INTERVISTA a Grazia MAREMONTI a cura di Rosaria Ragni LICINIO

POESIA COME CANTO DI UN MONDO INNOCENTE
INTERVISTA a Grazia MAREMONTI in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico a cura di Rosaria Ragni LICINIO

Grazia Maremonti è poeta e cantante. Nata a Taranto esordisce negli anni ’80 come corista e poi come cantante solista, si esibisce con vari gruppi locali vincendo diversi premi nazionali e partecipando a programmi radiofonici e televisivi. In seguito ottiene una borsa di studio per interpreti di musica leggera presso il C.E.T. fondato e diretto da Mogol, conseguendo il relativo diploma.
Come autrice di poesia ottiene negli anni vari riconoscimenti, tra i quali: Premio Maria Cumani Quasimodo 2017, Premio Nazionale Alda Merini Brunate Como 2019, Premio Margherita Hack di Spello 2022, Premio Van Der Toorn Roma 2023, Premio Nazionale Città di Taranto 2021 e 2022, Premio Internazionale Ovidio 2023, Premio Gocce di memoria 2018 e 2023.
I suoi versi sono inseriti in antologie poetiche: Antologia Habere Artem, Poeti d’Italia, Antologia di Primavera e di Autunno CGL Edizioni e Casa editrice Pagine, Enciclopedia di Poesia Italiana Contemporanea della Fondazione Luzi 2018/2019.
Nel novembre 2022 pubblica la silloge intitolata “La mia città era innocente”, poesia con la quale nel 2021 si classifica seconda per la sezione poesia al Premio Nazionale Città di Taranto e prima classificata, per lo stesso premio e stessa sezione, nel 2022 con la poesia “Sul finire di maggio”. A dicembre 2023 si classifica quarta per la sezione poesia al Premio Letterario Internazionale Ovidio di Sulmona.
Nella primavera 2023 entra a far parte della Compagnia Poetica Itinerante Tarantina, progetto culturale di divulgazione poetica grazie ad una formula di reading musicato e teatralizzato.
A Febbraio 2024 viene insignita del Premio Taranto Poesia e Impegno Civile 2024 del Festival Internazionale di Poesia e Letterature del Mediterraneo e della Menzione d’Onore alla unanimità della Giuria del Premio Letterario Internazionale La Ginestra di Firenze per la silloge “La mia città era innocente”.
Terza classificata nella sezione poesia inedita per il Premio Letterario Internazionale “Pluriverso femminile” di Lecce in collaborazione con l’Università del Salento, premio dedicato esclusivamente alla scrittura al femminile.
Seconda classificata nella sezione miglior libro edito di poesia per il Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto” il 28 settembre 2024.
Prima classificata per la sezione poesia per il Premio Letterario Nazionale “Niny Rucco” di Lecce a fine dicembre 2024. Diploma d’Onore con menzione di encomio per la poesia “La mia città era innocente” per il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti VII edizione – febbraio 2025.
- Grazia, ha scritto la silloge pluripremiata “La mia città era innocente”, il titolo appare come una sorta di denuncia; a tal proposito, crede ci siano dei “doveri” morali da parte di un poeta nei confronti del territorio in cui vive?
Ritengo che il primo dovere morale di un poeta sia verso sé stesso, nell’essere sempre e assolutamente, voce del proprio tempo reale e del proprio territorio interiore. Tanto quanto l’espressione di sé, importante è essere traduzione del luogo da cui si proviene e di quello cui si appartiene per nascita o per scelta. Non credo si possa vivere avulsi dal contesto in cui si vive, lasciando fuori dalla propria quotidianità la vita che attorno a noi si svolge. La voce di un poeta può parlare oltre i limiti dell’ordinario, cogliendo gli aspetti che agli sguardi veloci sfuggono. È un soffermarsi sui dettagli che influiscono sui gesti, sui pensieri, sui comportamenti della gente mettendoli in versi. È una chiave di lettura del mondo. In questo sento il dovere morale di un poeta.
- Definirebbe la Sua poesia “poesia civile”? E in tal senso crede che la poesia possa contribuire a una presa di coscienza collettiva o addirittura a promuovere il cambiamento sociale?
La mia poesia è stata definita civile. Non sono stata io a definirla tale. Questa definizione sicuramente nasce dal fatto che ho sempre profuso un certo impegno nelle lotte legate al tema ambientale, a quello della salute dei cittadini (salute femminile in particolare – per le donne affette da endometriosi), ed al riscatto culturale e sociale del nostro territorio. Ho militato in comitati cittadini e associazioni che hanno creato progetti di riconversione del nostro territorio, che hanno interloquito con le istituzioni al fine di difendere il diritto alla salute e a una vita sana e felice di tutti i cittadini di questo luogo. Mi sono battuta per tutelare il mio posto di lavoro dalle pastoie di una burocrazia iniqua e mi sono sempre assunta tutta la responsabilità di stare in prima linea nonostante la consapevolezza di lottare contro mulini a vento. Penso che l’impegno civile possa davvero aiutare a costruire, anche a piccoli passi, una coscienza collettiva sensibile ai temi veramente umani. Quando capita l’occasione leggo con molto piacere i miei versi dedicati alla nostra città di Taranto e al nostro sud.
La parola poetica può essere creatrice di un nuovo modo di essere cittadini partecipanti alla vita civile di questa nostra terra così difficile e amara ma anche così bella.
- Grazia, ogni poeta ha degli autori di riferimento; quali sono gli autori del passato ed eventualmente quelli del panorama poetico contemporaneo da cui attinge ispirazione?
Sicuramente amo Leopardi ma anche Foscolo e Pascoli, Quasimodo, Neruda, Gibran, l’invettiva degli epigrammi di Marziale, il mondo di Saffo, di Emily Dickinson, di Alda Merini, di Pavese. E Patrizia Cavalli, Milo De Angelis. Ho letto qualcosa di Antonia Pozzi ma vorrei approfondire. Mi hanno affascinata anche alcuni scritti dei contemporanei Rondoni e Arminio. Ho fatto una mescolanza di autori senza tenere conto del tempo cui sono appartenuti e, francamente, mi sento molto piccola solo a nominarli, questi autori cosi grandi. Li ho elencati così, come mi sono tornati alla mente e penso di averne tralasciati un bel po’. Non riesco veramente ad avere liste o classifiche. Mi piace molto leggere i poeti contemporanei che non sono negli annali della fama. Quelli che stanno qui a scrivere come sto facendo io in questo momento. Quelli che fanno fatica a pubblicare un libro, penso a quelli che si svegliano di notte perché sono arrivate delle parole nel sonno. A quelli che scrivono su foglietti volanti, sui taccuini più disparati. A quelli che magari non avranno mai un nome che sarà ricordato, esattamente come me, ma che si innamorano delle parole altrui nei circoli letterari online e dal vivo, durante i concorsi letterari cui amo partecipare perché mi offrono l’opportunità di entrare in così tanti mondi e pensieri che mi manca il fiato per la gioia di sapere quante parole bellissime ci sono in questa terra, e in questo spazio, parole che tutti dovremmo conoscere.
- Lei nasce come cantante ma negli anni si è affermata anche come poetessa. La parola e il silenzio in poesia sono come la nota e la pausa in musica; quanto è importante la musicalità nelle sue poesie?
La musicalità è fondamentale. Ritorno sui versi e correggo soprattutto quando le parole non suonano come vorrei, quando non emettono il suono che voglio, quando le percepisco “afone”. Correggo quando non sento il ritmo giusto. Non riesco proprio a disgiungere la due cose. Musica e poesia sono le mie anime gemelle, in sodalizio perenne. Ho scritto e scrivo testi per la musica sia in italiano che in lingua inglese. Esperienze assai difficili ma altamente formative. Non canto più le parole che non abbiano per me un senso profondo. La parola scritta che poi diviene suono attraverso le mie corde vocali, deve avere un messaggio da comunicare. Non è solo aria che dal mio diaframma passa attraverso le mie corde vocali ed esce dalla bocca per intrattenere l’eventuale pubblico. Le parole devono arrivare diritte all’anima, alla coscienza. Devono essere dardi infuocati che servono a ricordare che siamo uomini, che pensiamo, amiamo, soffriamo. Viviamo. La mia voce trasporta le parole che possono anche diventare un lamento, una nenia sussurrata a bocca chiusa. Adoro cantare in lingue diverse, entrare in luoghi lontani grazie al potere della parola che si fa anche voce. Un mio amico francese Michel Bon, professore di greco e latino in un liceo al nord della Francia (autore della prefazione della mia silloge), appassionato di archeologia e poesia e del nostro mare, definisce ” les rivages prodigieux” le nostre sponde, ha tradotto alcuni miei versi in francese. Ho scoperto così la musicalità affascinante del francese che avevo già esperito nel canto ma non nella scrittura. Insomma, come si può parlare di poesia senza musica e di musica senza poesia? Non si può!
- Grazia quali sono i Suoi progetti letterari futuri e cosa si augura per la Sua poesia e per il panorama poetico contemporaneo?
Sto lavorando alla pubblicazione della mia seconda silloge. Ho già in mente un titolo ma è un lavoro complesso. Desidero partire da presupposti differenti rispetto a ” La mia città era innocente”. Cerco un filo conduttore in mezzo ad una notevole quantità di materiale. Una luce nel labirinto delle idee. Realizzare un concept book di poesia dove mescolare versi a piccole riflessioni in prosa. Vorrei essere più veloce ma combatto con le battute d’arresto. Ho scelto di stampare quello che vorrei pubblicare perché sento il bisogno della carta per accorpare, separare, aggiungere, eliminare. Per fare una reale cernita. Non riesco a far fare questa operazione al solo schermo di un computer. Scrivere una seconda silloge è costruire un nuovo capitolo della mia storia. È partorire un secondo figlio. La gestazione può essere lunga e devo coltivare la pazienza ma anche la necessità di essere esigente nelle scelte. Nutro il sogno di poter diffondere la mia poesia, di poter vivere anche di quello che scrivo nonostante la consapevolezza che la poesia è territorio difficile. Ci sono circa 3 milioni di persone che si dilettano nella scrittura poetica in Italia ma sono pochi coloro che l’acquistano e che la leggono. Questo dato ci deve far riflettere. Dovrebbe far uscire i poeti dai circoli chiusi, dai reading letterari dove, alla fine riconosciamo noi stessi e leggiamo ai nostri colleghi le nostre parole. È come un guardarsi nello specchio. Parliamo a noi stessi attraverso i nostri simili. Ma non è ai somiglianti che dobbiamo leggere la poesia ma a quelli che la rifuggono, che ne hanno memoria blanda o traumatica: la letterina sotto il piatto del papà a Natale e la poesia da recitare a memoria. La maestra che ti obbliga a mandare giù versi che paiono nature morte. E invece no! Caspita! Invece no! La poesia è in tutti i giorni, da quando abbiamo messo i primi passi su questo pianeta. Da quando il mistero della vita si è disvelato. Qualcuno ha deciso che è più importante “far di conto”, progettare, architettare, produrre. E la parola chi la costruisce, chi la inventa se non ci sono cantieri dove creare spazi per il pensiero? Vorrei questo futuro per la poesia: sempre più spazi per leggerla, scambiarsela come si fa coi vestiti delle amiche nell’adolescenza, solo che ti vesti dell’anima dell’altro. Dovremmo depotenziare le difese di chi ha costruito muri attorno alla poesia relegandola negli scantinati dove si tengono le cose di cui puoi fare a meno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Siamo una società manchevole, una società di impauriti. La poesia può dare sono la lettura del coraggio. La poesia può essere, com’è sempre stata, solo acqua fresca ed anima viva. Un percorso di verità per riconoscerci come esseri umani.
A cura di Rosaria Ragni Licinio
per il Circolo letterario Vento Adriatico
















