

(Vénus Khoury-Ghata, Anthologie personnelle, poésie, Actes Sud, 1997, p. 27.)


[L’ordine logico crollò col tetto

applaudivamo alle piogge tra i muri

rammendavamo tenaci gli strappi delle ragnatele

Eravamo feticisti

Irriverenti

Mia madre leggeva i tarocchi a merli beffardi

Mio padre picchiava la sabbia

picchiava Dio

alle dissanguate nuvole

sulla schiena curva dell’aria

La nostra salvezza sarebbe arrivata dalla natura

catturavamo i rossori dell’autunno

il denudamento dell’inverno

Potavamo i sarmenti

In fasci

a fronteggiare le fugaci collere delle resine.]


Ecco, l’infanzia a stretto contatto con la natura, regala alla poetessa, non solo la salvezza, come svela il verso, ma anche quella spensieratezza che, nonostante tutto, s’intravede. Udire i lupi sulla valle, tra i cedri, dietro la montagna, di notte – racconta Vénus – li riempiva di paura, ma, sapere di essere al sicuro tra le mura domestiche, li elettrizzava. Ed ancora les renards – le volpi – che venivano a scippare i polli…Non avevano giochi, se non questi animali o le cicale, in una scatola di fiammiferi con qualche petalo di fiori per nutrirle.

Assieme all’infanzia, dunque, il grande tema della perdita, fil-rouge dell’intera produzione di Vénus Khoury-Ghata: il Libano, in primis, distrutto dalla guerra, gli alberi del suo Libano, le foreste del suo Libano![12] E con gli alberi, i suoi cari: «Mourir – scrive la poetessa –  donne l’impression de courir / dit-elle / on troue un brouillard / on enjambe un mur sans l’effleurer par respect du liseron / on se précipite dans toutes les directions / on croise des silhouettes sorties des vieux livres : / (…) Mourir ce n’est donc que cela / se dit-elle en tournant la page de son sommeil[13]». In un’intervista televisiva dichiara di aver confessato all’amico/poeta Jean-Pierre Siméon (- 1950) di non voler più scrivere di morte, ma quando il suo Jean non fa più ritorno dal viaggio in Italia, ne è come ossessionata! Traumatizzata dall’improvvisa perdita, comincia insistentemente ad immaginare ch’egli possa tornare, arrivando, poi, davvero a credere nel suo ritorno. Vénus scrive per trattenere, preservare la memoria dei suoi cari e della sua gente: J’écris pour devancer la nuit / devancer la pluie qui trattiene les pages»[14] (Gent de l’eau, Mercure de France, 2018). Si domanda spesso quale sia il senso di restare, di essere ancora viva, se tutti i suoi cari sono ormai morti. Ecco, scrivere, ricordare equivale, per lei, a cercare una via di salvezza. Così dichiara: «Il faut savoir partir… J’ai écrit à chaque fois qu’un ami m’a donné l’ordre d’écrire: écris, c’est ça qui va te sauver. J’ai écrit et je me suis sentie mieux. Mais cela dure combien de temps? Je sais que j’ai eu une vie privilégiée dans la littérature et l’art. Je n’ai pas de vie en dehors de ça. Pourquoi j’écris encore depuis 60 ans? Pour devenir quelqu’un d’autre, celle que je ne suis pas. J’écris peut-être aussi pour ne pas être seule. Je vis et je vieillis avec les livres.»[15]Ecco, la bellissima Il revint – Tornò – ombra di silicio / riflesso di un’immagine nulla:

Il revint

ombre de silex

neflet d’une image nulle

sans quell’elle l’ait invité dans sa peau de terrestre

il força la serrure du bouleau

plia les doigts de la rembarde

et réclama à boire sa sueur médiane et sa tristesse

«Ta maison est en sciures, tes larmes en papier» criait-il en sortant d’un accroc de son sang

Elle le laissa dire

Se domandant s’il fallait le retenir

Et lui rappeler son corps qui l’attendait du côté nuageux de la porte

Le mains derrière les yeux

Elle l’appela jusqu’au soleil lorsqu’il chevaucha un rayon de poussière

Insistant sur le première syllabe de son cœur

Quell’elle donna en pâture aux passants qui ne lui réclamaient rien

Vénus Khoury-Ghata, Monologue du mort (à Jean Ghata),

in Anthologie personnelle, Actes Sud, 1997, p. 91.


[Tornò

Ombra di silice

Riflesso di un’immagine nulla

Senza che lei l’avesse invitato nella pelle di terrestre.

Forzò il chiavistello della betulla

Piegò le dita della cancellata

E da bere reclamò il sudore del centro e la tristezza

«La tua casa è di segatura, le tue lacrime di carta» urlò uscendo da un grumo di sangue

Lei Lo lasciò dire

domandandosi se occorresse trattenerlo

E rammentargli il corpo che l’attendeva dalla parte nebulosa della porta.

Le mani dietro la testa

Lei Lo chiamò fino a quando il sole valicò un fascio di polvere

Insistendo sulla prima sillaba del cuore

Che donò in pasto ai passanti i quali non reclamavano nulla.]

La critica evidenzia l’approccio ludico alla morte nella poesia di Vénus; in effetti, vi è col trapasso una certa giocosa familiarità: i morti sentono i vivi far rumore e tornano, tornano, ad esempio, per assicurarsi che i loro abiti non siano ristretti. Ecco, dunque, parafrasando Galloni, in che luce cadono le anime dei morti in Khoury-Ghata, cadono in una luce calda, giocosa, a volte, sì, ma anche malinconica che somiglia, in qualche maniera, a quella del nostro poeta:

Se la madre dei morti è sempre polvere,
i morti cercano la loro madre

ogni sabato sera sulle spiagge
libere; sotto le sedie o nei gelati

caduti di mano ai ragazzini
in chissà quante estati, in chissà quanti

alberghi, marciapiedi, lungomari.[16]

Ma in Vénus conosciamo bene la fonte di questa luce, perché questo bagliore che mai si spegne origina dall’infanzia, nucleo infuocato, vulcano che non smette di eruttare, di bruciare. La dimensione ludica, d’altro canto, è di per sé comprensibile se si considera che suo zio – lo racconta l’autrice – costruiva bare per tutto il Nord del Libano e loro, bambini, giocavano a cache-cache (a nascondino) chiudendosi nelle casse da morto! Le mort continue à vivre.  – dichiara Vénus –C’est une idée ancrée en moi, je n’arrive pas à croire que la mort est définitive.[17]C’è evidentemente uno stretto legame tra il regno dei vivi e quello dei morti ed è proprio in quest’ottica che si pone il rituale del pellegrinaggio alla cascata – spazio/frontiera – luogo ove si recano le vedove per parlare con i defunti mariti. Oliver-Saidi parla, a questo proposito, di una “simbiosi” tra morte e natura; la poesia di Khoury-Ghata – continua Saidi – evoca la tradizione del dialogo con i morti, instaurata da Lucien de Samosate e la credenza drusa nella reincarnazione delle anime:

Pour Noha Al Hegelan

Si haute était la terre en ce temps-là

les femmes suspendaient linge et nuages à la même corde

des anges s’accrochaient à leurs jupes pour les empêcher de suivre les âmes égarées

Tout ce qui faisait commerce avec l’eau avait une âme

jarre calebasse bassine

les seaux repêchaient celles qui végétaient dans l’indifférence des puits

Toute ombre mouvante était esquisse de revenant

tout chant de coq se transformait en présage

l’annonceur des naissances parlait plus haut que la cascade

mais plus bas que le vent qui avait mainmise sur le dedans et le dehors

dilatant les champs pauvres

repoussant l’horizon d’un arpent lorsque les maisons s’étrécissaient aux dimensions des cages

Le sage évitait de croiser son chemin

il vous cassait un homme sur son genou comme une paille

[Per Noha Al Hegelan

Così alta era la terra a quel tempo

Le donne sospendevano panni e nuvole allo stesso filo

Gli angeli s’aggrappavano alle gonne per impedir loro di seguire le anime perdute

Tutto ciò che si scambiava con l’acqua aveva un’anima

Giara, zucchetta, catinella

I secchi ripescavano le acque che oziavano nell’indifferenza delle fosse.

Ogni vibrante ombra era schizzo di spirito

Ogni canto del gallo mutava in presagio

Il messaggero delle nascite parlava più forte della cascata

ma più debole del vento che aveva il potere sul dentro e sul fuori

allargando i poveri campi

allontanando l’orizzonte d’un arpento quando le case si rattrappivano in gabbie.

Il saggio evitava d’incrociare il suo cammino

spezzava un uomo sul ginocchio come una canna.]

Ecco, sono loro, “Ils”, le ombre tremanti, ombre che annullano il viso in una piega del paesaggio e, se giustiziati, bianco è il loro sangue mentre noi, nei mortai della sera, pestiamo le loro abituali parole con la mandorla amara[18]. Sente quella mandorla pestata nel mortaio della sera, la poetessa, quella che dona l’inconfondibile gusto amaro, sapore di una vita intensa che se ne va e dona versi intensissimi: (tratti da: Vénus Khoury- Ghata Éloignez-vous de ma fenêtre, 2021 – Allontanatevi dalla mia finestra)

Pierre aplatie

le cœur une cage d’os retient l’oiseau qui s’ébroue dans la poitrine

qui a rétréci le soleil

qui a rapproché les murs

quelle main a mélangé les sueurs et effeuillé le jour

comment expliquer la terreur de la dernière minute tombée

dans un grand vacarme

un leurre la silhouette accroupie au pied du mur

une illusion l’échelle

le ciel du carton-pâte

ses nuages décor amovible de théâtre

frapper sur le vide n’émet aucun son

attendez

ne partez pas sans moi

ne retirez pas la terre sous mes pieds


[Pietra liscia  

Il cuore una gabbia d’ossa trattiene l’alato che si scrolla nel petto

Chi ha rimpicciolito il sole

chi ha riavvicinato i muri

quale mano ha mescolato i sudori e sfogliato il giorno

Come spiegare il terrore dell’ultimo minuto precipitato

in un gran frastuono

Un’esca, una sagoma accovacciata ai piedi del muro

Un’illusione la scala

Il cielo di cartapesta

Le nuvole amovibile scena di teatro

percuotere il vuoto non fa alcun rumore

Attendete

Non partite senza di me

Non ritirate la terra sotto i piedi]

Éloignez-vous de ma fenêtre, 2021 – ha il sapore del congedo poetico, ma non voglio ancora distaccarmi dalla poesia senza un ultimo assaggio come il gelato di Galloni che cola di mano ai ragazzini in chissà quante estati, quanti alberghi, marciapiedi e lungomari. Ecco, allora, ergersi coraggiosa e tremula: Pieds nus derrière ce mur, la vedo avanzare così, scalza, in quel breve interstizio, quella scarna fessura, quello spazio angusto che, ad attraversarlo, consuma il poco che resta ancora di noi.

Pieds nus derrière ce mur

tu guettes le crissement d’un caillou

le bruissement d’une

herbe noix vide le monde secoué par tes appels

les ombres retournent leurs poches

elles n’ont rien subtilisé

ne peuvent rien pour celui qui a tourné au gel

tu sais que tu es dans un lieu fait de strates superposées

que ta douleur n’en est pas une

que ton immobilité n’est pas oisiveté mais attente

d’événement

tu cherches une fissure pour engouffrer le peu que tu es

tu aurais porté ton corps sur ton dos comme un sac de charbon

si tu le savais


[Piedi nudi dietro il muro

osservi il tremolio d’un sasso

il fremito

d’un’erba noce vuota il mondo scosso dai tuoi richiami

le ombre rivoltano le tasche

niente hanno rubato

non possono nulla per colui che s’è raggelato

sai di essere in un luogo di strati sovrapposti

che il tuo dolore non è uno

che la tua immobilità non è ozio ma attesa

cerchi una fessura per consumare il poco che sei

avresti portato il tuo corpo sul dorso come un sacco di carbone

se avessi potuto.]

Se è vero che la commistione della morte con la vita incute sempre un po’ di timore, è anche vero che la Poesia – e quella di Vénus, in particolare – non può non intercettare il mistero dell’aldilà. Così s’allunga su crinali di versi che non ammettono chiusure, compartimenti stagni, ma volgono verso un mondo altro là dove l’invisibile, come resina d’ambra, riga il visibile; il reale lambisce il surreale, l’ideale, il tangibile per dar corpo alla Parola, all’Amore, alla Speranza.

Giulia Sonnante


[1] L’adieu à la femme rouge (L’addio alla donna rossa) è, in realtà, il titolo di un romanzo di Vénus Khoury- Ghata, uscito per Mercure de France nel 2018. Con il suo incredibile talento di romanziera, Vénus khoury-Ghata ci porta sulle strade e nei sobborghi di Siviglia, per dar vita a un romanzo tragico e bizzarro allo stesso tempo. Un’opera in cui l’autrice affronta i temi dell’esilio, della famiglia e dei migranti. La protagonista, una donna nera, notata da un fotografo, abbandona la famiglia per raggiungere la notorietà come mannequin, riconosciuta mesi dopo, dai suoi figli sui muri della città. Ma ben presto, la modella nera si ritrova a fronteggiare l’arrivo, nel mondo della moda, delle ragazze slave. Dovrà affrontare una brusca caduta fatta di miseria e malattia.

[2] Fabio Scotto è Professore Ordinario di Letteratura Francese all’Università degli Studi di Bergamo, dove dirige il Centro Internazionale per gli Studi sulle Avanguardie e la Modernità. Saggista, traduttore e poeta, è autore di studi sul romanzo francese settecentesco, sulla poesia moderna e contemporanea, sulla poetica delle forme brevi e sulla teoria e la pratica della traduzione letteraria. Fra i suoi lavori: Bernard Noël. Le corps du verbe (ENS Éditions 2008), La voce spezzata. Il frammento poetico nella modernità francese (Donzelli 2012), Il senso del suono. Traduzione poetica e ritmo (Donzelli 2013), Le corps écrivant. Saggi sulla poesia francese contemporanea da Valéry a oggi (Rosenberg & Sellier, 2019).

[3] Corrente artistico-letteraria, il Surrealismo nasce a Parigi negli anni venti del Novecento (Les années folles / gli anni folli), attraverso il Manifesto (1924) del poeta francese: André Breton (1896 – 1966) per avere poi sviluppo in tutta Europa. Si caratterizza per una spinta verso tutto ciò che non è controllabile razionalmente, l’inconscio, l’onirico. A livello socio-culturale il surrealismo, fu influenzato dalle teorie psico-analitiche di Sigmund Freud con l’interpretazione dei sogni e del mondo interiore. Si estingue alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, anche se i maggiori esponenti francesi quali Louis Aragon (1897-1982), Paul Éluard (1895-1952), Antonin Artaud (1896-1948),Jacques Prévert (1900 – 1977) furono attivi ben oltre la fine della guerra. In pittura, tra gli altri: Marc Chagall (1917-1920).

[4] Il suo sguardo traversa l’Esagono, traversa il Mediterraneo per fermarsi, lì, nel Libano natio. C’è in realtà un romanzo di Vénus Khoury-Ghata ambientato in Abruzzo, sì, in Italia: Le facteur des Abruzzes (Il fattore abruzzese), uscito per le Mercure de France nel 2012. Questo romanzo è ispirato a un fatto realmente accaduto poiché Jean Ghata, suo marito, ricercatore scientifico, era appassionato studioso di una popolazione kossovaro-albanese la quale, per fuggire al regime comunista, si stabilisce in Abruzzo. Da questo villaggio, Jean Ghata non tornerà più, colto da attacco cardiaco all’età di cinquant’anni. A seguito della grave perdita, la poetessa compirà un viaggio proprio sulle sue tracce per conoscere quegli orizzonti, quei panorami che lo hanno veduto per l’ultima volta e per incontrare Elena, la donna che, ultima, lo ha ospitato ed ha restituito poi le sue camicie.

[5] Vénus Khoury-Ghata non ha mai interrotto il dialogo con gli adolescenti, recandosi nelle scuole, per raccontare la sua storia e per metterli in guardia dai percoli derivanti dall’uso di droghe. Nelle interviste, inoltre, accusa suo padre, non solo di aver usato violenza contro suo figlio come fosse il capro espiatorio, di non averlo aiutato ad uscire dalla droga con cure appropriate, ma di averlo fatto internare a soli diciott’anni; oltre alla scrittura, non accetta neppure l’omosessualità del figlio, Victor, considerata manifestazione della sua componente femminea.  Vénus khoury-Ghata allude al padre violento con l’appellativo di: “le Granadier” (il Granatiere) mentre gli uomini, gli altri uomini, sono designati con i nomi degli alberi della foresta. Ma certamente l’appellativo di granatiere ben s’attaglia a un padre violento, militare di mestiere.  Così Vénus scrive: un village étroit / les hommes remplaçaient les arbres / les femmes étaient l’herbe (p. 36) [un villaggio angusto / gli uomini rimpiazzavano gli alberi / le donne erano l’erba]. Che le donne siano accostate all’erba, dice della loro condizione di sottomissione in una società arretrata, di struttura patriarcale com’è quella nella quale la poetessa si ritrova a vivere, perlomeno fino al trasferimento a Parigi. Ed in effetti, Vénus Khoury-Ghata, pur non essendo una militante in senso stretto, lotta fino alla fine per l’emancipazione femminile, denunciando la condizione delle donne nel mondo arabo e nella società moderna con numerosissimi romanzi o poesie che trovano nella figura femminile il significato più profondo. Ella individuerà nel matrimonio una via d’uscita dalla casa paterna, sposandosi giovanissima, intorno al 1957 – Non si conosce l’identità del primo marito; il matrimonio si concluderà nel 1970 con il divorzio.

[6] La poetessa sceglie poi di pubblicare quasi tutte le sue opere con Mercure de France.

[7] [le ortiche salivano all’assalto delle finestre / interdicevano al giorno di penetrare nelle stanze] Orties, 2004:10

[8] C. Lotz, Vénus Khoury-Ghata: “Expérience du quotidien et mémoire de l’enfance à la frontière du réel et de l’irréel” Academic Journal of Modern Philology, 2025, ⟨10.34616/ajmp.2025.23.8⟩. ⟨hal-04495560⟩ p. 108 [Quanto alla finestra, protegge i membri della famiglia dalle minacce esterne e dal richiamo dell’altrove, garantendo un’apertura possibile tra interno ed esterno: «Ci parlava di praterie lastricate di luna / di venti atroci che si serravano sotto le finestre»]

[9] Ivi p. 108 [La mère n’appartient pas au même monde que le vivants, elle s’érige en passerelle, ses gestes sont dirigés vers un ailleurs qui l’attire et la repousse tout à la fois. Par conséquent, elle détient le pouvoir de traverser les frontières et le miroirs, tout comme le morts. / La madre non appartiene allo stesso mondo dei vivi, ella erige un ponte, i suoi gesti sono diretti verso un altrove che l’attira e la respinge contemporaneamente. Di conseguenza, ella detiene il potere di attraversare le frontiere e gli specchi, parimenti ai morti.]

[10] Il corsivo è tratto da un’intervista a una emittente francese, rilasciata dalla poetessa in occasione dell’uscita della raccolta poetica Où vont les arbres? Mercure de France, 2011. [In poesia vi è uno scivolamento, di verso in verso, che ubbidisce a tutto ciò che è l’istante, la spontaneità, l’esagerazione, il barocco. (…) Credo che essere stata poeta prima di essere romanziera mi abbia molto aiutata ad aggiungere un pizzico di follia anche nei miei romanzi.]

[11] Nell’intervista a Cécile Oumhani – Op. cit. pp. 101-2 -, Khoury-Ghata dichiara: Plus je vieillis, plus j’ai envie de raconter mon enfance, alors que je l’ai oubliée pendant trente ans. J’étais occupée a vivre, a chercher ma voie parmi des gens aisés et a oublier la modestie de mon départ. Je me trouvais dans un milieu intellectuel très éloigné de celui dans lequel j’ai vécu, qui était parfois un peu une cour des miracles et aussi assez rudimentaire. Il y avait chez moi un déni de tout cela. Et brusquement, avec l’âge, on devient modeste a l’approche de cette troisieme boucle de la vie. On devient plus simple et on porte un regard plus clairvoyant sur ce qu’on a vécu, qui a fait de nous ce que nous sommes. C’est pourquoi, dans Orties, je renoue avec mon enfance dans un village du Nord du Liban, ou le végétal est primordial, comme l’herbe des prairies, la vallée, le torrent glacial, les chevres […]. (Oumhani 2005) [Più invecchio e più desidero raccontare la mia infanzia sebbene l’abbia dimenticata per trent’anni. Ero impegnata a vivere, a cercare la mia strada tra la gente agiata e a dimenticare la modestia delle mie radici. Mi ritrovavo in un milieu intellettuale molto lontano da quello in cui avevo vissuto, che era talvolta un giardino di miracoli ed anche molto rudimentale. C’era in me una negazione di tutto ciò. E all’improvviso, con l’età, si diventa umili con l’approssimarsi di questo terzo ciclo di vita. Diventiamo più semplici e riserviamo uno sguardo più lucido verso ciò che abbiamo vissuto, verso quel che ha fatto di noi ciò che siamo. Per questo, In Orties, ritorno con la mia infanzia in un villaggio del Nord del Libano in cui la vegetazione è primordiale, come l’erba dei prati, la valle, il torrente ghiacciato, le capre […].

[12] La raccolta poetica: Où vont les arbres? (2011) – Dove vanno gli alberi? – si compone di due sezioni; la prima: Où vont les arbres? che dà il titolo alla raccolta, è un omaggio agli alberi del suo paese, bruciati, annientati dalle esplosioni, oltre ad interi villaggi spopolati, disertati dalla guerra civile con i suoi duecentomila morti. La poetessa si chiede dunque dove siano andati gli alberi del suo paese ove più non cinguettano gli uccelli a dar suono alla primavera. Amando gli alberi della sua terra, li rappresenta nei suoi versi: uno ha la chioma ébourifée, – scompigliata – l’altro piange le sue lacrime nelle acque di un fiume, l’altro ancora si pone a guardia della porta dell’infermo. Una ricerca minuziosa che raccoglie le leggende, le storie, le superstizioni sugli alberi del suo amato Libano. La seconda sezione è, invece, centrata, ancora una volta, sulle ortiche, sulla casa, sull’adorato fratello.

Vénus racconta la sua storia familiare anche in forma di romanzo con l’opera Une maison au bord des larmes, uscita in Italia per Il Leone verde, col titolo: La casa sull’orlo del pianto, 1° ed. 2004, con traduzione di Fabio Scotto.

[13] [Morire dà l’impressione di correre / disse lei / trapassiamo una nebbia / scavalchiamo un muro senza sfiorarlo per rispetto del convolvolo /ci precipitiamo in tutte le direzioni / incrociamo sagome uscite da vecchi libri: / (…) Morire non è che questo / si disse girando la pagina del sonno.] tratto da: Quelle est la nuit parmi les nuits, Mercure de France, 2004

[14] [Scrivo per superare la notte / superare la pioggia che trattiene le pagine] in Gent de l’eau, 2018.

[15] [Bisogna saper partire…ho scritto ogni volta che un amico mi ha dato l’ordine di scrivere: scrivi, è questo che ti salverà, io ho scritto e mi sono sentita meglio, ma questo dura quanto tempo? So di aver avuto una vita privilegiata nella letteratura e nell’arte. Non ho una vita al di fuori di questo. Perché scrivo ancora dopo 60 anni? Per diventare qualcun’altra, quella che non sono, scrivo forse anche per non essere sola. Vivo ed invecchio con i libri.] Intervista apparsa sulla rivista L’Orient Littéraire il 4 febbraio 2026.

[16] Tratto da: Gabriele Galloni, In che luce cadranno – poesie – RP LIBRI, San Giorgio del Sannio (BN), 2018.

[17] Il morto continua a vivere. È un’idea ancorata in me, non giungo a credere che la morte sia definitiva. Intervista rilasciata a L’orientlejour poco prima di morire.

[18] V. Khoury-Ghata, Les ombres et leurs cris, Belfond, Paris, 1979: Ils annulent leur visage / Se déguisent en ombres / Fondent dans un pli du paysage / S’ils sont fusillés / Blanches sont les traces de leur sang /Dans les mortiers du soir / On pile leurs mots coutumiers avec l’amande / amère // Annullano il loro viso / Si travestono da ombre / Si fondono in una piega del paesaggio /Se giustiziate / Bianche sono le tracce del loro sangue / Nei mortai della sera / pestiamo le loro abituali parole con la mandorla amara.//

UNA MATERIA POETICA FATTA DI ‘SPOLIA’: LEGGERE MARIJA STEPANOVA di VALERIA DELL’ERA

Foto di Hreinn Gudlaugsson, Marija Stepanova, Wikimedia Commons
licenza CC BY-SA 4.0

Voce di spicco della letteratura russa contemporanea Marija Stepanova (Mosca, 1972) è poetessa, narratrice, saggista, giornalista. Ha pubblicato in numerose riviste, sulla rete, raccolte poetiche per le quali ha vinto diversi prestigiosi premi. Ha scritto un romanzo/saggio, la storia della sua famiglia, una romans, così la definisce, una romanza, una cantata profana del ricordo, Pamjati pamjati, in italiano Memoria della memoria, pubblicato da Bompiani (traduzione di Emanuela Bonacorsi) che le ha fatto vincere nel 2018 e 2019 i premi Bol’šaja Kniga e NOS Arward. Nel 2007 ha fondato la testata indipendente OpenSpace.ru punto di riferimento culturale in Russia, nel 2012 in crowdsourcing Colta.ru zablokirovana, come ancora si legge sul sito, oscurata nel 2022 in Russia, subito dopo l’invasione dell’Ucraina. In aperto contrasto con il regime di Putin, da alcuni anni non vive più in Russia.
Nel 2025 Bompiani pubblica La sparizione (traduzione Cristina Moroni), un romanzo a tratti surreale, simbolico, che ben descrive il clima di spaesamento dell’esilio, in cui la protagonista M. è una scrittrice che ha lasciato il suo paese “[…] allora in guerra con un altro paese, vicino, e uccideva i suoi abitanti con armi da fuoco, missili dal cielo e a mani nude, e ciononostante non riusciva in nessun modo né a vincere né a rassegnarsi al fatto che quel paese non si lasciasse divorare […] La città straniera dove viveva ora M. era piena di gente fuggita da entrambi i paesi in guerra, e quelli che erano stati attaccati dai suoi connazionali guardavano gli antichi vicini con orrore e sospetto, come se la vita precedente, di prima della guerra, comunque fosse stata, non avesse più il minimo significato e avesse solo mascherato la tua parentela con la belva che continuava a divorarli. […]” La sua opera è tradotta in molte lingue, oltre la prosa (anche se dividere in compartimenti stagni i generi non appartiene decisamente al suo modo di scrivere) in italiano il suo primo libro Spogliatoio femminile raccoglie liriche del periodo 2001-2015 per le edizioni Gattomerlino (curatela e traduzione di Claudia Scandura) è pubblicato nel 2017.

In seguito, rispettivamente nel 2022 e 2024, ancora per la Bompiani, La guerra delle Bestie e altri animali (curatela e traduzione di Daniela Liberti e Alessandro Farsetti), che contiene anche il ciclo poetico Spolia, e Sacro inverno 2020/21 (curatela di Daniela Liberti), concepito quest’ultimo nel difficile periodo del Covid. Come ci spiega la scrittrice nella breve Introduzione, era nella sua dača di campagna leggendo i Tristia di Ovidio scritti durante l’esilio a Tomi. Il tempo congelato del Covid (scrive che di quel periodo non ricorda […] giorni primaverili, autunnali, estivi ─ è come se tutto il tempo trascorso in quel frangente si fosse concentrato tutto insieme, ricoprendosi di una crosta di ghiaccio, per mutarsi così in un inverno eterno, sconfinato, e sempre uguale […]) diventa allora quello della solitudine di chi è messo al bando. Ovidio è allora l’archetipo dell’esilio, lo stesso subito da tanti intellettuali del XX secolo nell’Unione Sovietica e poi oggi nella Russia contemporanea.

Tema prediletto della poetica stepanoviana è la memoria, il filo che tiene insieme quanto scrive, quella personale con quella collettiva, le guerre di oggi con quelle di ieri, la morte di oggi con quella del passato. La morte, anzi le persone morte, perché nella sua opera appaiono spesso nella loro individualità, nella loro vita. Come emerse da un cimitero di Spoon River a tratti osservano persino il mondo e lo raccontano. Come Beglec, Il fuggiasco, nella prima raccolta italiana Spogliatoio femminile, un breve noir in versi dove un ragazzo uccide suo fratello e lui, il morto tradito, descrive “E giaccio, irrigidendomi giorno per giorno/ in un cespuglio d’oro purpureo/ osservando con la mente i nudi /mentre il teschio anonimo sempre più bianco/ penetra con lo sguardo la distanza/ diventando concime per i campi. Vedo tutto quello che mi fu tolto:/ mio fratello al sole dietro il gazebo/ e te, te, mia cara […]”.
Quasi tutto è fisico, visivo, tangibile nell’espressione poetica della Stepanova, fino al surreale o al macabro, come la poesia che fa snorkelling “da sottoterra/ respirando con una piccola canna”, i corpi dei morti che “giacciono sotto i parcheggi multipiano,/ sotto le piste di decollo degli aeroporti/ dove un ghiaccio sottile serra le dita dell’erba”, ma anche l’amore in Desiderio di essere una costola quando scrive “Voglio giacere dentro di te,/ come una sciatta chioccia nel nido,/ come le piatte sardine nella latta,/ far parte della tua cassa toracica.”

La guerra e la sua inutilità sono affrontate con quella intelligenza poetica che mescola gli eventi storici del passato al presente, e sì, perché tutte le guerre si assomigliano: quello che rimane sono i morti. Tuttavia per lei la morte si trasforma, scrive nel chiaro titolo Telo vozvraščaetsja, Il corpo ritorna, il corpo dei morti non muore mai, si trasforma, si riassembla, quasi come un film pulp, diventa altri corpi: “Su, assembliamo questo corpo/ (le gambe a Medvedkovo, il didietro a Certanovo) […] pezzi di un altro corpo che giace qui dal secolo scorso,/ insieme formano un uomo nuovo/ che ancora non esiste.”
Anche la poesia è un corpo che sembra non morire mai afferma poco dopo: “La poesia è una sostanza assurda/ dai molti occhi dalle molte bocche/ che al contempo si trova in molti corpi,/ e già in molti altri corpi ha dimorato,/ e che ora giacciono in custodia/ come ciò che deve ancora nascere/ (ma in qualsiasi momento una spedizione archeologica,/ un pastore curioso,/ una dozzina di studenti in calzoni corti/ possono estrarti dalla terra,/ come un neonato abortito,/ e infilarti le dita nella bocca sdentata) […]”. La scrittura della Stepanova è pregna di cultura russa: le favole, Puškin, Blok, Mandel’stam, Majakovsij, Bulgakov, Achmatova, ma non solo del suo paese, anche Grimm, Andersen, Proust (il re della memoria), Barthes, la poetessa Christensen, ma davvero solo per citarne alcuni… Forse proprio la parola spolia, titolo del suo poema, sintetizza bene il senso della scrittura e quindi del sentire della Stepanova. Il termine latino indica quei materiali architettonici, decorativi, artistici prelevati da costruzioni preesistenti e riutilizzati in nuove strutture. E gli spolia della Stepanova sono le vite spezzate, vittime delle guerre di ieri e di oggi, le belle voci della letteratura, dell’arte di ogni paese, il passato della sua famiglia e di se stessa, la storia del presente e del passato. Così, con naturalezza, si mescolano nei suoi versi i conflitti contemporanei, la guerra fra Russia e Ucraina del 2022 ancora in corso purtroppo, con le lotte della Rus’ medievale, o l’Unione Sovietica contro i nazisti con l’effetto di una sorta di a-storia o di una storia che, ahimè, si ripete: le guerre in ogni tempo e in ogni luogo.

Anche la scrittura poetica si basa su un edificio letterario (a tratti contorto e non sempre facile da comprendere, soprattutto per un lettore non russo), fatto anche di molte citazioni, nelle edizioni italiane chiarite da un ottimo supporto di note, la sua è una poesia davvero colta. Perché la memoria è fertile, ama rimescolarsi, rigenera sempre. Troviamo allora le lettere di Caterina con Potëmkin, canzoni di guerra, frasi e immagini tratti dall’album personale dei ricordi dell’Unione Sovietica. La sua è una generazione a cavallo fra due mondi del resto, ma sembra volerci mostrare due facce della stessa medaglia, perché nulla in realtà muore in modo definitivo, ma si trasforma e diventa un atto di vita. “Quando sarò un insetto stanco e peloso/ anche allora mi spiacerà morire:/ è bello nuotare nel latte […] Corpi della poesia, voi siete sparsi qui e là, / come bossoli di plastica sparati/ che non sanno decomporsi.”

Valeria Dell’Era

BIAGIA MARNITI. LA POESIA PER SEMPRE di ELISABETTA STRAGAPEDE

Il 6 marzo del 2006 ci lasciava Biagia Marniti, la “principessa sveva”, come la chiamava Vincenzo Cardarelli, che ha attraversato l’intero Novecento senza mai smettere di scrivere poesie e di occuparsi di letteratura e di cultura.

Nata a Ruvo di Puglia il 15 marzo 1921, anno di fondazione del Partito Comunista d’Italia e del Partito Nazionale Fascista, in un periodo storico caratterizzato dalle lotte bracciantili, volte a rovesciare l’impostazione feudale del latifondo e ad affermare i diritti dei lavoratori, Biagia Marniti conserverà sempre nelle sue poesie il ricordo della sua terra ora dolce e operosa ora aspra e travagliata.

Sul finire degli anni Venti, la famiglia Masulli, era questo il cognome del padre, si trasferisce prima a Bari, poi a Roma dove Biagia studia lettere a La Sapienza e dove incontra Giuseppe Ungaretti, che sarà il suo mentore.

A Roma, poco più che ventenne, con il nom de plume Marniti inizia a pubblicare le prime poesie sulla rivista Quadrivio e su altre riviste letterarie dell’epoca. Frequenta i caffè, dove artisti e intellettuali si incontrano durante la Seconda Guerra Mondiale e nell’immediato dopoguerra per preparare il nuovo corso democratico dell’Italia e stringe amicizia con letterati del calibro di Arnoldo Bocelli, che la nominerà curatrice testamentaria del suo archivio letterario. In questa città, che è tutta un fermento culturale, si sviluppa la “poesia nuova” della “Quarta generazione”, alla quale inizialmente lei stessa aderisce.

La giovane Marniti sente l’urgenza di indipendenza e di emancipazione anche come donna del Sud, dal quale volutamente se ne è allontanata per laurearsi e intraprendere la carriera di bibliotecaria. Non dimentica però la sua terra, ribadendo le sue origini nel nome d’arte Marniti, costruito intorno al vocabolo marna, una roccia sedimentaria presente in Puglia, e nel nome di battesimo Biagia, che conserva quale orgogliosa affermazione della sua provenienza da un Meridione che resta presente nelle sue poesie non come nostalgica idealizzante, ma come luogo interiore oggettivato. Tante sono le poesie espressamente dedicate alla sua terra: Meridione, Terra di Puglia, Il carrubo di Parabita, Siamo altri figli, Il silenzio dell’ulivo e altre in cui esplicito è il richiamo a luoghi, paesaggi, modi e condizioni di vita della gente del Sud.

Roma è comunque la sua città d’elezione che, pur tra numerose contraddizioni, meglio risponde alla sua “necessità di canto”. Un canto che attiene al dettato ermetico del maestro Ungaretti, prefatore della raccolta poetica Più forte è la vita, pubblicata nel 1957 nella collana mondadoriana Lo Specchio, soltanto per l’essenzialità espressiva dei versi. Infatti, a partire da Nero amore rosso amore (1951), Città, creatura viva (1956) e successivamente Giorni del mondo (1967), Il cerchio e la parola (1979), fino a L’azzurra distanza (2000) e Implacabili indovinelli (2003), Marniti imporrà la sua voce originale e indipendente, vicina agli aspetti concreti e quotidiani dell’esistenza e alla denuncia delle sue contraddizioni e dei suoi eccessi. Per Marniti il poeta ha una sua precisa responsabilità che lo deve portare a essere onesto nei confronti di se stesso e degli altri, e questa peculiarità si deve tradurre anche nell’impegno al dialogo e alla denuncia di una società che si è sempre più allontanata dai valori umani della solidarietà e della condivisione, a vantaggio di un isolamento che spinge le persone a generare conflitti, individualismi, senso della precarietà e scollamento sociale. Infatti, costante della sua produzione poetica è il binomio amore e società. Marniti, benché scriva della sua personale esperienza d’amore, arriva a trascenderla e a renderla universale, poiché intende questo sentimento un valore alla base delle relazioni umane, del rispetto della natura e di tutte le forme viventi. Si prenda ad esempio la plaquette La ballata del mare e altre poesie del 1984, edizione fuori commercio che le valse il Premio Cima per inediti, poi inserita nella raccolta del 1990 Il gomitolo di cera. In questo poemetto in versi sciolti figurano quattro voci: il poeta, la visionaria, il viandante, la solitaria, più il coro, che chiude con una domanda senza risposta «Avrà fine la nostra ballata?», che mettono in risalto la decadenza dei nostri tempi.

Tra gli incontri e le amicizie importanti che hanno costellato la vita di Biagia Marniti vi è quella con Alba de Céspedes. De Céspedes per Radio Bari con il nome di battaglia “Clorinda” aveva diretto la trasmissione L’Italia combattente per contrastare il nazifascismo. Il loro sodalizio si tradurrà nell’impegno contro i pregiudizi nei confronti delle donne scrittrici e delle loro opere e nella condivisione di un percorso di emancipazione femminile espresso nella scrittura di entrambe. Emblematica e dai toni esortativi è la poesia Alle donne, di cui si riportano i primi versi: «Donna con ardente mano / scava il tuo pane, / avrai un canto e un nome».

Tra le numerose attività di Biagia Marniti c’è anche quella di traduttrice di scrittori e poeti francesi, interesse maturato con la frequentazione della Maison des Écrivains a Parigi, e quella legata alla traduzione della poesia antica, alla quale si ispira per lo stile conciso e lapidario degli epigrammi che dissemina nelle varie raccolte poetiche.

Marniti è stata anche scrittrice di racconti, giornalista e saggista. Sue le Lettere a Domenico Gnoli (1898-1901) e Il carteggio Bocelli. Inventario con Laura Picchiotti.

È stata tradotta in francese, spagnolo, inglese, rumeno, olandese e tra le ultime pubblicazioni c’è un’antologia dal titolo Loneliness Two Thousand del 2000 e la raccolta Implacabili indovinelli del 2003 che racchiude tutta la sua produzione poetica.

In una lettera del 1954 indirizzata a Giuseppe Ungaretti scrive: «Lei guida il tenue filo della mia vita che vive ancora solo per la Poesia».

Elisabetta Stragapede

Terra di Puglia

Terra di Puglia

Che nel mio sangue bruci la cenere

La disperazione degli avi,

il cuore ti chiama amore sconosciuto.

A est a ovest nell’isola sul fiume

Paesi e città io amo,

ma sono del Sud.

Forse un giorno tornerò alla mia collina

tra ulivi e mandorli cinerini nel sole d’estate,

ai braccianti agli artigiani

fra l’odore del basilico e garofani rossi.

Per il mondo la vita ora mi conduce.


Il cerchio e la parola

In questo mondo

mangia-idee e valori,

«asfittico», «traumattizzato», «frustrato»

fino alla ostentazione,

ma dove trecentomila muoiono

in poche ore,

a quale sorgiva speranza

si può tendere fiduciosi?

Forse si è ancora in tempo per scegliere,

per non annullarsi nel cerchio,

chiedere alla ragione

un discorso, un’azione,

una parola che illumini

o trascini coma la poesia.


Alle donne

Donna con ardente mano

scavi il tuo pane,

avrai un canto e un nome.

Conosco fanciulle bizzarre

cui la vita è sole,

ad altre la fatica

toglie anche il cielo.

Donna, ara il tuo nuovo solco,

nell’alba vicina sarai la più forte.

Fiore di spada noi canteremo.

Avanza libero giorno,

lunga canzone distesa

perché sia felice il mondo.


Sono terra che uomo ha scavato.

Ora porto radici di albero e fiori.

Sua sarà l’uva e la spiga

perché il seme più alto germogli.

IL DIAPASON DI DIO di GIULIANA DONZELLO

Dalla postfazione di Ivano Mugnaini

La raccolta Il diapason di Dio (di prossima pubblicazione) si inserisce nel percorso poetico di Giuliana Donzello come un momento di ricomposizione e di ricerca interiore, segnando un’evoluzione significativa rispetto alla produzione precedente. Se l’opera antecedente, Il silenzio delle cetre, aveva affrontato la cronaca storica e la tragedia della guerra con toni di invettiva e amarezza, focalizzandosi sulla rottura degli equilibri umani e sociali, la presente silloge sposta l’asse gravitazionale verso una dimensione metafisica e intimista. Qui, la musica non è più quella delle cetre silenziate dal conflitto, ma diventa la vibrazione fondamentale di un ordine cercato, un’accordatura dell’anima rispetto al trascendente. (…)

La raccolta è strutturata in due sezioni, Armonie celesti e Silenzi interiori, che delineano un movimento duplice: uno slancio verso l’alto, verso il divino e il cosmico, e un contemporaneo ripiegamento nell’intimità della coscienza. Questa bipartizione non va letta come una separazione netta, ma come un respiro unico, un’inspirazione ed espirazione del verso che cerca di colmare la distanza tra l’umano e l’assoluto.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura della Donzello mantiene la sua caratteristica essenzialità lirica, ma appare in questa sede più distesa e contemplativa. Il lessico è attraversato da una rete di immagini ricorrenti che costruiscono un coerente sistema simbolico: la luce, l’acqua, il tempo, il vento e la parola poetica stessa. Si osserva un uso frequente di metafore legate alla musica e al suono, che conferiscono al testo una ritmicità cadenzata, spesso vicina alla preghiera laica. Come si legge in Rinverdite speranze:


Parole musica del verso,
cara alla luce di un preciso incerto,
sogno l’esalta nell’ignoto incontro
avanti che salga in luce il nuovo giorno.
Tempo di riso, pianto di dolore,
ne legge il poeta i segni con fervore.
Li legge sul foglio, li rivede;
parole forti e chiuse, ferite stese
sul cuore, sanate come piume.
Terra di sole o di aspre acque, vive

il poeta il cielo di una stagione
che il vento muove ed ombre
e sepolte voci ricompone.


Miracolo è poesia, musica è il verso:
dal fondo di avari letti d’acque e ghiaie
rinverdite speranze salgono capovolte.

In questi versi si condensa la poetica dell’opera: la parola nasce dal fondo, dalla difficoltà (le ghiaie, i letti avari), ma possiede la capacità alchemica di capovolgere la prospettiva, trasformando la materia pesante in speranza leggera.
Un tema centrale è la concezione del tempo. Non più il tempo storico, scandito dagli eventi di cronaca, ma un tempo interiore, memoriale ed esistenziale. Le poesie esplorano il passaggio delle stagioni, il ricordo dell’infanzia e la consapevolezza del trascorrere. In Le cattedrali del tempo, l’autrice annota:

Innalza cattedrali il tempo.
Con teneri gesti allontana
il sogno di mille albe svanito.
Sottrae ogni notte lo scorrere paziente
delle ore lo sfumare dei colori,
l’odore pregnante di una terra
bagnata di lacrime liberatorie.
Tenero fiorire nella clessidra
di sentimenti: chicchi stretti
in grappoli dorati, pensieri
che in tenue luce si stemperano
nell’andare, dalla malinconia toccati.
Risalgono, come radi ciuffi
di erbe un declivio verde,
i fianchi dolci della memoria,
sotto una quieta luna coricata.
E un’eco marina,
non lontana,
riempie la notte. 

Qui il tempo non è solo distruttore, ma architetto di memorie, costruttore di spazi sacri nella mente. Tale approccio richiama, per certi aspetti, la ricerca ungarettiana della memoria come porto sepolto, dove gli oggetti e i ricordi diventano testimoni di un’identità che resiste all’oblio.
Tuttavia, mentre in Ungaretti la memoria è spesso legata alla tragedia storica e alla perdita, in questo lavoro di Giuliana Donzello essa assume una funzione più consolatoria, divenendo strumento di pacificazione.
La solitudine, altro motivo ricorrente, subisce una trasformazione rispetto alle opere precedenti.
Non è più l’isolamento doloroso causato dalla separazione o dalla guerra, ma diventa una «Solitudine gentile», una condizione necessaria al poeta per esercitare la propria libertà e ascoltare la voce interiore. È una solitudine abitata, popolata da presenze invisibili, da ricordi e dalla natura stessa, che permette la creazione poetica come atto di resistenza e di speranza. Nella poesia omonima, si legge:

Solitudine gentile

Dona il sole un tenue sorriso
al crinale su cui posa la sera
di una giornata di pioggia
rigonfia e intensa.
Poco tempo ora resta per godere
altre ore: coscienza certa
di una vita che più non basta.
Solitudine, al poeta forza
sola per vivere libertà, sognando
ancora dell’acqua il vigore
che tra la roccia zampilla;
soffio di vento che issa
il sudario della mia vela
e come corrente fa gridare
il sangue nelle vene.
Solitudine sola, elegante
e gentile, di una stagione
che diversa avanza ed ai tramonti
ama abbracciare l’alba
di questo mondo che arretra
e dei poeti la mente tormenta,
quando le stelle vibrano scrosci

di lacrime nella notturna volta.

Questa declinazione della solitudine avvicina la Donzello alla tradizione leopardiana dell’infinito, dove il limite e l’isolamento diventano la condizione imprescindibile per il pensiero e l’immaginazione, sebbene qui il tono sia privo di quel pessimismo cosmico, sostituito da una fiducia nella resilienza dello spirito.
Rispetto a Il silenzio delle cetre, si nota un’innovazione nella continuità del pensiero dell’autrice. Permane l’attenzione per la sofferenza umana e per il ruolo del poeta come testimone («Percorre il poeta il bordo delle strade»), ma cambia la modalità di reazione al dolore. Se prima prevaleva la denuncia esterna, qui prevale la trasfigurazione interna. Il dolore non viene negato, ma viene accolto e elaborato attraverso la parola, assumendo una funzione quasi sacramentale di cura e di elevazione. La spiritualità che attraversa i versi non si configura come adesione a un dogma, ma come ricerca di un contatto con una dimensione superiore («Impronta divina che avvolge»), dove Dio è invocato come garante di un ordine armonico e come destinatario di una richiesta interiore (…).
Elementi fondamentali si riscontrano anche nella geografia lirica della raccolta. Accanto ai luoghi dell’anima, compaiono riferimenti concreti come Venezia («Estate veneziana», «Bacino San Marco»), che diventano scenari di epifanie personali, dove il reale si compenetra con il simbolico.
La città lagunare, con le sue acque e le sue nebbie, si presta a rappresentare la fluidità della memoria e la bellezza effimera dell’esistenza (…).

Estate veneziana

Venezia nei mattini d’estate
aveva in bocca i mosaici
dell’Oriente ed i giardini verdi
dei riflessi delle sue chiese.
Ebbra io ero del suo sguardo,
naufrago nei suoi giochi di perla.
Ho vissuto il suo mondo di nebbie
e di maree, oggi distanti, e primordiali,
per quel che han segnato le orme
della vita: in pietà nascosta, carne segnata,
il tratto di uno scontento, evocando
il lungo viaggio, ancora scava.
Al suo canto fatto bevanda, alzato
ho il calice per libarmi del sorriso
della sua rosa d’acqua che so
di non dovere più cercare.
Dentro di me ella vive ancora,
per quel Dio che l’ha propiziata.


La natura non è solo scenario, ma partecipe attiva del sentire umano; alberi, mari, stagioni e uccelli diventano specchi nei quali si riflettono gli stati d’animo del soggetto poetico (…). Il divino non è distante, ma immanente nel gesto di protezione della natura.
In conclusione, Il diapason di Dio si presenta come un’opera di riconciliazione formale e sostanziale. Senza ignorare le asprezze della vita («Fiotto salato giunto dal mare / rimestato a gocce di sudore»), la raccolta propone una via di uscita attraverso la bellezza e l’armonia. La poesia è indicata come l’angelo che libera dall’amore amaro e dal torpore, strumento ultimo per non morire soli. Come si legge nella chiusura di Per non morire solo: «Poesia è l’angelo che lo libera / dell’amore amaro e del torpore / di cui si duole soltanto per / non morire / solo».
Il diapason di Dio chiude un ciclo di dolore aperto dalle opere precedenti, proponendo una resilienza fondata sulla consapevolezza della precarietà umana e sulla fiducia nella capacità rigenerativa del verso. L’autrice annota il mondo non per giudicarlo, ma per accordarlo, cercando nella parola quel punto di frequenza stabile che permetta all’anima di risuonare in sintonia con l’eterno. In questo senso, la silloge si configura come un tentativo di restituire al linguaggio la sua funzione originaria di nome e di canto, oltre la frammentazione del contemporaneo.
Forse il Diapason è la poesia stessa, o la capacità della poesia di individuare nelle frequenze dei gesti e degli oggetti più sani e profondamente umani gli accordi che rafforzano in noi la nostra umanità facendo da barriere a disarmoniche, lacerate e laceranti disarmonie.

Ivano Mugnaini

Il tempo degli aquiloni

Luce afflitta della sera.
Non suoni reclamano
parole profferte: l’ora mia
è nel tempo degli aquiloni
avvinti nell’aria, ammutoliti.
Nelle stanze che odoravano di neve
dormivo il sonno degli ontani.
Mi accompagnava il sogno
di verdi approdi, languide onde
e cantilene di remi e fiumi che
non volevano gettarsi nella foce.
Posava il cuore nella notte
su fondali d’acque lunari,
preso dall’ansia di una vita
agìta da impediti firmamenti.
Antico grembo stellare
svanito nel buio, tra i lembi
setosi di rapide aurore.



La stanza del cuore

Nell’ora tarda sale la pace
tra le gemme tenere
dove un ultimo raggio
vi indugia soave.
Straniati gli alberi,
di durevoli ore
fedeli guide e compagni.
Resta. Non ti eclissare

dalla stanza del cuore;
ti cerca quel sole
nelle orme che hai lasciato,
nel luogo dove sei
o dal quale te ne sei andato
nella fervida giornata
che per te forse è stata.
Con la sera screpola il vento
le argille che chiedono di bere,
brandisce per me il nero aratro
nel campo conficcato e bianco.
Eppure sotto questo brillio di stelle
serenità mi prende a comporre
per una promessa
che intensa di verità trabocca.

Giuliana Donzello


Giuliana Donzello è nata il 25 aprile 1949 a Venezia, dove ha conseguito la laurea in Lettere e successivamente si è specializzata all’Università di Firenze. Ha affiancato fin dall’inizio della sua carriera l’attività di docente a quella di ricercatrice, collaborando con il Dipartimento di Storia e Critica delle Arti Contemporanee dell’università di Venezia e con il Settore Arti Visive della Biennale. Ha pubblicato diversi saggi sull’arte e numerosi articoli sulla ricerca didattica, collaborando con riviste specializzate, tra cui “L’Educatore, Mensile di Pedagogia, didattica e servizi professionali per la scuola primaria”, dell’editrice RCS – Fabbri, Milano. Ha curato situazioni orientative e formative per il MIUR e l’Università di Venezia ed è stata relatrice e formatrice a convegni e seminari europei sulle tematiche dei linguaggi analogici e dell’inclusione.
Scrittrice e studiosa, tra le sue pubblicazioni vanno citate: “Arte e Collezionismo. Fradeletto e Pica primi segretari alle Biennali veneziane 1895-1926”, Editrice Firenze Libri, 1987; “Un ragazzo zingaro nella mia classe”, Editrice Anicia, Roma, 1998; “Il vento di Tampere”, Editrice Anicia, Roma, 2007, che è stato al centro del convegno sull’integrazione alla Commissione europea nel gennaio del 2008.
Dal 2008 si dedica alla scrittura creativa. “Il serbatorio dei sentimenti”, edito dalla casa editrice Progetto cultura 2003, Roma 2010, è stato il suo esordio letterario.
Sono seguiti: “La stagione delle cicale”, Seneca di Torino, 2012; II^ Edizione Aletti Editore, Guidonia (RM) 2013, opera insignita del II° Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo” 2016; “Fiori di sale”, II° Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo” 2017, BookSprint Edizioni, Bucino (SA), 2013; “Il tre periodico”, II° classificato al Premio Internazionale “S. Quasimodo” per la narrativa edita da Aletti Editore, Guidonia (RM) 2015; “Scritti d’Arte”, insignito del primo Premio Internazionale Cumani 2017 per la saggistica, edito da Aletti Editore, Guidonia (RM) 2016; “L’Ostatismo ultima impronta del Novecento”, Premio della Giuria al concorso “Scrittori per l’Europa” 2017, edito da Ibiskos Ulivieri, Empoli; Premio Astrolabio 2018, prima classificata Sezione poesia singola; “L’accusa del tempo”, Europa edizioni, Roma, 2018. Nel 2019 è stata insignita del “Premio per la Miglior Trama” al Dickens Books Awards, Napoli, e risultata vincitrice del Premio Letterario Internazionale “Maria Cumani Quasimodo”, sezione poesia singola; “Crisalidi”, Leonida Editrice, Opera vincitrice del Premio Maria Cumani Quasimodo 2022; “Arte, istituzione e potere. La Biennale di Venezia 1895-1942, Ctl Libeccio editore Livorno, 2021, insignito del “Premio Margherita Hack” 2023; “Crisalidi- Chrysalises”, testo italiano-inglese, Translation by Ivano Mugnaini, Leonida Editrice 2023; insignito della Targa al Merito per le doti artistiche e creative; “L’altana“, Leonida Editrice 2023, insignito della Targa al Merito per le doti artistiche e creative; “Un anno con… Calendario letterario”, Aletti editore, 2024; “Poesie d’amore e morte” con testo italiano e arabo, tradotte da Hafez Haidar, edite da Aletti, 2024; “Topografie di memorie”, secondo classificato al Premio Rocco Carbone 2023; “Il silenzio delle cetre”, opera vincitrice del Premio Internazionale Xenìa Book Fair, IX Edizione 2024, proposta al Premio Strega Poesia 2025, tradotta in inglese da Ivano Mugnaini e in ucraino da Indira Yakovenko; “Radici”, poesie scelte, in “Panorama della Poesia Contemporanea”, Aletti Editore, Villanova di Guidonia (RM), Premio “Voce della Poesia contemporanea” 2025; “Ebbrezze e naufragi”, Leonida Editrice 2026. Numerosi i riconoscimenti ricevuti. Diversi suoi testi sono riportati in antologie, riviste e dizionari di scrittori e poeti contemporanei. “Arte, istituzione e potere. La Biennale di Venezia 1895-1942”, “Crisalidi – Crysalises” e “L’altana” sono state insignite della nota critica e dell’attestato di merito da Salvo Nugnes alla Biennale di Milano 2023. Lo studio sulla Biennale veneziana tra le due guerre è stata insignita anche del Premio Margherita Hack 2024. “Topografie di memorie” si è aggiudicato il riconoscimento al merito artistico del “Premio Arte Biennale”, Venezia 2024 e del “Premio Spoleto” 2024 e “Canaletto” per l’eccellenza artistica. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, albanese, polacco, spagnolo e arabo e pubblicate in antologie, riviste, blog, cataloghi, quotidiani e dizionari ed enciclopedie di scrittori e poeti contemporanei.

EVENTI – POESIA FEMMINILE 2026 –


Il 21 marzo 2026

presso la Sala Convegni di San Benedetto a Conversano si tiene l’evento:

𝐏𝐎𝐄𝐒𝐈𝐀 𝐅𝐄𝐌𝐌𝐈𝐍𝐈𝐋𝐄

con il patrocinio del Comune di Conversano, città d’arte


Sono nata il 21 a primavera

 da Vuoto d’Amore, 1991

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera.


Alda Merini

(Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1º novembre 2009)


Progetto e direzione artistica di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐕𝐀𝐈𝐑𝐀𝐍𝐎, poeta e fondatrice del collettivo poetico: Circolo letterario Vento Adriatico.

POESIA FEMMINILE è una particolare occasione per dare voce a poete di particolare bellezza e scrittura, sia italiane che straniere.

L’evento approfondisce la conoscenza della scrittura femminile nei suoi diversi aspetti: gli interventi critici offrono una lettura storico-teorica della poesia femminile.

L’attenzione punta alle continuità, alle fratture e alle nuove forme di soggettività e di linguaggio: la poesia femminile come spazio di trasformazione storica e linguistica, dalle marginalità del passato alle voci plurali del presente.

Una riflessione sulle forme, sui temi e sulla libertà espressiva della scrittura poetica al femminile, tra memoria e contemporaneità.

Uno sguardo critico sulla scrittura poetica al femminile come luogo di resistenza, come spazio di ricerca linguistica, identità, rinnovamento e trasformazione.

La serata si articola in un percorso di introduzione, letture e interventi critici, con l’esposizione di opere artistiche, oltre a intermezzi musicali con voce soprano e pianoforte.


Introduzione di Antonella VAIRANO

Letture delle poesie di Mariangela GUALTIERI   Irina ASTACHOVA Arundhathi SUBRAMANIAM Elisa BIAGINI    Marcia THEOPHILO    Louise MICHEL    Joumana HADDAD Marguerite YOURCENAR   Sofija PARNOK    Paola MALAVASI    Vassar MILLER    Silvia KAPUTJKIAN.

Le letture a cura delle poete Antonella VAIRANO, Elisabetta STRAGAPEDE, Valeria DELL’ERA, Giulia SONNANTE (in rappresentanza del Circolo letterario Vento Adriatico).

Interventi musicali a cura di Rosanna DI CAROLO, soprano, accompagnata dal pianista Stefano Angelo GALIZIA

Opere delle pittrici: Grazia Teresa SALIERNO, Luisa VALENZANO, Maddalena MARFELLI

Sulla tematica dell’evento intervengono:

Anna SANTOLIQUIDO, poeta, scrittrice e saggista

Pamela PELLEGRINI, psicologa e psicoterapeuta

Gianni Antonio PALUMBO, docente di ‘Filologia della letteratura italiana’, ‘Metodologia della critica letteraria’ e ‘Letteratura italiana’.


Slancio e solitudine in Ernestina de Champourcín – letta e tradotta da Miriam BRUNI

(Vitoria 1905 – Madrid 1999)
 

Ernestina de Champourcín cresce in un ambiente colto, si forma tra letture intense e una precoce vocazione letteraria; negli anni ’20 e ’30 entra in dialogo con l’orbita della Generazione del ’27, distinguendosi per un tono intimo, essenziale, di grande finezza musicale.

Grande ammiratrice di Juan Ramón Jiménez, tra le raccolte anteriori all’esilio spiccano: En silencio…(1926), Ahora (1928) e La voz en el viento (1931).

Sposa il poeta Juan José Domenchina, con il quale condivide l’esilio in Francia e in Messico. Lavora come traduttrice presso il Fondo de Cultura Económica (FCE) e per le case editrici Centauro e Herrero; insegna Letteratura presso l’Instituto de Estudios Superiores Yacatia.

Dopo un periodo di silenzio creativo, nel 1952 pubblica Presencia a oscuras, esito di una profonda crisi religiosa che l’avvicina all’Opus Dei.

Morto il marito nel 1959, la  Champourcín compone ancora: El nombre que me diste…(1960), Cárcel de los sentidos (1964), Cartas cerradas (1968) e Hai-Kais espirituales (1968).

Rientrata in Spagna negli anni ’70, continua a scrivere con una sobrietà luminosa: pochi ornamenti, molta verità. Nel 1972 pubblica Poemas del ser y del estar. Successivamente escono Primer exilio (1978), La pared transparente (1984), Huyeron todas las islas (1988) e Los encuentros frustrados (1991).

L’ultima raccolta, Presencia del pasado, esce nel 1996, tre anni prima della sua morte.

È una poetessa da avvicinare in silenzio, perché lavora sui dettagli dell’anima, e perché la sua forza non sta nello “strappo” retorico, ma nella persistenza: una fedeltà alla parola che consola, interroga e, senza far rumore, resta.

Nel 1987 riceve il prestigioso Premio Euskadi di Poesia. 

Da “Cántico inútil” del 1936, ho scelto una poesia gagliarda e focosa, una poesia in cui Ernestina sente in sé l’impeto di un amore e di un carattere trascinanti. Eccola:


AMBICIÓN

 
¡Quisiera ser viento!
Ráfaga tendida
que arrastra en su beso
el polvo y la nube,
la rosa, el lucero…

No brisa apacible
que finge despechos
y siembra caricias.

Yo quiero ser fuego,
volcán de aire rojo
que incendie el secreto
de todas las ramas
y todos los pechos;

aquilón desnudo,
huracán de acero,
fragua donde forjan
su actitud los cuerpos.

¡Cuando voy a ti
quisiera ser viento,
para arrebatarte
más allá del cielo!

**** 

mia versione italiana

AMBIZIONE

Essere vento vorrei:  
raffica tesa  
che nel baciare trascina
polveri e nubi, 
petali ed astri.

Non brezza mite  
che finge dispetti  
elargendo carezze.

Essere fuoco voglio.
Vulcano d’aria rossa:  
il mistero incendiare 
di ogni petto
e ogni ramo;

Tramontana spoglia,
uragano tagliente,
fucina dove i corpi
temprano il proprio gesto.

Quando vengo da te 
vorrei essere vento, 
per trascinarti
al di là del cielo!


Di quasi cinquant’anni dopo è il secondo testo che vi propongo. 

Già il titolo della raccolta è altamente significativo dei profondi mutamenti esistenziali avvenuti: La pared trasparente (1984), La parete trasparente.

L’autrice è infatti tornata in patria, ma si ritrova sola e svuotata, bisognosa di incontri umani che riscaldino i corpi e le anime. Ma le città spagnole offrono altro, offrono viali, giardini, e gente, sì, ma che – almeno apparentemente – non ha tempo di fermarsi a conversare…


LAS CIUDADES ME OFRECEN

                                     (Soledad)
Las ciudades me ofrecen
sus calles, sus jardines,
sus largas avenidas
pletóricas de ruedas;
pero faltan miradas,
corazones abiertos
y brazos que se tiendan
para estrechar al otro.

Todo se ha congelado
en momentos adustos,
en una incontrolada
carrera sin sentido,
como si no supiéramos
que hay una sola muerte
y es inútil huir
del fin inevitable.

Faltan todas las cosas
que más se necesitan:
la pausa en compañía,
el hablar sin temor
a la réplica abrupta
del que nunca nos oye.
Hay que saber amar
también con el oído.
No hay en los que escuchan
afán de comprendernos.
Las palabras se extinguen
al cruzar el espacio
que separa a dos seres.

****

mia versione italiana

LE CITTA’ MI OFFRONO

                          (Solitudine)
Le città mi offrono
strade, giardini,
e lunghi viali
colmi di ruote;
ma mancano sguardi,
cuori aperti
e braccia alzate
per stringere l’altro.
Tutto congelato
in istanti severi,
in una incontrollata
corsa senza senso,
come se non sapessimo
che c’è una sola morte
ed è vano fuggire
all’ inevitabile fine.
Mancano tutte le cose
di cui c’è più bisogno:
la pausa in compagnia,
il parlare senza timore
della replica brusca
di chi non ci ascolta mai.
Bisogna saper amare
anche con l’udito.
In chi ascolta non c’è
desiderio di capirci.
Si spengono le parole
attraversando lo spazio
che separa due esseri.


A cura di Miriam Bruni

COSTOLA MADRE di ANNALISA MERCURIO – Una riflessione di Francesco D’ANGIÒ

Scrivere la maternità senza pacificazione

Costola Madre (ChiPiùNeArt Edizioni, 2025) di Annalisa Mercurio non è un libro “sulla maternità”. O, almeno, non lo è nel senso addomesticato e riconoscibile che questa formula suggerisce. Non c’è, in queste pagine, l’intenzione di restituire un’esperienza esemplare, né quella – oggi frequente – di rovesciare il mito materno in chiave polemica o dichiaratamente anti-retorica.

È un libro che accompagna un passaggio, di quelli che appartengono a una categoria discreta e necessaria: non costruisce una storia, non accumula eventi, ma procede per soste, per frammenti, per brevi testi che sembrano segnare un tempo interiore. Ogni parola misura la distanza che c’è tra ciò che è stato e ciò che non può più essere trattenuto.

In un appunto finale l’autrice esplicita la natura del libro: Costola Madre è una raccolta di ventisette poesie dedicate alla figlia primogenita in occasione del suo diciottesimo compleanno. Una precisazione che non ha il tono della spiegazione, ma quello della consegna. Anche il numero dei testi non è casuale: ventisette è il giorno della nascita della figlia, ma è anche un numero che rimanda all’idea di passaggio, di trasformazione, di chiusura di un ciclo che ne apre un altro. La raccolta si dispone così come una soglia, più che come un punto di arrivo.

Non c’è alcuna idealizzazione né volontà di costruire un discorso esemplare. La voce che attraversa le poesie non rivendica un ruolo, non cerca di fissare un’identità. Si muove piuttosto in uno spazio instabile, dove il legame con la figlia è già cambiato e continua a cambiare, e dove la parola arriva quando molte cose sono già accadute.

C’è un momento preciso in cui la maternità smette di essere un atto di accudimento per farsi pura testimonianza.

Questo passaggio viene catturato con una scrittura che non concede nulla al sentimentalismo di maniera.

Il volume si muove lungo il confine sottile dei diciotto anni della figlia Sofia, ma sarebbe riduttivo leggervi solo una ricorrenza biografica. Siamo piuttosto di fronte a una partitura poetica dove il corpo – quello della madre e quello, ormai autonomo, della figlia – diventa il metro di misura del mondo.

L’originalità della raccolta scaturisce già dal titolo che pare quasi una dichiarazione d’intenti anatomica. La “costola” non è qui il simbolo di una subordinazione mitologica, ma l’ossatura di una relazione che si è fatta struttura. Se il ventre è l’organo della simbiosi, la costola è quello della protezione e del limite; suggerisce una solidità che sostiene il respiro senza soffocarlo. L’autrice scrive come se stesse tracciando una coreografia sulla pagina. I suoi versi non si limitano a descrivere un’emozione, ma ne mimano la dinamica muscolare. C’è una tensione costante tra il desiderio di trattenere e la necessità di lasciare andare, un gioco di contrazioni e rilasci che rende la parola quasi tattile.

Non è un caso che la densità di questi ventisette testi si nutra di sottrazioni. Mercurio opera una pulizia radicale eliminando l’aggettivazione superflua per arrivare alla “nudità” del senso.

In questa economia del dire, il bianco della pagina smette di essere uno spazio vuoto e diventa un silenzio attivo, un tempo di attesa necessario affinché la voce della figlia possa finalmente risuonare fuori dal coro materno. La maternità, in questa prospettiva, non è un traguardo ma un cantiere aperto, un’opera che si compie proprio nel momento in cui l’autrice accetta di farsi margine, ombra feconda, lasciando che l’altro abiti la propria interezza.

Si avverte, tra le righe, un’urgenza che non è mai grido, ma soffio controllato. È la stessa precisione del gesto atletico che si trasforma in precisione metrica. Il diciottesimo anno diventa la soglia metafisica dove il tempo della cura cede il passo al tempo del riconoscimento: la madre riconosce la figlia come un’alterità assoluta, un essere che, pur nato da una propria costola, ora respira con un ritmo proprio, inafferrabile e libero.

Pedagogia del distacco: l’educazione all’invisibile

Educarti al silenzio

di ombre inghiottite dalla notte,

alle risacche, al conto delle onde.

Alle cose protratte all’infinito

ai vicoli ciechi, ai cerchi

difficili da chiudere.

Il ruolo della madre, in questa raccolta, si sposta dall’alveo della protezione a quello dell’istruzione esistenziale. Lo leggiamo chiaramente in questa poesia che apre la raccolta, quando l’autrice scrive di voler «Educarti al silenzio / di ombre inghiottite dalla notte». Il silenzio in questione non è assenza di suono, bensì una condizione necessaria per imparare a stare nel mondo senza l’ingombro delle certezze precostituite. È un’educazione alla pazienza e all’ascolto di ciò che scompare, una preparazione alla perdita che è parte integrante del crescere.

L’immagine delle «risacche» e del «conto delle onde» ci riporta subito alla natura ciclica e talvolta vana dell’esistenza.

Contare le onde è un esercizio di contemplazione dell’infinito che non approda a una somma definitiva: è il riconoscimento di un ritmo che ci sovrasta. Il tono di questi versi iniziali è muscolare e ritmico, mimando il moto perpetuo del mare; un movimento che torna su sé stesso senza mai chiudersi.

Nella chiusa del componimento Mercurio parla di «cerchi / difficili da chiudere», un’ammissione di vulnerabilità che rompe lo schema della madre onnipotente.

Educare la figlia ai «vicoli ciechi» significa consegnarle il diritto all’errore e all’incompiuto. La perfezione non è più l’obiettivo; lo è invece la capacità di restare in piedi anche di fronte a ciò che resta aperto, a ciò che non trova una soluzione immediata. È in questo riconoscimento della difficoltà che si attua il vero passaggio di testimone: la madre non offre risposte, ma strumenti per abitare degnamente l’incertezza.

Lo spazio della soglia: tra custodia e abbandono

Se l’educazione al silenzio e all’incompiuto rappresenta la base di questa pedagogia poetica, è nella gestione dello spazio – inteso come distanza fisica ed emotiva – che la scrittura della Mercurio raggiunge vertici di particolare nitidezza. Non c’è compiacimento nel dolore del distacco, né l’enfasi tipica del sacrificio materno. Al contrario, si avverte una sorta di asciutta accettazione. C’è la consapevolezza che per permettere all’altro(a) di essere “intero”, bisogna accettare di diventare frammento.

Il verso si fa dunque frontiera. In questa Costola Madre la parola non serve a trattenere la figlia entro il perimetro della casa o del ricordo, ma a spingerla verso l’esterno, verso quei vicoli ciechi che diventano, con paradosso, luoghi di scoperta necessari. È un atto di fede laico: la madre smette di essere scudo per diventar orizzonte, un punto di riferimento che non limita il cammino, ma ne definisce la prospettiva. Questa postura etica si riflette in una scelta lessicale che privilegia i termini della stabilità e, simultaneamente, quelli dell’evanescenza, creando un contrasto che è il cuore pulsante della raccolta.

La crudeltà del principio e la metamorfosi dell’ala

Hai masticato sangue denso

e respirato acque scure

di una placenta inospitale.

Hai scelto questo corpo capace

di succhiare uova al nido.

Hai sfondato la cresta delle scapole

dando vita ad ali che cominci a schiudere.

Se nella lirica precedente la voce materna si faceva guida verso l’immateriale, qui la parola si fa sangue, placenta e ossa.

L’autrice spoglia la gestazione da ogni ipocrita rassicurazione metafisica per restituirci la violenza necessaria della nascita. Scrivere che la figlia ha «masticato sangue denso / e respirato acque scure»significa riportare la maternità a una dimensione di lotta primordiale. Non c’è la “dolce attesa”, ma una «placenta inospitale» che costringe alla sopravvivenza, un corpo che, per nutrire l’altro, deve accettare di essere in qualche modo consumato, «capace di succhiare uova al nido».

Questa “ferocia” biologica è fondamentale per comprendere l’inattaccabilità della poetica di Annalisa Mercurio: il legame madre-figlia non è un idillio, ma un innesto faticoso. L’immagine della figlia che ha «sfondato la cresta delle scapole» è un vertice di potenza espressiva dove la danza e la parola si fondono definitivamente. La scapola, osso del movimento e dell’appoggio, viene infranta dall’interno per dare vita a qualcosa di radicalmente nuovo. È un’immagine di rottura fisica che precede la liberazione.

L’ala non nasce per magia, ma per “sfondamento”. Le ali che cominciano a «schiudere» sono il risultato di una resistenza vinta, di un’energia che ha dovuto farsi strada attraverso la materia dura del corpo materno. In questa prospettiva, il distacco dei diciotto anni non è un allontanamento doloroso, ma il compimento naturale di un’evasione iniziata già nel grembo. La madre, nella visione dell’autrice, è colei che fornisce le ossa da rompere affinché l’altro possa finalmente volare. La maternità è dunque, in ultima analisi, un generoso atto di sfacelo: restare “costola” affinché l’altro sia ala.

La Cattedrale del tempo: tra sacrificio e opera in divenire

A ogni clangore del giorno

per guardarti crescere

bisogna un po’ morire

al rintocco di ogni istante

in questa cattedrale

dove tutto rimbomba

anche l’ultima ora

l’invito a nozze della falce

e delle ali che portano il mio nome

spiegate su una sedia, da indossare.

Disciogliersi nell’acqua

del tuo tempo fragile da preservare,

nel fondo tinto di vetro antico quale sei.

Nella malia di un’opera d’arte in divenire.

Se il corpo è stato il teatro di una lotta primordiale per la sopravvivenza, la fase successiva di questa “coreografia del distacco” si sposta in una dimensione quasi sacrale.

Nella lirica che recita «A ogni clangore del giorno / per guardarti crescere / bisogna un po’ morire», la poeta tocca il vertice del paradosso materno. Qui il “morire” non è annullamento, ma una sottrazione consapevole di sé; è un farsi da parte affinché lo spazio vitale sia interamente occupato dall’altro. La vita della figlia è un rintocco che rimbomba in una «cattedrale» dove anche «l’ultima ora» e «l’invito a nozze della falce» perdono il loro carico di terrore per diventare parte di un ciclo naturale e solenne.

In questo scenario, l’immagine delle «ali che portano il mio nome / spiegate su una sedia, da indossare» è di una potenza visiva straordinaria. Suggerisce che l’identità della madre, una volta esaurita la funzione di “costola” e di guscio, diventi un abito, uno strumento che la figlia può scegliere di indossare per volare. Non è più un legame viscerale, ma un’eredità leggera, pronta all’uso, deposta con cura su una sedia. La madre accetta di «disciogliersi nell’acqua», di perdere i propri confini solidi per diventare il liquido che preserva il «tempo fragile» della figlia.

L’inattaccabilità della posizione di Annalisa Mercurio risiede nel rifiuto della staticità. La figlia non è un oggetto finito, ma un «fondo tinto di vetro antico», una materia preziosa e trasparente che riflette la luce in modi sempre nuovi. Definirla un’«opera d’arte in divenire» significa riconoscere che il lavoro della madre è concluso proprio perché l’opera ha iniziato a respirare e a mutare da sola. C’è l’incanto di chi ha smesso di plasmare (la madre) e ha semplicemente iniziato a guardare. La Costola Madre ha assolto il suo compito: ha ceduto la sua sostanza per permettere alla bellezza di manifestarsi nella sua forma più libera e inafferrabile.

Il desiderio precipitato e l’enigma del ventre

Alzati. È S. Lorenzo.

Andremo a cercare code

di stelle cadute e luci

striscianti sotto le foglie.

Nel riquadro della casa di fronte

un’ombra controluce attende

precipiti un desiderio.

Il mio sei tu. Alzati.

Ci attende l’iridescenza

del mare in amore.

Andremo scalze a cercare

ulcere di luce a mani crude

e spurgando veleno dal costato

ci chiederemo perché – tra tanti –

sei caduta nel mio ventre.

Se la raccolta è un’architettura del distacco, il componimento finale che chiude i ventisette canti opera un ultimo, suggestivo spostamento temporale verso l’origine. In una notte  di San Lorenzo, simbolo di attesa e desideri affidati al cosmo, la Mercurio invita la figlia a un rituale di ricerca: «Andremo a cercare code / di stelle cadute e luci / striscianti sotto le foglie».

Non è più l’educazione al silenzio del primo testo, ma una chiamata all’azione sensoriale e magica. Una chiamata dove l’autrice definisce la figlia come il proprio desiderio “precipitato”: «Il mio sei tu. Alzati». In questo imperativo si concentra tutta la forza della volontà materna che si è fatta carne.

Senza dimenticare la componente di dolore e di “sporcizia” del vivere. La ricerca avviene «a mani crude», spurgando il «veleno dal costato». È un richiamo potente alla “costola” del titolo: il costato è il luogo della ferita, ma anche della purificazione.

La chiusa del componimento e, credo, della raccolta, approda a una domanda che resta sospesa.

A cura di Francesco D’Angiò

 


Annalisa Mercurio nasce a Rimini nel 1969.

Dal 2000 vive in Puglia, terra che segna il suo verso, così come lo segnano gesto e corpo.

Danzatrice classica e contemporanea sente la scrittura come estensione della propria fisicità.

Nel 2020, complice il lockdown, inizia a salvare i propri scritti e ad aprirli al pubblico, pubblicando su Le Parole di Fedro, Poetarum Silva, Franco Genzale e alcune antologie.

Nel 2022 si aggiudica il Premio speciale del Direttore artistico al Premio internazionale di poesia Culture del Mediterraneo 2022.

Nel 2023 pubblica la sua prima silloge ‘Muovimi il fiato’ per Chipiùneart edizioni. Con questa raccolta vince il primo premio al concorso “Antica Pyrgos” (Presidente di giuria Antonio Veneziani).

Nel 2024 cura, per la casa editrice Divergenze, il saggio di Elisa Kirsh “Gastarbaiterliteratur”.

Attualmente fa parte della redazione di Le parole di Fedro, dove cura la rubrica “Figuracce retoriche”.


Annalisa Mercurio
Costola Madre – ai cerchi difficili da chiudere- ChiPiùneArt Edizioni, 2025

Louise Labé (1524?-1566) la belle cordière, fra storia e leggenda – di Valeria DELL’ERA


Louise Labé, nata Charly, la belle cordière, soprannome dovuto a suo padre Pierre Charly, detto Labé, artigiano e imprenditore cordaio di Lione, manifattura importante a quel tempo (pensiamo alle sartie delle navi ad esempio), poi moglie di un altro cordaio, molto più anziano di lei. Siamo nella prima metà del XVI secolo, Louise vive la sua vita a Lione, conduce una vita agiata, ha un’istruzione (forse un precettore o in convento, difficile credere che in famiglia se ne siano occupati), conosce lo spagnolo e l’italiano, pratica equitazione e scherma, sport maschili all’epoca, suona il liuto, riceve e conosce il meglio dell’intellighenzia poetica francese.  Cortigiana (plebeia meretrix addirittura per Giovanni Calvino, se mai l’ha così definita) al centro di pettegolezzi, molto corteggiata per la sua bellezza, ma forse anche per la sua ricchezza. Donna indipendente, con una mentalità aperta non comune nel XVI secolo. Nel 1555 lo stampatore lionese Jean de Tournes, suo amico, noto per aver edito molti autori antichi e umanisti coevi, nonché alcune poetesse rinascimentali italiane, pubblica il volume Euvres de Louïze Labé Lionnoize  che contiene tutto quanto scritto e attribuito a Louise Labé. Si tratta di uno scritto in prosa Le Débat de Folie et d’Amour, tre lunghe elegie in distici decasillabi ispirate ai modelli ovidiani dell’Ars amatoria e ventiquattro sonetti d’ispirazione petrarchista. Il tutto preceduto dalla dedica all’amica e scrittrice Clémence de Bourges dove, rivolgendosi alle donne dice “[…] je ne puis faire autre chose que prier les vertueuses Dames d’élever un peu leurs esprits par-dessus leurs quenouilles et fuseaux […]”, elevare cioè le loro menti andando oltre il fuso e la conocchia, incitando le donne a occuparsi di cultura e scienza oltre che di faccende domestiche. Aggiunge poi: ”Et outre la réputation que notre sexe en recevra […] les hommes mettront plus de peine et d’études aux sciences vertueuses, de peur qu’ils n’aient honte de voir précéder celles, desquelles ils ont prétendu être toujours supérieurs quasi en tout. Pour ce, nous faut-il animer l’une l’autre à si louable entreprise […]”, non solo insomma le donne saranno così più considerate, ma gli uomini miglioreranno (sintetizzo) per non provare vergogna nel vedersi precedere da quelle a cui hanno preteso essere superiori quasi in tutto. E per far questo occorre che tutte noi insieme ci impegniamo  (la solidarietà femminile…). Diverse altre edizioni del libro faranno seguito, il che testimonia il successo di pubblico che ottennero i versi della poetessa. Riscoperta durante le Lumières, nell’Ottocento il critico letterario Sainte-Beuve ne sancisce ufficialmente il valore. In Francia oggi la poetessa Louise Labé è apprezzata, presente nei manuali scolastici insieme agli altri autori della Renaissance, dal 2000 è nei programmi dei concorsi nazionali, nel 2016 le Poste francesi le dedicano un francobollo, una targa ricorda il suo bureau d’esprit, una scultura è dedicata a lei a Lione, insieme soprattutto a studi ed altri importanti e dovuti riconoscimenti. In Italia, nonostante alcune nostre affermate scrittrici (Morante, Maraini…) ne abbiano sostenuto l’importanza, sottolinea l’appassionato studioso Francesco Piccione, Louise Labé non è nota quanto dovrebbe al di fuori di un ambito specialistico di studi. Femminista ante litteram, amante appassionata, donna emancipata, addirittura la prima donna ad aver pubblicato un libro in vita, tutto questo ha, insieme soprattutto ai secoli trascorsi naturalmente, creato un’aura di leggenda. Pochi in realtà i documenti scritti dell’epoca, tra cui il testamento, quindi poche le certezze. In un’epoca poi in cui la parola poetica è anche lo strumento per fare un po’ teatro, per colpire o lodare qualcuno, per non parlare del copia-incolla-aggiusta dei modelli di riferimento, l’imitazione degli Antichi. Nel 2006 la studiosa Mireille Huchon (specialista sorboniana negli studi sul Rinascimento francese, la scuola lionese ecc.) scrive un libro dal titolo Louise Labé: une créature de papier il cui titolo la dice già lunga. Louise Labé “s’inscrit dans ce qui deviendra […] une grande tradition française, celle de ces autrices supposées, objet de prédilection des écrivains mâles qui ont donné plumes aux Bilitis, Clotilde de Surville, Clémence Isaure, Clara Gazul, Louise Lalanne”; la poetessa, la cui esistenza non è comunque messa in discussione, s’inserirebbe insomma, secondo la studiosa, in una tradizione francese, quella delle presunte autrici, prestanome di scrittori maschi. Ipotesi del resto discussa in altri studi recenti. Naturalmente questo non fa che aumentarne il mistero e il fascino. Ma in quale contesto storico e soprattutto culturale cresce Louise Labé? L’arco della sua vita è coperto dai regni di Francesco I ed Enrico II, il primo fu il monarca che, attraverso le guerre d’Italia, portò in Francia il Rinascimento italiano, il cui mecenatismo consentì di circondare la sua corte di artisti e letterati anche stranieri (Leonardo da Vinci). Joachim Du Bellay pubblica La Défense et illustration de la langue française. Un grande momento per l’arte e la cultura. Si vuole esaltare la bellezza della poesia, traendo ispirazione dagli autori greci e latini e, in tal senso, nasce la Pléiade con a capo Pierre Ronsard. Come in Italia il Rinascimento portò il desiderio di conoscere, studiare, uno spirito di libertà maggiore, allargò gli orizzonti della mente. La ventata di aria nuova favorì la nascita della poesia femminile: fra le altre Vittoria Colonna, Veronica Gambara o Isabella di Morra che dal suo triste castello di Valsinni sogna la corte di Francia dove si trovava suo padre. Anche in Francia del resto le poetesse non mancano. Zoomando sulla città di Lione dove vive Louise Labé troviamo, insieme alle guerre di religione e alla peste che pare sia stata la causa della sua morte, una realtà molto vivace sia da un punto di vista commerciale ed economico, intensi i rapporti con l’Italia, sia culturale e poetico (qui si possono incontrare Clément Marot o François Rabelais per citare solo loro), la scuola di Lione con Maurice Scève che introdusse la giovane Louise nel suo cenacolo letterario, forse su indicazione della sua amica aristocratica poetessa Pernette Du Guillet.  In poesia impera il nostro Petrarca, ammirato e imitato. Il tema centrale che ritroviamo nei versi di Labé è infatti l’amore con i suoi conseguenti chagrins, quando non ricambiato. Non bisogna però dimenticare che il modello poetico imitato è maschile (Francesco…) e l’amore è quello verso una donna; nel nostro caso, come per altre poetesse, il canto della passione è rivolto a un uomo e nei versi di Labé si avverte decisamente il sentire femminile.

Le versioni in italiano dei sonetti sono diverse (Giudici, Fortini, Paccioni, Raboni, Valduga…). Chi traduce un po’ tradisce, si sa, ancor più quando la lingua si allontana nel tempo, in questo caso il francese moyen del lontano XVI secolo, per giunta poesia, ma altrimenti non si può fare e, persino se chiedessimo lumi in un’impossibile intervista alla Labé, le traduzioni avrebbero sfumature e stili differenti. ll Sonetto VIII (traduzione mia, dove cerco di insistere sull’intensità del lessico) è tra i più celebri, la bellezza risiede nell’uso che la poetessa fa della figura retorica dell’antitesi per descrivere la passione amorosa con le sue opposte emozioni, le coppie vita-morte, fuoco-acqua, ridere-piangere…

Io vivo, io muoio; io brucio e annego.

Ho caldo estremo e il freddo patisco

Morbida troppo mi è la vita e troppo dura;

Ho grandi tristezze intrecciate alla gioia.

Di colpo rido e piango

E nel piacere soffro pene grevi;

La mia felicità si allontana e per sempre dura;

Nello stesso momento inaridisco e germoglio.

Così Amore mi conduce incostante

E quando penso trovarmi nella più grande sofferenza

All’improvviso son fuori da ogni pena.

Poi quando credo la mia gioia essere certa,

Essere al culmine della mia felicità desiderata,

Lui mi riporta nel mio dolore di prima.

Nell’altrettanto celebre Sonetto II che segue (traduzione di Enzo Giudici che per primo tradusse in italiano l’opera della poetessa e che conserva l’aspetto ritmico e formale dei versi) l’uomo diventa oggetto del desiderio erotico femminile, non è un amore “angelico”, ha una precisa fisicità, parte dagli occhi neri, dagli sguardi, poi il sorriso (la bocca quindi), la fronte, i capelli, le braccia, le mani e le dita; l’ambito lessicale prevalente è quello del fuoco, la passione. Dove tradotto donna in francese troviamo femelle, femmina, scelta lessicale brutalement érotique, come suggeriscono in una nota i curatori dell’opera Clément e Jourde. L’amore non è ricambiato, nell’ultimo bel verso la poetessa si chiede come sia possibile che di tutto il fuoco di cui arde non sia su di lui volé quelque étincelle. Si tratta forse del diplomatico e poeta (connubio di professioni frequente all’epoca) Olivier de Magny, suo amante, sempre forse, che non mantenne le sue promesse… Comunque i primi otto versi sono uguali al sonetto 55 di Olivier de Magny. Chi ha imitato chi?

O neri occhi, o fuggitivi sguardi

O sparsi pianti, o sospiri infocati,

O notturni silenzi invan bramati,

O vane aurore riapparse tardi:

O lamenti, o desiri ognor gagliardi,

O effuse pene, o giorni consumati,

O continuo morire in mille agguati,

O per me pronti ben più crudi dardi.

O riso, o fronte, o capelli, o braccia, o mani e dita:

O liuto, o viola che a pianger m’invita:

Perché donna ne bruci, ahi qual favilla!

Di te mi dolgo, che in tanto disìo

D’arder con mille faci il petto mio,

Non sia su te volata una scintilla.

La poesia, simbolicamente personificata dal liuto a cui si rivolge (petrarchismo diffuso) è l’altro tema in questo Sonetto XII (traduzione mia), il suo ruolo di amica, testimone delle sofferenze, consolazione, tuttavia non riesce alla fine il liuto a esprimere musica di gioia, ma rende il male dolce, o forse è il male d’amore a contenere di per sé dolcezza.

Liuto, compagno della mia sventura,

Testimone perfetto dei miei sospiri,

Tu che sincero vigili le mie sofferenze

Spesso con me hai pianto!

E così tanto il pianto triste ti ha oppresso

Che non appena cominciavo con un dolce suono

Tu subito lo rendevi lamento,

Mutando il tono da te cantato

E se voglio forzarti a fare il contrario

Ti distendi costringendomi così a tacere,

Ma vedendomi dolcemente sospirare,

Cantando la tristezza del mio lamento

Ad accettare costretta sono i miei tormenti

E di un dolce male dolce fine sperare.

Il canzoniere si chiude con il Sonetto XXIV in cui la poetessa si rivolge ancora una volta, come ha fatto nella dedica iniziale all’amica, ma anche nell’Elegia I dove sollecita la “compassione” femminile invece che la critica, alle donne, quelle donne lionesi che evidentemente si scandalizzavano per i suoi “facili costumi”, o che erano invidiose, una mise en garde molto femminile. Dopo aver detto

Non condannatemi, Signore, se ho amato,

Se mille torce ardenti ho sentito

Mille tormenti, mille dolori intensi,

Se piangendo il mio tempo ho consumato,

Non parlate male di me.

Se ho sbagliato, i tormenti sono qui,

Non inasprite le loro fitte violenti […]

conclude elegantemente dicendo di fare attenzione perché le sofferenze d’amore possono riguardare anche loro: Amore potrà, se lo vorrà, colpirle… Insomma, stiano attente, non facciano troppo le virtuose…

Valeria Dell’Era

Poete di Puglia Antonella VAIRANO

L’universo

Il tempo

lo giravo nelle dita

da mano a mano

È sazio

tutte le volte

Rutta come un brigante devoto.

Queste necessarie vulnerabilità

che tutte le parole balbettano

Naufragano gloriose

sotto questo pezzo di ferro

Come cose consuete

di lato su questo collo storto

Cicale dal canto uguale

Infallibili come salvezza insorta

 mi premono.

E mi giro la chiave

sempre due volte

per accordarmi alla fatalità dell’universo.

Nessun anno nuovo mi confonde gli occhi.

**

Legarsi al vento

In questo mondo distratto

arriva in lontananza un cielo sconcio

A queste sorelle

dai fianchi sommersi

Avrei chiesto un cesto di lumache vive

o l’unghia di un mezzo amore

Per rigar le stelle, nelle giunture dei denti.

Non farmi sola.

Legarsi al vento

o al sole rosso

è sola una storia inferiore

lo sbigliettamento al confine

è solo per un dio povero

che ancora non beve assenzio.

**

 A Ingeborg Bachmann

Se la poesia è necessaria come il pane

dove andrò quando resterò con una parola sola?

L’esercizio dei funamboli si è fatto mistero

sotto una stella dissolta

In cielo i granai sono in fiamme

E il fondo di questa tazza

ha un sapore così forte!

Tra i capelli ho tutta la luce

prossima al giorno

Perché queste dita genuflesse

sono fili di perle

che non vanno a dormire

 Perché questa volta l’anima

 è come una vergine rigida

di fianco all’oracolo del desiderio

Perché se non si è soli da soli

allora veniamo tutti dallo stesso girone

E nessuna parola può dire qualcosa.

**

Le liriche sono tratte da: A. Vairano, IL BENE PROFONDISSIMO, Controluna Edizioni di Poesia, Roma, 2024


Antonella VAIRANO nasce a Conversano (Bari).

Ha conseguito riconoscimenti a Premi letterari nazionali ed internazionali. Coautrice di diverse antologie di poesia contemporanea. Le sue poesie sono presenti in riviste letterarie e pubblicate su quotidiani e siti on line.

Ultima sua pubblicazione è Il mondo s’è fatto male (Csa editrice, 2019) con prefazione di Maria Grazia Calandrone.