INTERVISTA a Grazia MAREMONTI a cura di Rosaria Ragni LICINIO

POESIA COME CANTO DI UN MONDO INNOCENTE


INTERVISTA a Grazia MAREMONTI in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico a cura di Rosaria Ragni LICINIO


Grazia Maremonti è poeta e cantante. Nata a Taranto esordisce negli anni ’80 come corista e poi come cantante solista, si esibisce con vari gruppi locali vincendo diversi premi nazionali e partecipando a programmi radiofonici e televisivi. In seguito ottiene una borsa di studio per interpreti di musica leggera presso il C.E.T. fondato e diretto da Mogol, conseguendo il relativo diploma.

Come autrice di poesia ottiene negli anni vari riconoscimenti, tra i quali: Premio Maria Cumani Quasimodo 2017, Premio Nazionale Alda Merini Brunate Como 2019, Premio Margherita Hack di Spello 2022, Premio Van Der Toorn Roma 2023, Premio Nazionale Città di Taranto 2021 e 2022, Premio Internazionale Ovidio 2023, Premio Gocce di memoria 2018 e 2023.

I suoi versi sono inseriti in antologie poetiche: Antologia Habere Artem, Poeti d’Italia, Antologia di Primavera e di Autunno CGL Edizioni e Casa editrice Pagine, Enciclopedia di Poesia Italiana Contemporanea della Fondazione Luzi 2018/2019.

Nel novembre 2022 pubblica la silloge intitolata “La mia città era innocente”, poesia con la quale nel 2021 si classifica seconda per la sezione poesia al Premio Nazionale Città di Taranto e prima classificata, per lo stesso premio e stessa sezione, nel 2022 con la poesia “Sul finire di maggio”. A dicembre 2023 si classifica quarta per la sezione poesia al Premio Letterario Internazionale Ovidio di Sulmona.

Nella primavera 2023 entra a far parte della Compagnia Poetica Itinerante Tarantina, progetto culturale di divulgazione poetica grazie ad una formula di reading musicato e teatralizzato.

A Febbraio 2024 viene insignita del Premio Taranto Poesia e Impegno Civile 2024 del Festival Internazionale di Poesia e Letterature del Mediterraneo e della Menzione d’Onore alla unanimità della Giuria del Premio Letterario Internazionale La Ginestra di Firenze per la silloge “La mia città era innocente”.

Terza classificata nella sezione poesia inedita per il Premio Letterario Internazionale “Pluriverso femminile” di Lecce in collaborazione con l’Università del Salento, premio dedicato esclusivamente alla scrittura al femminile.

Seconda classificata nella sezione miglior libro edito di poesia per il Premio Letterario Nazionale “Città di Taranto” il 28 settembre 2024.

​Prima classificata per la sezione poesia per il Premio Letterario Nazionale “Niny Rucco” di Lecce a fine dicembre 2024. Diploma d’Onore con menzione di encomio per la poesia “La mia città era innocente” per il Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti VII edizione – febbraio 2025.

  1. Grazia, ha scritto la silloge pluripremiata “La mia città era innocente”, il titolo appare come una sorta di denuncia; a tal proposito, crede ci siano dei “doveri” morali da parte di un poeta nei confronti del territorio in cui vive?

Ritengo che il primo dovere morale di un poeta sia verso sé stesso, nell’essere sempre e assolutamente, voce del proprio tempo reale e del proprio territorio interiore. Tanto quanto l’espressione di sé, importante è essere traduzione del luogo da cui si proviene e di quello cui si appartiene per nascita o per scelta. Non credo si possa vivere avulsi dal contesto in cui si vive, lasciando fuori dalla propria quotidianità la vita che attorno a noi si svolge. La voce di un poeta può parlare oltre i limiti dell’ordinario, cogliendo gli aspetti che agli sguardi veloci sfuggono. È un soffermarsi sui dettagli che influiscono sui gesti, sui pensieri, sui comportamenti della gente mettendoli in versi. È una chiave di lettura del mondo. In questo sento il dovere morale di un poeta.

  • Definirebbe la Sua poesia “poesia civile”? E in tal senso crede che la poesia possa contribuire a una presa di coscienza collettiva o addirittura a promuovere il cambiamento sociale?

La mia poesia è stata definita civile. Non sono stata io a definirla tale. Questa definizione sicuramente nasce dal fatto che ho sempre profuso un certo impegno nelle lotte legate al tema ambientale, a quello della salute dei cittadini (salute femminile in particolare – per le donne affette da endometriosi), ed al riscatto culturale e sociale del nostro territorio. Ho militato in comitati cittadini e associazioni che hanno creato progetti di riconversione del nostro territorio, che hanno interloquito con le istituzioni al fine di difendere il diritto alla salute e a una vita sana e felice di tutti i cittadini di questo luogo. Mi sono battuta per tutelare il mio posto di lavoro dalle pastoie di una burocrazia iniqua e mi sono sempre assunta tutta la responsabilità di stare in prima linea nonostante la consapevolezza di lottare contro mulini a vento. Penso che l’impegno civile possa davvero aiutare a costruire, anche a piccoli passi, una coscienza collettiva sensibile ai temi veramente umani. Quando capita l’occasione leggo con molto piacere i miei versi dedicati alla nostra città di Taranto e al nostro sud.
La parola poetica può essere creatrice di un nuovo modo di essere cittadini partecipanti alla vita civile di questa nostra terra così difficile e amara ma anche così bella.

  • Grazia, ogni poeta ha degli autori di riferimento; quali sono gli autori del passato ed eventualmente quelli del panorama poetico contemporaneo da cui attinge ispirazione?

Sicuramente amo Leopardi ma anche Foscolo e Pascoli, Quasimodo, Neruda, Gibran, l’invettiva degli epigrammi di Marziale, il mondo di Saffo, di Emily Dickinson, di Alda Merini, di Pavese. E Patrizia Cavalli, Milo De Angelis. Ho letto qualcosa di Antonia Pozzi ma vorrei approfondire. Mi hanno affascinata anche alcuni scritti dei contemporanei Rondoni e Arminio. Ho fatto una mescolanza di autori senza tenere conto del tempo cui sono appartenuti e, francamente, mi sento molto piccola solo a nominarli, questi autori cosi grandi. Li ho elencati così, come mi sono tornati alla mente e penso di averne tralasciati un bel po’. Non riesco veramente ad avere liste o classifiche. Mi piace molto leggere i poeti contemporanei che non sono negli annali della fama. Quelli che stanno qui a scrivere come sto facendo io in questo momento. Quelli che fanno fatica a pubblicare un libro, penso a quelli che si svegliano di notte perché sono arrivate delle parole nel sonno. A quelli che scrivono su foglietti volanti, sui taccuini più disparati. A quelli che magari non avranno mai un nome che sarà ricordato, esattamente come me, ma che si innamorano delle parole altrui nei circoli letterari online e dal vivo, durante i concorsi letterari cui amo partecipare perché mi offrono l’opportunità di entrare in così tanti mondi e pensieri che mi manca il fiato per la gioia di sapere quante parole bellissime ci sono in questa terra, e in questo spazio, parole che tutti dovremmo conoscere.

  • Lei nasce come cantante ma negli anni si è affermata anche come poetessa. La parola e il silenzio in poesia sono come la nota e la pausa in musica; quanto è importante la musicalità nelle sue poesie?

La musicalità è fondamentale. Ritorno sui versi e correggo soprattutto quando le parole non suonano come vorrei, quando non emettono il suono che voglio, quando le percepisco “afone”. Correggo quando non sento il ritmo giusto. Non riesco proprio a disgiungere la due cose. Musica e poesia sono le mie anime gemelle, in sodalizio perenne. Ho scritto e scrivo testi per la musica sia in italiano che in lingua inglese. Esperienze assai difficili ma altamente formative. Non canto più le parole che non abbiano per me un senso profondo. La parola scritta che poi diviene suono attraverso le mie corde vocali, deve avere un messaggio da comunicare. Non è solo aria che dal mio diaframma passa attraverso le mie corde vocali ed esce dalla bocca per intrattenere l’eventuale pubblico. Le parole devono arrivare diritte all’anima, alla coscienza. Devono essere dardi infuocati che servono a ricordare che siamo uomini, che pensiamo, amiamo, soffriamo. Viviamo. La mia voce trasporta le parole che possono anche diventare un lamento, una nenia sussurrata a bocca chiusa. Adoro cantare in lingue diverse, entrare in luoghi lontani grazie al potere della parola che si fa anche voce. Un mio amico francese Michel Bon, professore di greco e latino in un liceo al nord della Francia (autore della prefazione della mia silloge), appassionato di archeologia e poesia e del nostro mare, definisce ” les rivages prodigieux” le nostre sponde, ha tradotto alcuni miei versi in francese. Ho scoperto così la musicalità affascinante del francese che avevo già esperito nel canto ma non nella scrittura. Insomma, come si può parlare di poesia senza musica e di musica senza poesia? Non si può!

  • Grazia quali sono i Suoi progetti letterari futuri e cosa si augura per la Sua poesia e per il panorama poetico contemporaneo?

Sto lavorando alla pubblicazione della mia seconda silloge. Ho già in mente un titolo ma è un lavoro complesso. Desidero partire da presupposti differenti rispetto a ” La mia città era innocente”. Cerco un filo conduttore in mezzo ad una notevole quantità di materiale. Una luce nel labirinto delle idee. Realizzare un concept book di poesia dove mescolare versi a piccole riflessioni in prosa. Vorrei essere più veloce ma combatto con le battute d’arresto. Ho scelto di stampare quello che vorrei pubblicare perché sento il bisogno della carta per accorpare, separare, aggiungere, eliminare. Per fare una reale cernita. Non riesco a far fare questa operazione al solo schermo di un computer. Scrivere una seconda silloge è costruire un nuovo capitolo della mia storia. È partorire un secondo figlio. La gestazione può essere lunga e devo coltivare la pazienza ma anche la necessità di essere esigente nelle scelte. Nutro il sogno di poter diffondere la mia poesia, di poter vivere anche di quello che scrivo nonostante la consapevolezza che la poesia è territorio difficile. Ci sono circa 3 milioni di persone che si dilettano nella scrittura poetica in Italia ma sono pochi coloro che l’acquistano e che la leggono. Questo dato ci deve far riflettere. Dovrebbe far uscire i poeti dai circoli chiusi, dai reading letterari dove, alla fine riconosciamo noi stessi e leggiamo ai nostri colleghi le nostre parole. È come un guardarsi nello specchio. Parliamo a noi stessi attraverso i nostri simili. Ma non è ai somiglianti che dobbiamo leggere la poesia ma a quelli che la rifuggono, che ne hanno memoria blanda o traumatica: la letterina sotto il piatto del papà a Natale e la poesia da recitare a memoria. La maestra che ti obbliga a mandare giù versi che paiono nature morte. E invece no! Caspita! Invece no! La poesia è in tutti i giorni, da quando abbiamo messo i primi passi su questo pianeta. Da quando il mistero della vita si è disvelato. Qualcuno ha deciso che è più importante “far di conto”, progettare, architettare, produrre. E la parola chi la costruisce, chi la inventa se non ci sono cantieri dove creare spazi per il pensiero? Vorrei questo futuro per la poesia: sempre più spazi per leggerla, scambiarsela come si fa coi vestiti delle amiche nell’adolescenza, solo che ti vesti dell’anima dell’altro. Dovremmo depotenziare le difese di chi ha costruito muri attorno alla poesia relegandola negli scantinati dove si tengono le cose di cui puoi fare a meno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Siamo una società manchevole, una società di impauriti. La poesia può dare sono la lettura del coraggio. La poesia può essere, com’è sempre stata, solo acqua fresca ed anima viva. Un percorso di verità per riconoscerci come esseri umani.


A cura di Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico



INTERVISTA a Denata NDRECA a cura di Rosaria Ragni LICINIO

POESIA IN FORMA DI FIORE


INTERVISTA a Denata NDRECA in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni LICINIO


Denata Ndreca poeta, giornalista, traduttrice, pedagogista, nasce a Scutari 1976. Lascia l’Albania nel 1999 e dal 2000 vive a Firenze. Autrice de’ Fiori dei Balcani – Poesie scelte; A nord delle mie costole – le tue coordinate nascoste; La ragazza del ponte Vecchio; Tempo negato; Un faro nella nebbia; Senza paura; Calicanto; Intorno a me (questi ultimi due titoli in albanese) e, dei testi di letteratura per ragazzi I giorni della pace – insieme a Ven. Phra Medhivajirodom; Sonio io; La carrozzina magica. È stata tradotta in inglese, spagnolo, francese, thailandese, albanese, rumeno ed è inserita in diversi programmi scolastici in Thailandia. Alcune opere sono state inserite negli esami di Stato per le scuole medie in Italia. Ha ricevuto importanti premi letterari nazionali e internazionali. Si occupa di diritti umani. Già insignita del “Women for Culture and Peace” ed Eccellenze Europee.

Dal libro I giorni della pace, è stato ispirato ed è nato Il cammino della pace, che partiva dal cuore di Firenze, la chiesa di San Miniato al Monte ed arrivava al Vaticano, al quale hanno partecipato gruppi di etnie e religioni diverse.

  1. Denata, secondo te, la poesia deve o non deve esimersi dal legame con la vita?

Risposta

Ecco, forse, qualcosa che la poesia non può contenere, è proprio il “deve”, altrimenti verrebbe a mancare un fattore importante. Sarebbe come dire che il papavero deve nascere solo in determinati campi e, non sarebbe giusto, perché la poesia è un po’ anche questo – un seme che non sapremo mai dove i venti lo porteranno, nella speranza di poter germogliare. Oppure, come diceva Montale: “i funghi nati spontaneamente in bosco”.  Mettiamo che, con una formula ben precisa, siamo in grado di calcolare e decidere che gli anni delle nostre vite devono avere la lunghezza di un tot numero (numero che in condizioni normali, non ci è dato sapere). Proviamo per un attimo a pensare, che cosa accadrebbe all’intensità del nostro tempo. Saremmo più capaci a sentirsi liberi? Saremmo più capaci a pensare in maniera incondizionata?  Ed ecco qua di nuovo, il primo fattore che ci veniva a mancare. Qualcosa sarebbe in grado di controllare le nostre sensazioni, i nostri sentimenti, il nostro stato psichico. Qualcosa sarebbe in grado di condizionare completamente anche le nostre volontà. Lo stesso condizionamento che può avvenire e avviene anche per ragioni morali e sociali, oppure per intelligenze artificiali. Quindi, questo valore ignoto, è uno degli elementi più importanti per determinare le nostre azioni, ma soprattutto, in questo caso, è proprio quello che va caratterizzando uno dei coefficienti che misura la poesia: il ritmo. Motivo per il quale ce ne accorgiamo quando avviene in urgenza. Motivo per il quale sentiamo il battito di qualcosa che abbiamo fatto nascere. Un cuore batte solo se rimane in vita. Certo è il fatto che, una forma di deve può appartenere a scuole diverse e, per diverse intendo quella derivata dallo studio e quella derivata da contesti storici ben precisi. Quando una poesia nasce solo in contesto condizionato, a prescindere nel quale, non possiamo escludere il fenomeno della manipolazione lucida (come nel caso della censura), in quanto questa forma di espressione, non è e non può essere mai un elemento del tutto neutro. Ed ecco che, siamo davanti ad un deve necessario, ovvero il requisito dell’aderenza alla verità, dove la poesia può delineare il termine, restituendoci il luogo della libertà – come primo elemento necessario per sentirsi vivi.

  • La tua poesia è connessa fortemente ad un concetto di umanità che appartiene al presente e rinuncia in un certo qual modo al lirismo per farsi mezzo di comunicazione, di lotta civile e condivisione attraverso l’utilizzo di un versificare delicato ma al tempo stesso chiaro e diretto. Ci sono delle poesie che hai scritto in cui le parole tendono a celare qualcosa, per farne al contempo poesia di “intimità”?

Risposta

“Giuro di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”, dice la formula di giuramento dei testimoni in giudizio. E, se in questa vita, siamo testimoni chiamati in un preciso momento storico – in attesa di un giudizio – credo sia giusto essere anche ricercatori di verità. Verità di fatto. Verità che sono state accertate attraverso la nostra stessa esperienza, attraverso il nostro cammino, in modo da poter veicolare un messaggio di resistenza, di lotta e di giustizia. Non con sentimentalismo, quanto con la consapevolezza e la responsabilità che richiede ogni verità. Talvolta, le verità più grandi sono proprio quelle che celiamo dentro noi stessi e, qui ci vuole lo stesso coraggio, per lasciare che il verso o il vento – vada verso dove vuole. Ci vuole un atto d’amore. Sempre. E quindi sì. Quale povera anima, quale povera poesia può essere quella che non ha mai cantato l’amore?

  • Nel tuo ultimo libro di poesie “Fiori dei Balcani” attraversi temi importanti come la violenza sulle donne, la denuncia delle ingiustizie e il femminismo, ma non in modo “rabbioso”, al contrario offri al lettore una speranza, una possibilità di rinascita attraverso la metafora della “rifioritura”. A tal proposito cito alcuni versi che aprono questa raccolta: “Ricordati di compiere / la tua unica vendetta/ rifiorire.” Nell’esistenza di ognuno di noi si alternano ombra e luce, dolore e gioia, morte e vita; la poesia, secondo te, percorrendo il tema della rifioritura può aspirare anche ad un rinnovamento della parola stessa?

Risposta

Da sempre, l’uomo vive e convive con la paura di morire. Il concetto della rifioritura nei Fiori dei Balcani, è una colonna portante. I fiori hanno la capacità di insegnarci di morire con dignità, l’accettazione delle stagioni. I loro tempi. Le loro condizioni e le mutazioni. Hanno la capacità di esprimere con grazia e in pieno rispetto, tutto ciò che un seme supera per poter germogliare e tornare alla vita. Di nuovo. Quanta forza ha dovuto usare una viola per annunciare davanti ai nostri occhi l’arrivo della primavera? Per quanto tempo questo seme è rimasto in silenzio, nel buio del grembo della terra? Fare come i fiori, per me, è stata la risposta giusta.

  • Denata, tu sei originaria di Scutari, una tra le più antiche città europee e fra le più grandi d’Albania; la nazionalità in campo poetico ha una sua influenza? Tu sei molto seguita e apprezzata dai lettori, hai inoltre ricevuto vari riconoscimenti, ma ci sono dei poeti albanesi che vorresti far conoscere maggiormente in Italia?

Risposta

I poeti appartengono a tutti e sono di nessuno. Ma questo accade dopo la morte. Di certo, fino a quella morte – moriamo per rinascere tante altre volte. A differenza di altre forme di ricerca e di comunicazione, il poeta riveste la storia con memoria umana, dando respiro e dignità alle verità dei luoghi che lo hanno nutrito. Quindi, sì. La nazionalità ha un’influenza, in quanto esperienza comune di ogni essere. Ciò che poi fa la differenza, come le realtà spesso possono testimoniare, lo fa – la provenienza. E qui, al campo poetico, aggiungo quello filosofico politico, in quanto dovrebbe rappresentare il cuore pulsante del pensiero umano sulla società, sul potere e sulla giustizia. Prima parlavo del condizionamento e della manipolazione. Questo può essere un effetto collaterale che subisce non solo la poesia, quando la classifichiamo secondo la nazionalità, ma ogni persona e ogni organo informativo.

Sono nata a Scutari, la culla della cultura albanese. Aggiungo – autentica, in quanto lo ritengo un fattore fondamentale per la crescita e per la propria identità. È stata la città più colpita dalla dittatura, proprio per i figli di arte che aveva partorito. Sono fortemente legata ai grandi nomi della poesia albanese, come Migjeni (1911 – 1938), Lasgush Poradeci (1899 – 1987), Fan Noli (1882 – 1965), Gjergj Fishta (1871 – 1940) e Frederik Rreshpja (1940 – 2006). Nomi che sono sempre presenti con me. Ovunque io sia.

  • Dopo il libro Fiori dei Balcani e in merito anche al tuo impegno nel sociale hai dei progetti futuri? Quali sono?

              Risposta

La stagione della fioritura passa velocemente, quindi, occorre fare riserva di fede buona e tornare a lavorare la terra.


A cura di Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico

INTERVISTA a Giuseppe CONTE a cura di Rosaria Ragni LICINIO

LA POESIA SEMPRE “FUTURO”


INTERVISTA a Giuseppe CONTE in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni Licinio


Giuseppe Conte (Imperia, 15 novembre 1945) è uno scrittore, poeta, drammaturgo, traduttore e critico letterario italiano. Ha pubblicato libri in versi come: L’ultimo aprile bianco, Milano, Guanda, 1979, L’oceano e il ragazzo, 1983, BUR Rizzoli, Le stagioni, Milano, BUR, 1988,( premio Montale) Dialogo del poeta e del messaggero, Milano, Mondadori, 1992, Canto d’oriente e d’occidente, Milano, Mondadori, 1997, Nuovi canti, Genova, San Marco dei Giustiniani, 2001, Lettera ai disperati sulla primavera, Firenze, Ponte alle Grazie, 2002, Ferite e rifioriture, Milano, Mondadori, 2006, (Premio Viareggio), Poesie, 1983-2015, introduzione di Giorgio Ficara; nota biografica e bibliografia a cura di Giulia Ricca, Milano, Oscar Mondadori, 2015, Non finirò di scrivere sul mare, Milano, Mondadori, 2019.

È inoltre traduttore di Shelley, Whitman, D.H. Lawrence e Blake.

Ha vinto numerosi premi e ricevuto vari riconoscimenti, a tal proposito si cita nel 2020 il Premio di Poesia Città di Legnano Giuseppe Tirinnanzi. Tra i Premi internazionali di poesia si ricordano l’Argana in Marocco e lo Janus Pannonius ex aequo con Charles Bernstein in Ungheria.

Parlando di secondo novecento la sua poesia si è distinta dalle altre forme di poesia per una “ricchezza” che in un certo qual modo era in contrasto con l’eredità della NeoAvanguardia. Da cosa era motivata questa scelta?

Quando ho esordito con i miei primi libri di poesia il paesaggio della poesia italiana era dominato dalla NeoAvanguardia, nel cui clima mi ero formato, essendo stato allievo di Gillo Dorfles alla Statale di Milano, e poi redattore del Verri di Luciano Anceschi. Dall’altra parte, c’erano i vari Raboni, Giudici, ecc. che non hanno mai avuto nessuna influenza su di me. Neppure Mario Luzi, che pure ho amato, mi ha fatto da maestro. La mia sfida fu ridare voce al desiderio di trovare nuovi orizzonti, di uscire da quel nichilismo in cui niente, nessuna avventura dello spirito sembrava più possibile. Nel mio Ultimo aprile bianco e poi nell’Oceano e il Ragazzo ho rovesciato la prospettiva della NeoAvanguardia, e ho ritrovato in mito e natura due temi fondamentali su cui innervare una poesia che riscoprisse il canto, l’incanto, la passione, il sacro. Non fu una operazione a freddo. Fu il frutto di una crisi personale, di un rimettersi completamente in gioco, respingendo una cultura analitica dentro la quale mi ero formato (formalismo, semiotica, strutturalismo, psicoanalisi freudiana) per cercare un senso alla mia vita di giovane uomo. Ho parlato spesso di “conversione” al mito, perché per me un ritorno al sapere delle origini, ai primi perché, alla natura popolata da divinità fu davvero una palingenesi. Che mi diede molta energia e il coraggio di sfidare un ambiente ostile, diffidente, spesso repressivo. Devo sempre ringraziare la memoria di Pietro Citati e di Italo Calvino che colsero l’aspetto di rinnovamento del mio lavoro sul mito e sulla natura (allora nessuno pronunciava neppure queste parole) e mi incoraggiarono a continuare.

Conte, Lei è un autore colto, che ha studiato la filosofia e i miti classici. Come si colloca una visione così piena del mondo con l’impoverimento che cerca di dare voce e identità poetica solo a ciò che può essere realisticamente misurato? Al giorno d’oggi si può ancora parlare di poesia universale?

Certo, sono partito da studioso, ho pubblicato il mio saggio su La metafora barocca che non avevo neppure compiuto 27 anni, e ho la formazione da letterato, di cui sono fiero, e nella mia vita non ho fatto altro che studiare, leggere, scrivere, viaggiare e amare. Non sono un uomo libresco. Ho sempre puntato alla vitalità e alla passione, a fare piena esperienza del mondo. In questa direzione, all’edizione americana di Le stagioni ha scritto una bellissima nota Diane Di Prima, musa della Beat Generation. La mia visione è “piena” nel senso che vede nell’anima umana tutte le pulsioni, dalle più oscure alle più luminose. E davvero considero un impoverimento dar voce soltanto a quello che è in un piccolo ego dentro di noi o in una piccola realtà intorno a noi. Amo le catene di simboli. E i miti che illuminano il presente con la loro universalità originaria. Amo dar corpo all’invisibile. Considero la mancanza di passione per il trascendente il peccato peggiore dei libri che mediamente si scrivono oggi. Al giorno d’oggi si dovrebbe parlare ancora di più di poesia universale. Di Weltliteratur per usare l’espressione goethiana. La poesia non ha atteso la globalizzazione economica per essere globale, me lo ripete spesso il mio amico Adonis, il più grande poeta arabo vivente, e la poesia può per prima costruire ponti tra civiltà diverse, la nostra, quella araba, quella cinese. Io scrivo anche per quello, e oltre a Adonis, trovo sintonie profonde con poeti del Marocco, come Hassan Najmi, con poeti turchi, come Tugrul Tanyol, con poeti cinesi come Cao Shui. È la vecchia Europa che è in crisi: è in crisi la sua poesia, e dunque sono in crisi tutti gli altri suoi aspetti.

Nel suo libro “Dialogo del poeta e del messaggero” del 1992 si presenta una frattura, una perdita delle illusioni che lasciano presagire la consapevolezza del disinganno e che segna una svolta nella sua poetica.  Tra i suoi libri di poesia qual è quello a cui è più legato e perché?

Dialogo del poeta e del messaggero lo scrissi al ritorno a casa da un viaggio in India, la prima immagine scattò all’aeroporto di Francoforte spettrale e deserto prima dell’alba. È un libro di svolta a livello linguistico, nel senso che ingloba più lessico contemporaneo: e include il gergo della poesia civile, nella suite intitolata Democrazia, che qualcuno disse bruttissima appena apparve, e che aspetta ancora di essere letta bene in Italia. E poi nel dialogo (metafisico e con uno sguardo al Tasso) tra me e l’ombra misteriosa, compare anche quello che non avevo mai lasciato trasparire prima, la mia storia privata, di adolescente e poi di uomo: e parlo di me spietatamente e senza nessun infingimento, senza reticenze e astrattezze e fumisterie. Non c’è disincanto, c’è consapevolezza della contraddittorietà della vita dell’anima. Non so a quale libro di poesia sono più legato. Certo Dialogo del poeta e del messaggero contiene tantissimo di me, drammi, sogni, speranze, follie, utopie, gridi. Ma L’Oceano e il Ragazzo ha avuto una irradiazione internazionale che me lo rende caro. E poi come accade con i miei romanzi, l’ultimo nato sembra chiedere più amore, e l’ultimo libro di poesie pubblicato è Non finirò di scrivere sul mare.

Non finirò di scrivere sul mare (ed. Mondadori, collana “Lo specchio”, 2019) è un libro di poesie in cui c’è tutto il suo universo mitico e simbolico e al centro di questo c’è il mare. Riporto questi versi che sono emblematici: << E se ti contraddici, è perché sei libero // e per i liberi, non hai dato all’uomo // la possibilità di recintarti, di venderti // di fare di te lotti, proprietà // hai dato fiori di luce senza frutti // hai dato ricchezze, hai dato lutti // ma mai tutto te stesso. // Di te nessuno può dire: sei mio. // Sei di tutti e di un esiliato dio. // Non servi, non ti inchini // se non alla legge delle maree // che un metronomo cosmico ha definito. >> Cos’è oggi la libertà?

Sì, il mare è venuto a configurarsi come il mito fondamentale per me. Sia nei miei romanzi di mare, Il terzo ufficiale, La casa delle onde, I senza cuore, sia nella poesia, che è il cuore che fa pulsare la mia vena di autore. Il mare come libertà, infinito, mistero, abisso, viaggio, conoscenza, avventura, tragedia, movimento continuo. Se mi chiede cos’è oggi la libertà, devo rispondere che la società dominata dal binomio Tecnologia & Economia, unici valori universalmente riconosciuti, sta rendendo ogni giorno più stretti i nostri margini di libertà umana. Di esseri umani interi, fatti di carne e d’anima. Possiamo comunicare velocissimamente coi social e accedere a tutte le conoscenze altrettanto rapidamente attraverso l’Intelligenza Artificiale, ma la macchina tende a diventare nostra padrona, e dematerializzarci e esiliarci da noi stessi. E il bello è che tanti sembrano esserne contenti. C’è una ilare corsa verso l’abisso della schiavitù. Oggi essere liberi vuol dire restare umani, amare (e pregare, e ridere), e scrivere dal profondo della propria anima viaggiando verso quel mistero e quella luce che nessuna IA potrà mai conoscere.

Nel salutarla e nel ringraziarla concludo con delle domande e delle riflessioni rivolte al mondo dei giovani. Parliamo, ad esempio, di poesia e tempo: quanto tempo richiede la scrittura di una poesia e che rapporto ha con il concetto di ispirazione? Essere poeta è una dote innata oppure si può “diventare” poeti?  Cosa ne pensa delle nuove generazioni di “aspiranti” poeti?

Ringrazio per le domande. In breve, su poesia e tempo, non ci sono dati statistici, io ho scritto una volta una poesia per una trasmissione radiofonica in 15 minuti, ma per l’Elegia scritta nei giardini di Villa Hanbury ho impiegato più di un anno. Di fronte alla poesia, il tempo non conta. È come la mer allée avec le soleil, il mare che se ne va con il sole per Rimbaud: l’Eternità. Il concetto di ispirazione è stato espulso per lungo tempo, ma senza ispirazione nel senso di senza un soffio di vento dello spirito che ti muove, cosa vuoi scrivere e soprattutto perché vuoi scrivere? La poesia è necessità, oltre che verità (e eternità). La poesia richiede disposizione, orecchio al dolore del mondo, inquietudine, disperazione, felicità e follia. Poi lo stile si impara anche leggendo e lavorando il linguaggio come un fabbro. Un poeta ha in sé Ermes e Efesto.  Sui giovani poeti, devo dire che li leggo con cura e interesse. Ricevo tantissimi manoscritti e mi dispiace quando non posso rispondere a tutti. Da quando curo insieme a Davide Rondoni il festival Ariel che si tiene ogni estate a Lerici per poeti under 35, ho invitato voci che si sono rivelate fresche, promettenti, nuove, e che mi convincono che la poesia non finirà mai.


a cura di Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico

INTERVISTA a Giovanna CINIERI a cura di Rosaria Ragni LICINIO

QUESTO TEMPO DI CORRERE A NOTTE CHIARA DI NEVE


INTERVISTA a Giovanna CINIERI in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni LICINIO

Giovanna Cinieri è nata e vive a Taranto, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il suo racconto “Un pettirosso” e alcune poesie di Piccola Stregheria sono apparse rispettivamente sul primo e sull’ottavo numero di Turchese. Ha pubblicato diversi racconti su altre riviste. Semifinalista al Premio Calvino racconti 2021 e 2022, ha partecipato alla raccolta Oltre il velo del reale – Premio Calvino, 2021 a cura di Franco Pezzini. Ha vinto il premio della critica, sezione racconti, al Premio Inedito Colline di Torino.

  • Giovanna cos’è per te la poesia?

 Credo che prima che in forma scritta sia sparsa in giro come acqua, è un cane seduto vicino la sua ciotola che aspetta di bere ed è contemporaneamente la sua sete, la mia, il fatto che non passerà mai.

  • Per leggere un romanzo ci vogliono due o tre ore. Per leggere una poesia ci vuole una vita intera” affermava Christian Bobin, tu cosa ne pensi?

Non sento distanza fra prosa e poesia, si possono riversare l’una nell’altra, a volte penso che l’unione dei due intenti di scrittura si possa riconoscere nel suono della musica in un locale, anche di un semplice tamburo. Entrambe sono il tentativo di guidare il caos, di ricordare con un ordine il modo incontrollato in cui un cuore in un costato batte, il mistero del linguaggio e il suo desiderio di svelamento e di nascondiglio.

  • Quale rapporto c’è tra poesia e prosa nella tua scrittura? Si contaminano oppure restano separate?

Si contaminano, condividono per me lo stesso sangue, si mescolano, si chiamano, l’una è una possibilità dell’altra, come la compagnia di una gemella nella stessa stanza.

  • Giovanna, nelle tue poesie e nei tuoi racconti c’è un “qualcosa” che sembra voler rompere gli schemi classici attraverso uno uso sapiente di parole e respiri. Le tue poesie, inoltre, sembrano pervase da un chiaroscuro dentro il quale si muovono ricordi e immagini ben delineate che emergono con forza da spazi misteriosi.

Ci sono dei momenti in cui percepisci un limite nelle parole?

Assolutamente. A volte vorrei abbandonare la parola e come Ada di Lezioni di piano scegliere il silenzio. L’indicibile è una componente molto forte quando scrivo. Il lavoro è tradurre per stare qui insieme agli altri, scrivere come dialogare col mondo, con la parte di mondo che abito, interiore ed esteriore, scrivere come gesto per restare, anche sapendo che ci sono cose che non saprò mai dire.

  • Piccola stregheria, STC Edizioni è la tua prima raccolta di poesie, un libro uscito da pochi mesi ma di cui già si parla e scrive molto; centocinquanta copie, numerate e autografate rese ancora più preziose grazie al contributo dell’illustratrice Livia Tagliaferri che ha realizzato l’illustrazione di copertina con la tecnica dell’intaglio stampando a mano copia per copia.

Come nasce Piccola stregheria e cosa ti auguri per questo libro?

La raccolta nasce dal tentativo di salvare queste poesie dal mio istinto di distruggerle, di dimenticarmene, di cancellarle, salvarle anziché fare come se non esistessero: volevo per una volta segnare le strade dove sono stata, tracciare una mappa delle cose perdute e di quelle ritrovate, di ciò che è comparso nel tempo, delle apparizioni di chi non c’è più, di chi ancora mi abita, agire di memoria, trasformare il reale perché il reale è possibile sia solo una illusione. Ho messo insieme vecchi scritti del 2009, 2010, con quelli più recenti, tutta la ricerca fatta in questi anni incoscientemente, osservando anche le cose brutte che ho scritto, seguendo direzioni come comete, con naturalezza. Quando ho incontrato i ragazzi di STC Edizioni, è stato un gran colpo di fortuna perché sono persone eccezionali e Giulio Frangioni, editore, mette in atto ciò che il mestiere effettivamente significa: credere nei suoi autori e accompagnarli nell’uscita. Inizialmente mi avevano chiesto un racconto per la loro rivista, Turchese, diedi loro la mia personale visione di Giovanna D’Arco, e poi abbiamo deciso di aspettarci: io che loro diventassero, da editori di una rivista letteraria, appunto, ad editori di libri, loro che io preparassi la raccolta. Abbiamo esordito insieme in poesia, ed è poetica anche questa ciotola dove sta bevendo un bellissimo piccolo cane in un cortile di questo freddo inverno. La copertina di Livia Tagliaferri poi è stata un dono. Lo spazio che i fili mossi dalle mani crea mi sembra uno dei piani possibili dove indagare il reale.

Più che per la mia raccolta, per la quale ho una certa cecità, mi auguro che la poesia, quella dei tanti autori di talento che operano e scrivono in angoli sperduti di città, in posti poco illuminati, possa girare, possa essere letta.


a cura di Rosaria Ragni Licinio

in Esclusiva

per il Circolo letterario Vento Adriatico

INTERVISTA a Giorgiomaria CORNELIO a cura di Rosaria Ragni LICINIO

DALLA STORTURA ALLA RIVOLTA: POESIA E AZIONE


INTERVISTA a Giorgiomaria CORNELIO in ESCLUSIVA

per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni Licinio

Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. È poeta, regista e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato “La consegna delle braci” (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e “La specie storta” (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30), “Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita” (Tlon edizioni).

Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato “La radice dell’inchiostro. Dialoghi sulla poesia”.

È il direttore artistico de “I fumi della fornace”.

  • Giorgiomaria si può concepire “una funzione” della poesia al giorno d’oggi? E se si, in cosa consiste?

Poesia per me è sempre la ferita attraverso la quale passiamo per il mondo. La poesia, per citare il poeta Giovanni Prosperi, è il “ma” di fronte a ogni cosa: il suo luminoso controtempo.

  • Per i giovani poeti come te poesia e tradizione possono coesistere?

Non solo possono, ma debbono, a patto che il fossile, come ho scritto diverse volte, sia sempre in “rivolta”. Ogni tradizione è sempre reinventata, riscritta, ma questa riscrittura serve a rompere il rapporto di sudditanza col presente, e a progettare altri futuri.

  • Uno dei tuoi libri ha come titolo “La specie storta” e la stortura è il suo concetto chiave; ma la stortura è solo un “vizio posturale” oppure è una possibilità?

La stortura offre possibilità oblique di visione; non si addormenta sui concetti noti; è insomma un’alleanza con tutto quanto è considerato strano, aberrante, fuori-fuoco, e che invece ci aiuta a guardare al presente con uno sguardo più colmo di fioriture percettive – di aperture immaginative.

  • Giorgiomaria, sei il direttore artistico del festival “I fumi della fornace” che si tiene a Vallecascia ed è ormai una realtà consolidata. Qual è l’origine di questo festival e quale credi sia il suo apporto alla poesia contemporanea?

Valle Cascia nasce all’ombra di una grande fornace di mattoni, abbandonata da anni; tutte le eccentricità dei giovani abitanti, le “storture” sessuali, erano attribuite ai fumi favolosi della fornace, che noi, invece che rifiutare, abbiamo abbracciato trasformandoli in una festa della poesia che ribadisce la capacità poetica di ribaltare la geografia della desolazione, della catastrofe, per farne un punto di ricominciamento.

  • “Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita” è il titolo del tuo ultimo libro; Chi sono i fossili in rivolta? E qual è il fulcro della loro sommossa?

I fossili di rivolta sono quei resti di passato mai trascorso, le “cose derelitte” che abbiamo dimenticato, e che invece non cessano di chiamarci a loro, di porci interrogativi che riaprono il corso della storia, e rivoltano ogni presente contro se stesso. La danza dei fossili di rivolta è un’ecologia dell’immaginazione.


a cura di Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico

INTERVISTA a Ilaria PALOMBA a cura di Rosaria Ragni Licinio

IL CORPO POETICO E LA SCISSIONE


Intervista a Ilaria Palomba in Esclusiva per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni Licinio

Ilaria Palomba è scrittrice, poetessa e studiosa di filosofia. Ha pubblicato i romanzi: Fatti male (Gaffi; tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag), Homo homini virus (Meridiano Zero; Premio Carver 2015), Una volta l’estate (Meridiano Zero), Disturbi di luminosità (Gaffi), Brama (Perrone), Vuoto (Les Flâneurs; presentato al premio Strega 2023 e vincitore del premio Oscar del Libro 2023); le sillogi: Mancanza (Augh!), Deserto (premio Profumi di poesia 2018), Città metafisiche (Ensemble), Microcosmi (Ensemble, premio Semeria casinò di Sanremo 2021; premio Virginia Woolf al premio Nabokov 2022); il saggio: Io Sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Dal Sud). Ha scritto per La Gazzetta del Mezzogiorno, Minima et Moralia, Pangea, Il Foglio, Succede oggi. Ha fondato il blog letterario Suite italiana; collabora con le riviste La Fionda, Le città delle donne, Inverso. Nel 2024 pubblica il poemetto Scisma, edito da Les Flaneurs Edizioni.

Ph. Dino Ignani

Ilaria, tu sei una scrittrice e poeta, hai pubblicato libri di successo sia in prosa che in poesia. Secondo Luzi bisogna «distruggere la lettera per espandere e ripristinare lo spirito», tu cosa ne pensi? È possibile una distinzione tra poesia e prosa oggi?

Per me non vi è mai stata distinzione, semplicemente in un romanzo approfondisco ciò che in una silloge di poesie tratteggio in modo impressionistico, alcuni mi dicono invece espressionistico. Non sono una narratrice. Se mi si domandasse qual è l’intreccio, l’incidente scatenante, il climax, farei scena muta, come faccio scena muta circa le sinossi dei miei libri. Posso solo seguire una voce e un susseguirsi di immagini. Mi piace seguire la voce nell’informe, talvolta del deforme. Ultimamente faccio degli esercizi metrici per quanto concerne la poesia, e degli esercizi di espansione della psicologia dei personaggi per quanto concerne i romanzi. In ogni caso, possiamo sempre parlare di flussi di coscienza.

Come affermavo in precedenza, tu riscuoti molti consensi come poeta, sei seguita e amata, ma al giorno d’oggi si parla di frattura tra poesia e pubblico; secondo te esiste un pubblico per la poesia moderna?

Secondo me, il fatto che non esista un pubblico al di fuori dei poeti stessi può essere in parte un limite, in parte può consentire alla poesia un raggio d’azione che la narrativa non potrà mai avere. La chiamo performazione della parola: è un perdersi, un deragliare, una forma di sconfinamento che libera dalle catene della società, libera da ogni “forma”. L’arte dev’essere libera dai dettami del mercato, vorrei fosse così anche per la narrativa, infatti preferisco chiamarla prosa, perché la narrativa dal mio punto di vista è una detestabile prigione per la parola. Il mio ultimo poema, Scisma, espande la sua messa a fuoco nel mio prossimo romanzo. L’uno nasce dall’altro, in un gioco di luci e ombre. Ciò che è in luce nel romanzo in Scisma è in ombra, e viceversa. 

Ilaria, la poesia è denudamento, spoliazione o aggiunta?

È scrivere tutto e poi sottrarre. Ho voluto rendere conto di una frattura. Lo scisma è la frattura: fratture multiple scomposte nel corpo e nella mente, lesione spinale, quindi squarcio tra i nervi, frattura della mente che non accetta la mutilazione. Eppure, la mutilazione è iniziata molto prima della lesione spinale, la vita si scindeva: “la scissione del sole in piccoli soli neri”, scrive Alejandra Pizarnik in una poesia dedicata a Cristina Campo. Quando si apre lo squarcio dei multipli siamo nella totalità panica che può essere una fatalità infera. Nella vita reale, non allucinatoria, non possiamo incarnare tutte le cose, dobbiamo scegliere. L’onnipotenza porta allo schianto. Coma. Frattura. Scisma. “Cosa resta in me nella paralisi?” è un verso che prosegue in una frase del romanzo che vedrà la luce a breve: “Scrivi la parola scrivere. Cancellala.”

– Poeta e poesia – sono due parole che sentiamo pronunciare da molti, usate talvolta a sproposito; ti chiedo cose ne pensi in merito e se ti va di elencare tre nomi di poeti/e che tu apprezzi e di spiegare eventualmente le motivazioni della tua scelta.

Alejandra Pizarnik è la poetessa che sento più vicina, una sorella dell’ombra e dell’insonnia, fin da quando scoprii la prima silloge tradotta in italiano da Claudio Cinti e pubblicata da Crocetti: La figlia dell’insonnia. Ho compreso però fino in fondo la nostra affinità così radicale quando ho letto il primo volume dei suoi Diarios tradotto in italiano: Il ponte Sognato (La noce d’oro). Lì ho compreso quanto le nostre esperienze di vita e i nostri pensieri sulla vita e sulla morte fossero speculari. 

Amelia Rosselli, per me la più grande poetessa italiana di ogni tempo, ha rivoluzionato il verso libero, lo ha reinventato conferendogli però un rigore e una musicalità tale da diventare un modello affinché si possa parlare di poesia. Un pensiero non è poesia, un racconto non è poesia, non lo è una frase e neppure un verso. La poesia nasce dove nella parola ritroviamo la musicalità del passato con una spinta verso il mutamento futuro. La poesia è musica. Questo insegnamento lo devo a La libellula di Amelia Rosselli, a quel “dissipa tu se tu puoi”, a quell’anafora martellante.

Celan l’ho sempre letto nella traduzione di Bevilacqua, quindi una versione intrisa di grande lirismo, solo da poco sto cercando di recuperare tutte le altre traduzioni, in cui il suo verso risulta più scabro, più aspro. In ogni caso, di Celan ho amato il lirismo: dice vero chi dice ombra.

E sono tre, ma vorrei dire due parole anche a propositi di Thierry Metz, che viveva sdoppiato: da una parte il poeta, dall’altra il muratore. Le sue poesie e le sue prose poetiche si avviluppano nella fatica di esistere, e se ne carpisce il peso, ma anche la leggiadria; era pur sempre un francese! La struttura di Scisma è ispirata alla struttura de L’uomo che pende: racconto lirico dei giorni da lui trascorsi in una clinica per disintossicarsi dall’alcol.

Il poeta più grande di ogni tempo, il più spiccatamente filosofico, è Hölderlin, il poeta del mito e della sorgente, colui che visse nella fiamma inesauribile poiché era per natura nella voragine oltre la separazione tra luce e buio, tra vita e morte, e tale veggenza – consumata in una strenua lotta con le due forze più grandi e terribili per l’uomo: morte e follia – diede origine a fasi di volta in volta nuove, che da Iperione – il momento eroico, il momento dell’aperta battaglia contro la notte e la morte – lo trasportano man mano verso il confronto con la notte dentro sé stesso, una notte da cui non poteva fuggire, e che serviva da contraltare alla luce corrusca del fuoco, che lo seduceva per arderlo e corroderlo.

Nietzsche aveva annunciato la fine del sacro parlando della morte di Dio, dopo Nietzsche il poeta può vivere solo nella mancanza, nella nostalgia del sacro. Tale condizione è quella descritta nelle Elegie Duinesi di Rilke, segnatamente l’ottava e la nona, che esplicitano in versi il concetto nietzschiano di morte di Dio: l’animale «dinanzi ha Iddio», l’uomo no. Eppure, in Rilke ritroviamo l’Angelo, come traccia dell’esistenza degli dei scomparsi: mistero in quanto tale, a sua volta alle moltitudini precluso.

Rilke, gettato in quello che chiama l’Aperto, si scopre come l’essere più esposto al sacro fuoco – alla fissione. Hölderlin sostiene che il fuoco non brucia più dal momento in cui esso è stato trasformato dal linguaggio. Laddove, con le parole di Heidegger, l’uomo è il pastore dell’essere e il linguaggio la sua casa, il poeta è il custode del linguaggio, perciò è il custode della casa dell’essere. La poesia è il rischio estremo del reale, offerto senza nessuna protezione nel cammino del linguaggio, e solo in tale abbandono al sacro si supera ogni rischio. Il poeta non è l’arrivista benpensante, in fila per premi e medaglie: il poeta è piuttosto custode dell’essere, s’incammina verso il sacro e il suo cammino è una croce, come la croce di Cristo. Perciò diventa necessario che viva nel tempo della povertà: nel tempo in cui il sacro è la schiusura all’abisso, in quanto assenza di Dio. Solo nella mediazione verso l’apertura al terribile il poeta può accedere al sacro e rendere conto delle sue tracce.

Scisma è la tua ultima raccolta poetica edita da Les Flaneurs Edizioni di cui si sta parlando tanto e che stai presentando in tutta Italia. Si inizia da una caduta, nel caso di Scisma, ma poi ci si rialza e si procede a piccoli passi, verso dove e cosa? Ilaria, quali sono i tuoi progetti futuri?

Dopo Scisma uscirà un romanzo, che ho scritto più o meno nello stesso periodo, e nasce dalla medesima esigenza di scendere nell’intimo fino a raggiungere l’impersonale di cui parlano Weil e Blanchot. La mia è stata un’esperienza aporetica. La persona si spacca nel malheur perché non è stata vista. Sentivo di non potermi riscattare mediante la letteratura, sentivo la mia voce muta, mi sembrava di non avere scelta. Anche quando scrivevo Scisma non avevo scelta, dovevo farlo. Ero in unità spinale, non potevo usare le gambe, non sapevo quando sarei uscita. Poi ci sono tornata – sul testo – diciannove volte finché non è diventato un poema. Il romanzo che nasce da questo poema ha invece dieci stesure. Ogni volta un tour de force. Sono le parole che devono rendersi esatte, ogni frase e ogni verso sono mondi a sé, occorre tracciare un nesso per proseguire il percorso.

Questi due libri, tra loro così legati, poema e romanzo, si avvalgono di una riflessione filosofica sul senso della vita e della morte, sul libero arbitrio, e sui piani celesti – luoghi del tutto allucinatori. Ciò che scrivo non è la realtà fattuale, è una grande allucinazione che prende il ritmo di una composizione dodecafonica. Ho provato a fermare ciò che ho potuto prima di dimenticare.

Forse il nesso tra poema e romanzo è proprio nella tematica del non voler vivere ma, diversamente da Scisma, nel romanzo è raccontato il prima e il dopo, dunque anche il perché. “Nel suicidio vi è una sorprendente intenzione di abolire l’avvenire come mistero della morte: in un certo senso ci si vuole uccidere affinché l’avvenire non abbia più segreti, per renderlo chiaro e intellegibile, perché cessi di essere l’oscura riserva della morte indecifrabile. In questo senso, il suicida non è colui che accoglie la morte, ma è piuttosto colui che vorrebbe sopprimerla come la sua essenza, vorrebbe renderla superficiale, priva di spessore e pericolo.” Maurice Blanchot, Lo spazio letterario (Il saggiatore). Queste parole in me fanno tana. I libri scritti dopo il folle volo nascono con l’intento di eviscerare quel desiderio di sparire, che è il rovescio del desiderio di esserci. Un io espanso che si analizza fino a scomparire. È un tentativo di squarciare la persona e la coscienza per essere in Dio. Con la scrittura si può fare, nella vita occorre riconoscere i confini.


Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico

INTERVISTA a Olivia BALZAR a cura di Rosaria Ragni Licinio

LA POESIA E IL SUO LINGUAGGIO DOVE FINISCE IL MONDO


INTERVISTA a Olivia BALZAR in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni Licinio


Olivia Balzar nasce in Brasile da genitori italiani il giorno di San Patrizio. È poeta, regista teatrale, attrice e performer. I suoi racconti si trovano in varie antologie e siti web di settore; il suo racconto “Le cose buone fanno male” ha ispirato l’omonimo spettacolo teatrale che la vede protagonista per la regia di Mariaelena Masetti Zannini. 

Ha pubblicato le raccolte poetiche: Di ogni mio corpo (Ensemble, 2022), Là dove finisce il mondo (Ensemble, 2024).

È inoltre l’organizzatrice del “Salotto Letterario di Olivia Balzar” al Lettere Caffè, nel cuore di Trastevere, dove letteratura, poesia e musica si intrecciano in un’unica voce. 

  • Cos’è la poesia per Olivia Balzar e che legame ha con il misticismo?

La poesia è un’urgenza, è un modo di donarsi al mondo, di fondersi con l’universo. Mettere nero su bianco alcuni pensieri è catartico, diventa un rito, si va così a fondo che si finisce per danzare con le ombre.

  • Nel percorso formativo di un poeta ci sono spesso degli autori di riferimento, vicini per poetica e canone; tu nei hai qualcuno che ha inciso in modo più evidente sulla tua scrittura?

Ho amato tanto Emily Dickinson, Charles Baudelaire, Arthur Rimbaud e i poeti della Beat Generation. E.B. Browning, Camillo Sbarbaro, Eugenio Montale e ultimamente ho scoperto il mondo di Chandra Candiani e Alejandra Pizarnik. Quest’ultima mi è stata consigliata da Ilaria Palomba, amica e scrittrice di enorme talento che mi ha influenzata a sua volta profondamente.

  • Olivia, tu sei l’ideatrice de “Il Salotto Letterario di Olivia Balzar”, un format nato a Roma che ha trovato casa al Lettere Caffè, nel cuore di Trastevere, uno dei luoghi chiave della cultura romana. Durante queste serate si alternano presentazioni di libri, open mic, contributi critici e musica dal vivo con il cantautore Nico Maraja, in un clima di condivisione e partecipazione collettiva.

Portare oggi la poesia fuori dai social, fuori dalle librerie, scardinare gli autori dal loro eremo condividendo versi negli gli spazi “reali”, tra la gente, quale apporto può dare alla poesia stessa? 

È un modo per mantenerla viva, per promuovere la contaminazione e la condivisione tra autori e non in un’atmosfera familiare. La particolarità del Salotto letterario è che non ci sono limiti di genere, ospito poeti, narratori, saggisti. In questo modo si creano delle reti e spero di contribuire nel rendere sempre più vivace la scena artistica

  • Nella poesia il linguaggio raggiunge la sua massima potenza, quali sono secondo te i suoi limiti e in cosa si differenzia rispetto a quello utilizzato per la scrittura di opere teatrali?

Sebbene ogni forma artistica abbia il suo linguaggio, ho sempre amato la contaminazione e la sperimentazione. Tra gli spettacoli che ho scritto e diretto, ad esempio c’è “In nomine matrum” che utilizza un registro lirico e questa scelta lo rende ancora più onirico e visionario. Nel mio libro “Là dove finisce il mondo” ho raccolto diversi linguaggi: quello della poesia, della prosa poetica, del monologo che coesistono in modo coerente all’interno della silloge rendendola frammentata e dinamica. Io credo che il linguaggio della poesia non abbia limiti se non quelli imposti dalla propria visione.

  • Come poeta hai pubblicato da poco la silloge “Là dove finisce il mondo”, edita da Ensemble; cosa ti auguri per questo libro e quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi auguro di far conoscere questo libro a più persone possibili e a questo proposito ho un po’ di date di presentazione e reading in giro per l’Italia e un progetto ancora top secret.


a cura di Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico

INTERVISTA a Vittorino CURCI a cura di Rosaria Ragni Licinio

QUANDO L’ONDA PERFETTA SI FRANGE IN QUESTO

PRECIPIZIO DEL PRESENTE A SBUGIARDARE.


INTERVISTA a Vittorino CURCI in ESCLUSIVA per il Circolo letterario Vento Adriatico

a cura di Rosaria Ragni Licinio


Vittorino Curci è una delle voci più consolidate della poesia italiana contemporanea. Nel 1999 ha vinto il premio Montale per la sezione inediti, ha alle spalle una vita prolifica di “poesia” tra sillogi e testi sulla poetica. Ricordiamo: La stanchezza della specie (LietoColle, 2005), Un cielo senza repliche (LietoColle, 2008), Il frutteto (LietoColle, 2009), Il pane degli addii (La Vita Felice, 2012), Verso i sette anni anch’io volevo un cane (La Vita Felice, 2015), Liturgie del silenzio (La Vita Felice, 2017, premio Città di Sant’Anastasia 2017), La ferita e l’obbedienza (nuova edizione ampliata, Spagine, 2017), L’ora di chiusura (La Vita Felice, 2019), Poesie 2020-1997 (La Vita Felice, 2021, prefazione di Milo De Angelis, Premio Giuria Viareggio), Cadenze per la fine del tempo (Musicaos, 2023), Tutto il resto è letteratura (Musicaos, 2024)

Non solo poeta, Vittorino si divide tra musica e pittura riuscendo a creare un connubio imprescindibile tra tutte le forme d’arte.

  • Cos’è la poesia per Vittorino Curci e a chi è rivolta?

Ogni definizione di poesia è destinata a fallire. Sposto perciò il discorso sul piano della mia esperienza. Per me la poesia è un tempo necessario (se non esistesse, veramente non saprei come vivere) e anche un luogo interiore di raccoglimento dove, in silenzio, come un cospiratore che agisce in nome della verità (la verità della poesia), costruisco distruggo e ricostruisco continuamente la mia voce e con essa il mio rapporto col mondo. In questo processo che mi consente di conoscere me stesso in relazione agli altri (tutti gli altri: sono loro i destinatari della mia poesia) ho comunque piena consapevolezza che il linguaggio ha dei limiti in quanto ci sono cose che può dire e altre che può soltanto mostrare.   

  • Quando leggiamo o ascoltiamo una poesia ci rendiamo conto che ha dei tempi scanditi dalle pause. Tu sei anche un musicista e a tal proposito voglio collegarmi al rapporto tra poesia e musica: entrambe sono accomunate dalla specificità di forme distribuite nel tempo, quindi hanno un ritmo.  Quanto è importante la musicalità per un poeta?

Nel 1967, quando Pasolini, in un’intervista, chiese a Ezra Pound cosa fossero per lui i Cantos, il vecchio poeta ci pensò un poco e rispose con una sola parola: “Musica”. Giorgio Caproni, che come Pound conosceva molto bene il linguaggio musicale, la pensava allo stesso modo. Non accettava che si parlasse di “musicalità” della poesia ma di “musica” tout court.

Se accettiamo questa idea di poesia non possiamo considerare il suono più importante della pausa: la nota e il silenzio hanno lo stesso rilievo, lo stesso valore. E la parola poetica – essendo, quantomeno, anche musica – non può che nascere dal silenzio e tornare al silenzio.

  • Vittorino, tu per anni hai curato per La Repubblica La bottega della poesia. Portare la poesia in un quotidiano è un atto quasi sovversivo, poiché la parola poetica ci induce alla riflessione attraverso una sorta di sogno lucido in cui la verità nella sua essenzialità fa piazza pulita di tutti gli orpelli e dei condizionamenti che in qualche modo la società ci impone. A tal proposito voglio citare, decontestualizzandoli, dei versi tratti dalla tua ultima raccolta Tutto il resto è letteratura (Musicaos, 2024): << Quando l’onda perfetta si frange in questo/ precipizio del presente a sbugiardare>>.

Sulla base di quale criterio hai scelto, tra le tante proposte, quelle pubblicate nella rubrica?

Curare per quattro anni La bottega della poesia per Repubblica-Bari è stata per me una bellissima esperienza. Il solo criterio che forse mi ha guidato nella scelta dei testi da pubblicare è stato sempre quello dell’artisticità. Per me anche un piccolo spunto che contenesse questo elemento era sufficiente per promuovere il testo e incoraggiare il poeta a continuare la sua ricerca. Lo so non è facile, ma come diceva Montale in Satura “i vini dolci / non li vuol più nessuno”.  Bisogna prendere atto insomma che la poesia non comunica niente se non se stessa nella specificità e nelle forme del suo linguaggio. Che è un linguaggio dell’arte. Per chi ha altre intenzioni ci sono altri linguaggi.

  • Ut pictura poësis, “Come nella pittura così nella poesia” scrive Quinto Orazio Flacco nell’Epistola ai Pisoni, come a dire: la poesia è come un quadro o viceversa. In effetti poesia e pittura sono “arti sorelle” poiché entrambe si esprimono attraverso delle immagini ma con una sostanziale differenza: le immagini della pittura si manifestano innanzi ai nostri occhi, mentre quelle che ci offre una poesia si formano nella nostra mente attraverso l’immaginazione e non si tratta di immagini statiche, come possono essere quelle di un quadro, ma di immagini dinamiche, mutevoli.

Vittorino, il tuo essere pittore ha influenzato in qualche modo le tue poesie?

Per come la vedo io, musicisti e pittori sono molto più vicini ai poeti di quanto non lo siano romanzieri, giornalisti e saggisti. Ritorna, qui, il discorso che facevo prima sull’artisticità, che è qualcosa che ha a che fare con il modo di pensare. Se un artista si affida ai soli procedimenti logici come l’induzione e la deduzione non va molto lontano. La storia dell’arte ci insegna che i grandi artisti hanno fatto sempre ricorso all’abduzione, che è un procedere per salti che consente di collegare cose lontane (e persino incompatibili tra loro) e di essere allo stesso tempo imprevedibili. Tutti quelli che fanno cose imprevedibili, in un certo senso sono poeti, cioè creatori di mondi. Cosa fanno i poeti…  Minano dall’interno la lingua e creano forme nuove.  Non possono agire diversamente.  Ragioniamoci su un attimo. Nelle nostre vite ci sono delle situazioni prevedibili nelle quali sappiamo bene cosa fare: allacciarci le scarpe, camminare, aprire un rubinetto, chiamare l’ascensore, fare una moltiplicazione semplice come 2×2. In queste situazioni non c’è nulla di interessante, nulla di memorabile. Sono le difficoltà invece, gli imprevisti, i contrattempi, quei piccoli o grandi incidenti che ci mettono davanti a situazioni nuove (l’incespicare di Montale) a sollecitare la nostra intelligenza e la nostra creatività.

  • Il Poeta si fa veggente, sosteneva Rimbaud, quindi per concludere la nostra chiacchierata ti chiedo un pronostico, ovvero una tua visione sul futuro della poesia nell’era dei social network.

La poesia sopravviverà, su questo non ho dubbi. Il vero problema del nostro tempo – costa fatica ammetterlo, ma è così purtroppo – è la sua povertà spirituale, cosa che ci ha disabituati alla grandezza. Oggi l’edonismo è più forte della pietas. Assistiamo ogni giorno all’estetizzazione della vita. La gente si fa i selfie, posta sui social le foto delle vacanze, la torta del compleanno e altre scene in cui fa di tutto per mostrarsi felice (perché poi?). Viviamo davvero in un altro mondo rispetto a quello in cui noi più anziani siamo nati e cresciuti. Un tempo mutazioni sociali e culturali di tale portata erano marchiate a fuoco nella storia, con rivoluzioni, guerre, fine di regni e dinastie. Oggi invece è tutto più subdolo e incomprensibile. Le cose accadono sotto i nostri occhi e noi non ce ne accorgiamo. Lentamente, surrettiziamente, lo stato di eccezione ha preso il posto della legge, l’economia ha preso il posto della politica, la comunicazione quello della verità, la medicina quello della religione (vale a dire, la salute al posto della salvezza). Se veramente vogliamo uscire da questa aberrante situazione abbiamo bisogno di ripensare molte cose: l’Occidente, innanzitutto (il pensiero prevaricante e coercitivo del mondo occidentale, che ha anche la presunzione di essere universale) in relazione alle culture minoritarie e sottomesse. Abbiamo cioè bisogno di rieducarci al mondo e di trovare per noi un altro punto di vista, una nuova soggettività non più fondata sul dominio ma sulla relazione. Se saremo in grado di farlo ci lasceremo definitivamente alle spalle il vecchio, logoro e pericoloso concetto di identità.

La nostra unica identità è l’appartenenza al genere umano e questo i poeti lo sanno da sempre.


                                                                                    a cura di Rosaria Ragni Licinio

per il Circolo letterario Vento Adriatico