IL DIAPASON DI DIO di GIULIANA DONZELLO

Dalla postfazione di Ivano Mugnaini

La raccolta Il diapason di Dio (di prossima pubblicazione) si inserisce nel percorso poetico di Giuliana Donzello come un momento di ricomposizione e di ricerca interiore, segnando un’evoluzione significativa rispetto alla produzione precedente. Se l’opera antecedente, Il silenzio delle cetre, aveva affrontato la cronaca storica e la tragedia della guerra con toni di invettiva e amarezza, focalizzandosi sulla rottura degli equilibri umani e sociali, la presente silloge sposta l’asse gravitazionale verso una dimensione metafisica e intimista. Qui, la musica non è più quella delle cetre silenziate dal conflitto, ma diventa la vibrazione fondamentale di un ordine cercato, un’accordatura dell’anima rispetto al trascendente. (…)

La raccolta è strutturata in due sezioni, Armonie celesti e Silenzi interiori, che delineano un movimento duplice: uno slancio verso l’alto, verso il divino e il cosmico, e un contemporaneo ripiegamento nell’intimità della coscienza. Questa bipartizione non va letta come una separazione netta, ma come un respiro unico, un’inspirazione ed espirazione del verso che cerca di colmare la distanza tra l’umano e l’assoluto.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura della Donzello mantiene la sua caratteristica essenzialità lirica, ma appare in questa sede più distesa e contemplativa. Il lessico è attraversato da una rete di immagini ricorrenti che costruiscono un coerente sistema simbolico: la luce, l’acqua, il tempo, il vento e la parola poetica stessa. Si osserva un uso frequente di metafore legate alla musica e al suono, che conferiscono al testo una ritmicità cadenzata, spesso vicina alla preghiera laica. Come si legge in Rinverdite speranze:


Parole musica del verso,
cara alla luce di un preciso incerto,
sogno l’esalta nell’ignoto incontro
avanti che salga in luce il nuovo giorno.
Tempo di riso, pianto di dolore,
ne legge il poeta i segni con fervore.
Li legge sul foglio, li rivede;
parole forti e chiuse, ferite stese
sul cuore, sanate come piume.
Terra di sole o di aspre acque, vive

il poeta il cielo di una stagione
che il vento muove ed ombre
e sepolte voci ricompone.


Miracolo è poesia, musica è il verso:
dal fondo di avari letti d’acque e ghiaie
rinverdite speranze salgono capovolte.

In questi versi si condensa la poetica dell’opera: la parola nasce dal fondo, dalla difficoltà (le ghiaie, i letti avari), ma possiede la capacità alchemica di capovolgere la prospettiva, trasformando la materia pesante in speranza leggera.
Un tema centrale è la concezione del tempo. Non più il tempo storico, scandito dagli eventi di cronaca, ma un tempo interiore, memoriale ed esistenziale. Le poesie esplorano il passaggio delle stagioni, il ricordo dell’infanzia e la consapevolezza del trascorrere. In Le cattedrali del tempo, l’autrice annota:

Innalza cattedrali il tempo.
Con teneri gesti allontana
il sogno di mille albe svanito.
Sottrae ogni notte lo scorrere paziente
delle ore lo sfumare dei colori,
l’odore pregnante di una terra
bagnata di lacrime liberatorie.
Tenero fiorire nella clessidra
di sentimenti: chicchi stretti
in grappoli dorati, pensieri
che in tenue luce si stemperano
nell’andare, dalla malinconia toccati.
Risalgono, come radi ciuffi
di erbe un declivio verde,
i fianchi dolci della memoria,
sotto una quieta luna coricata.
E un’eco marina,
non lontana,
riempie la notte. 

Qui il tempo non è solo distruttore, ma architetto di memorie, costruttore di spazi sacri nella mente. Tale approccio richiama, per certi aspetti, la ricerca ungarettiana della memoria come porto sepolto, dove gli oggetti e i ricordi diventano testimoni di un’identità che resiste all’oblio.
Tuttavia, mentre in Ungaretti la memoria è spesso legata alla tragedia storica e alla perdita, in questo lavoro di Giuliana Donzello essa assume una funzione più consolatoria, divenendo strumento di pacificazione.
La solitudine, altro motivo ricorrente, subisce una trasformazione rispetto alle opere precedenti.
Non è più l’isolamento doloroso causato dalla separazione o dalla guerra, ma diventa una «Solitudine gentile», una condizione necessaria al poeta per esercitare la propria libertà e ascoltare la voce interiore. È una solitudine abitata, popolata da presenze invisibili, da ricordi e dalla natura stessa, che permette la creazione poetica come atto di resistenza e di speranza. Nella poesia omonima, si legge:

Solitudine gentile

Dona il sole un tenue sorriso
al crinale su cui posa la sera
di una giornata di pioggia
rigonfia e intensa.
Poco tempo ora resta per godere
altre ore: coscienza certa
di una vita che più non basta.
Solitudine, al poeta forza
sola per vivere libertà, sognando
ancora dell’acqua il vigore
che tra la roccia zampilla;
soffio di vento che issa
il sudario della mia vela
e come corrente fa gridare
il sangue nelle vene.
Solitudine sola, elegante
e gentile, di una stagione
che diversa avanza ed ai tramonti
ama abbracciare l’alba
di questo mondo che arretra
e dei poeti la mente tormenta,
quando le stelle vibrano scrosci

di lacrime nella notturna volta.

Questa declinazione della solitudine avvicina la Donzello alla tradizione leopardiana dell’infinito, dove il limite e l’isolamento diventano la condizione imprescindibile per il pensiero e l’immaginazione, sebbene qui il tono sia privo di quel pessimismo cosmico, sostituito da una fiducia nella resilienza dello spirito.
Rispetto a Il silenzio delle cetre, si nota un’innovazione nella continuità del pensiero dell’autrice. Permane l’attenzione per la sofferenza umana e per il ruolo del poeta come testimone («Percorre il poeta il bordo delle strade»), ma cambia la modalità di reazione al dolore. Se prima prevaleva la denuncia esterna, qui prevale la trasfigurazione interna. Il dolore non viene negato, ma viene accolto e elaborato attraverso la parola, assumendo una funzione quasi sacramentale di cura e di elevazione. La spiritualità che attraversa i versi non si configura come adesione a un dogma, ma come ricerca di un contatto con una dimensione superiore («Impronta divina che avvolge»), dove Dio è invocato come garante di un ordine armonico e come destinatario di una richiesta interiore (…).
Elementi fondamentali si riscontrano anche nella geografia lirica della raccolta. Accanto ai luoghi dell’anima, compaiono riferimenti concreti come Venezia («Estate veneziana», «Bacino San Marco»), che diventano scenari di epifanie personali, dove il reale si compenetra con il simbolico.
La città lagunare, con le sue acque e le sue nebbie, si presta a rappresentare la fluidità della memoria e la bellezza effimera dell’esistenza (…).

Estate veneziana

Venezia nei mattini d’estate
aveva in bocca i mosaici
dell’Oriente ed i giardini verdi
dei riflessi delle sue chiese.
Ebbra io ero del suo sguardo,
naufrago nei suoi giochi di perla.
Ho vissuto il suo mondo di nebbie
e di maree, oggi distanti, e primordiali,
per quel che han segnato le orme
della vita: in pietà nascosta, carne segnata,
il tratto di uno scontento, evocando
il lungo viaggio, ancora scava.
Al suo canto fatto bevanda, alzato
ho il calice per libarmi del sorriso
della sua rosa d’acqua che so
di non dovere più cercare.
Dentro di me ella vive ancora,
per quel Dio che l’ha propiziata.


La natura non è solo scenario, ma partecipe attiva del sentire umano; alberi, mari, stagioni e uccelli diventano specchi nei quali si riflettono gli stati d’animo del soggetto poetico (…). Il divino non è distante, ma immanente nel gesto di protezione della natura.
In conclusione, Il diapason di Dio si presenta come un’opera di riconciliazione formale e sostanziale. Senza ignorare le asprezze della vita («Fiotto salato giunto dal mare / rimestato a gocce di sudore»), la raccolta propone una via di uscita attraverso la bellezza e l’armonia. La poesia è indicata come l’angelo che libera dall’amore amaro e dal torpore, strumento ultimo per non morire soli. Come si legge nella chiusura di Per non morire solo: «Poesia è l’angelo che lo libera / dell’amore amaro e del torpore / di cui si duole soltanto per / non morire / solo».
Il diapason di Dio chiude un ciclo di dolore aperto dalle opere precedenti, proponendo una resilienza fondata sulla consapevolezza della precarietà umana e sulla fiducia nella capacità rigenerativa del verso. L’autrice annota il mondo non per giudicarlo, ma per accordarlo, cercando nella parola quel punto di frequenza stabile che permetta all’anima di risuonare in sintonia con l’eterno. In questo senso, la silloge si configura come un tentativo di restituire al linguaggio la sua funzione originaria di nome e di canto, oltre la frammentazione del contemporaneo.
Forse il Diapason è la poesia stessa, o la capacità della poesia di individuare nelle frequenze dei gesti e degli oggetti più sani e profondamente umani gli accordi che rafforzano in noi la nostra umanità facendo da barriere a disarmoniche, lacerate e laceranti disarmonie.

Ivano Mugnaini

Il tempo degli aquiloni

Luce afflitta della sera.
Non suoni reclamano
parole profferte: l’ora mia
è nel tempo degli aquiloni
avvinti nell’aria, ammutoliti.
Nelle stanze che odoravano di neve
dormivo il sonno degli ontani.
Mi accompagnava il sogno
di verdi approdi, languide onde
e cantilene di remi e fiumi che
non volevano gettarsi nella foce.
Posava il cuore nella notte
su fondali d’acque lunari,
preso dall’ansia di una vita
agìta da impediti firmamenti.
Antico grembo stellare
svanito nel buio, tra i lembi
setosi di rapide aurore.



La stanza del cuore

Nell’ora tarda sale la pace
tra le gemme tenere
dove un ultimo raggio
vi indugia soave.
Straniati gli alberi,
di durevoli ore
fedeli guide e compagni.
Resta. Non ti eclissare

dalla stanza del cuore;
ti cerca quel sole
nelle orme che hai lasciato,
nel luogo dove sei
o dal quale te ne sei andato
nella fervida giornata
che per te forse è stata.
Con la sera screpola il vento
le argille che chiedono di bere,
brandisce per me il nero aratro
nel campo conficcato e bianco.
Eppure sotto questo brillio di stelle
serenità mi prende a comporre
per una promessa
che intensa di verità trabocca.

Giuliana Donzello


Giuliana Donzello è nata il 25 aprile 1949 a Venezia, dove ha conseguito la laurea in Lettere e successivamente si è specializzata all’Università di Firenze. Ha affiancato fin dall’inizio della sua carriera l’attività di docente a quella di ricercatrice, collaborando con il Dipartimento di Storia e Critica delle Arti Contemporanee dell’università di Venezia e con il Settore Arti Visive della Biennale. Ha pubblicato diversi saggi sull’arte e numerosi articoli sulla ricerca didattica, collaborando con riviste specializzate, tra cui “L’Educatore, Mensile di Pedagogia, didattica e servizi professionali per la scuola primaria”, dell’editrice RCS – Fabbri, Milano. Ha curato situazioni orientative e formative per il MIUR e l’Università di Venezia ed è stata relatrice e formatrice a convegni e seminari europei sulle tematiche dei linguaggi analogici e dell’inclusione.
Scrittrice e studiosa, tra le sue pubblicazioni vanno citate: “Arte e Collezionismo. Fradeletto e Pica primi segretari alle Biennali veneziane 1895-1926”, Editrice Firenze Libri, 1987; “Un ragazzo zingaro nella mia classe”, Editrice Anicia, Roma, 1998; “Il vento di Tampere”, Editrice Anicia, Roma, 2007, che è stato al centro del convegno sull’integrazione alla Commissione europea nel gennaio del 2008.
Dal 2008 si dedica alla scrittura creativa. “Il serbatorio dei sentimenti”, edito dalla casa editrice Progetto cultura 2003, Roma 2010, è stato il suo esordio letterario.
Sono seguiti: “La stagione delle cicale”, Seneca di Torino, 2012; II^ Edizione Aletti Editore, Guidonia (RM) 2013, opera insignita del II° Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo” 2016; “Fiori di sale”, II° Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo” 2017, BookSprint Edizioni, Bucino (SA), 2013; “Il tre periodico”, II° classificato al Premio Internazionale “S. Quasimodo” per la narrativa edita da Aletti Editore, Guidonia (RM) 2015; “Scritti d’Arte”, insignito del primo Premio Internazionale Cumani 2017 per la saggistica, edito da Aletti Editore, Guidonia (RM) 2016; “L’Ostatismo ultima impronta del Novecento”, Premio della Giuria al concorso “Scrittori per l’Europa” 2017, edito da Ibiskos Ulivieri, Empoli; Premio Astrolabio 2018, prima classificata Sezione poesia singola; “L’accusa del tempo”, Europa edizioni, Roma, 2018. Nel 2019 è stata insignita del “Premio per la Miglior Trama” al Dickens Books Awards, Napoli, e risultata vincitrice del Premio Letterario Internazionale “Maria Cumani Quasimodo”, sezione poesia singola; “Crisalidi”, Leonida Editrice, Opera vincitrice del Premio Maria Cumani Quasimodo 2022; “Arte, istituzione e potere. La Biennale di Venezia 1895-1942, Ctl Libeccio editore Livorno, 2021, insignito del “Premio Margherita Hack” 2023; “Crisalidi- Chrysalises”, testo italiano-inglese, Translation by Ivano Mugnaini, Leonida Editrice 2023; insignito della Targa al Merito per le doti artistiche e creative; “L’altana“, Leonida Editrice 2023, insignito della Targa al Merito per le doti artistiche e creative; “Un anno con… Calendario letterario”, Aletti editore, 2024; “Poesie d’amore e morte” con testo italiano e arabo, tradotte da Hafez Haidar, edite da Aletti, 2024; “Topografie di memorie”, secondo classificato al Premio Rocco Carbone 2023; “Il silenzio delle cetre”, opera vincitrice del Premio Internazionale Xenìa Book Fair, IX Edizione 2024, proposta al Premio Strega Poesia 2025, tradotta in inglese da Ivano Mugnaini e in ucraino da Indira Yakovenko; “Radici”, poesie scelte, in “Panorama della Poesia Contemporanea”, Aletti Editore, Villanova di Guidonia (RM), Premio “Voce della Poesia contemporanea” 2025; “Ebbrezze e naufragi”, Leonida Editrice 2026. Numerosi i riconoscimenti ricevuti. Diversi suoi testi sono riportati in antologie, riviste e dizionari di scrittori e poeti contemporanei. “Arte, istituzione e potere. La Biennale di Venezia 1895-1942”, “Crisalidi – Crysalises” e “L’altana” sono state insignite della nota critica e dell’attestato di merito da Salvo Nugnes alla Biennale di Milano 2023. Lo studio sulla Biennale veneziana tra le due guerre è stata insignita anche del Premio Margherita Hack 2024. “Topografie di memorie” si è aggiudicato il riconoscimento al merito artistico del “Premio Arte Biennale”, Venezia 2024 e del “Premio Spoleto” 2024 e “Canaletto” per l’eccellenza artistica. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, albanese, polacco, spagnolo e arabo e pubblicate in antologie, riviste, blog, cataloghi, quotidiani e dizionari ed enciclopedie di scrittori e poeti contemporanei.

SEGNALAZIONI – Giuliana DONZELLO, Il SILENZIO delle CETRE / THE SILENCE OF THE ZITHERS -Traduzione e Postfazione di Ivano MUGNAINI – Ed. BILINGUE, LEONIDA, 2025

Giuliana Donzello, The Silence of The Zithers
Translation and Afterword by Ivano Mugnaini
Edizione Bilingue

Leonida, 25 settembre 2025
Da IL SILENZIO DELLE CETRE di Giuliana Donzello  
Presagio    

Cala la luce dietro la collina
e si fa ombra tonda sul verde
di un prato imbrunito
a disegnare un’unica orma.  

Stenta a cogliere lo sguardo
velato i fragili segni di corpi
in attesa dell’alba, presagio
di colori di una fioritura
farsi luce al cielo elevata.  

È il tuo nome che intendo
nella visione evaporata
alzarsi preghiera recitata
nel respirarti fiato
per sentirti accanto.  

Presenze diafane, le nostre,
corpi che un alto silenzio
tiene a distanza.
E io attendo paziente
e ti vivo presenza nell’ora soave
nell’aria che tiepida alita
su una lenta risacca
ancora di sole dipinta.    
From THE SILENCE OF THE ZITHERS by Giuliana Donzello  
Presage    

The light dims behind the hill
and becomes a round shadow on the green
of a browned meadow
to draw a single footprint.  

The veiled gaze struggles
to grasp the fragile signs of bodies
waiting for the dawn, presage
of colors of a blossom
becoming light lifted to the sky.  

It is your name that I hear
in the evaporated vision
rising up like a recited prayer
in breathing your breath
to feel you next to me.  

Diaphanous appearances, ours,
bodies that a high silence
keeps at a distance.
And I wait patiently
and live you as a presence in the gentle hour
in the air that warmly breathes
on a slow lapping of the water
still painted with sunshine.    

Amaro tempo  

Amaro tempo
che di un più dolce
vivere il fluire ha interrotto
e qui lascia qualche parca ora della sera
strappando a sé la più rara luce.  

Un ultimo saluto la paterna terra
rinvia agli occhi di un uomo stralunato.
All’ombra lunga di una pianta, sola
s’innamora la mente di un volo di farfalla:
conforto al suo silente abbandono.  

Ha il fiato dell’inverno il tempo,
battito di singulto di chi parte,
come il fuggitivo che nelle strade
tenere del disgelo s’afferra alla speranza.
E nell’aria umida, sotto un orlo
di cielo va, sapendo vano il suo ritorno.  
Bitter time  

Bitter time
that of a sweeter
living has disrupted the flow
leaving here a few parched hours of the evening
tearing away the rarest light.  

A last farewell the paternal earth
shows to the eyes of a bewildered man.
In the long shadow of a plant,
only the mind falls in love with a butterfly’s flight:
comfort to his silent surrender.  

Time has the breath of winter,
the beat of the wailing of the one who leaves,
like the fugitive who in the tender roads
of spring clings to hope.
And in the humid air, under a rim
of sky he goes, aware of the vainness of his return.  

Scoramento    

E a regnare nella stanza è il silenzio,
testimone muto ancora
di pioggia, fumo e vento,
dell’immobilità del mutamento.  

Tu che per lunga promessa vieni
e il posto abiti della sofferenza,
fruga tra le pagine del tempo,
scandaglia le parole vuote nel mare
fondo dove arranca l’esistenza.  

Se di solitudine trabocca,
non temere: vieni,
attingi a queste mani
asperse a te protese a colmare
d’amore questo giorno d’inverno.
Di celeste virtù incline conforto.        
Discouragement    

And still in the room is silence that reigns,
mute witness of rain
yet, smoke and wind,
of the immobility of change.  

You who by long promise come
to inhabit the place of suffering,
search through the pages of time,
plumb the empty words in the deep
sea where existence trudges.  

If loneliness overflows,
fear not: come,
draw on these hands
aspersed to you stretched out to fill
with love this winter day.
Of heavenly virtue entrusted comfort.        

“La dimensione intima della poetessa, il suo orizzonte personale, i suoi luoghi, diventano in questo libro specchio di pensieri individuali che tuttavia si estendono in modo spontaneo al Leitmotiv della raccolta. In “Rifugio d’aironi”, ad esempio, la Donzello osserva: “Laguna colma di isole, / specchi di lucciole, / piccoli soli e astri / nel tuo grembo giacciono / e non mi so diversa / di nostalgia vestita / in un’età delusa. / Deriva di luce rinasci dall’abisso / e ti adagi su secoli di storia. / Destami, travolgimi, / mai grembo più celeste / mi ha accolto come morta / perché in te rinasca / in un’alba rosa”.

L’età delusa si riverbera negli abissi del tempo e dei conflitti che oggi imperversano, ignari di ogni memoria, dimentichi delle macerie già viste in ogni piazza, in ogni città e in ogni villaggio della terra. L’alba rosa della rinascita è sia auspicio di una singola esistenza che desiderio condiviso con l’umanità intera.

Questo sguardo onnicomprensivo si manifesta anche nelle liriche in cui la dimensione estetica del verso è alla massima potenza. “Donami giorni ancora, / mio angelo a me oscuro, / nel momento tardo / e agli occhi stanchi / in mesti accordi smarriti. / Abbandoni d’alba / alle malinconiche intese del cuore, / risvegli arcani tra gli astri / di notturni arcipelaghi insonni”. Il contrasto tra sonno e risveglio richiama la dicotomia morte – vita. E la parola rinascita, in varie forme e accezioni, è la tra le più ricorrenti della raccolta.

“Terra desolata”, poesia dal titolo eliotiano, esplora ulteriormente il tema della malattia del mondo e dell’unica strada percorribile per contrastarla: “Sta l’infermo alla finestra / che incornicia l’infausto giorno / agli stanchi occhi concesso. / A esorcizzare la morte / che sente essergli appresso.” Dalla Postfazione di Ivano Mugnaini


“The poet’s intimate dimension, her personal horizon, her places, become in this book a mirror of individual thoughts that nevertheless extend in a spontaneous way to the Leitmotif of the collection. In “Refugio d’aironi,” for example, Donzello observes, ““Laguna colma di isole, / specchi di lucciole, / piccoli soli e astri / nel tuo grembo giacciono / e non mi so diversa / di nostalgia vestita / in un’età delusa. / Deriva di luce rinasci dall’abisso / e ti adagi su secoli di storia. / Destami, travolgimi, / mai grembo più celeste / mi ha accolto come morta / perché in te rinasca / in un’alba rosa””

The disillusioned age reverberates in the chasms of time and conflict that rage today, unaware of any memory, oblivious of the wreckage already seen in every square, every city and every village on earth. The pink dawn of rebirth is both the wish of a single existence and a yearning shared with all humanity.

This all-encompassing gaze is also manifested in the lyrics in which the aesthetic dimension of the verse is at its most powerful. “Donami giorni ancora, / mio angelo a me oscuro, / nel momento tardo / e agli occhi stanchi / in mesti accordi smarriti. / Abbandoni d’alba / alle malinconiche intese del cuore, / risvegli arcani tra gli astri / di notturni arcipelaghi insonni” The contrast between sleep and awakening recalls the death-life dichotomy. And the word rebirth, in various forms and acceptions, is among the most recurrent in the collection.

“Wasteland,” a poem with an Eliotian title, further explores the theme of the world’s illness and the only viable way to counter it: “Sta l’infermo alla finestra / che incornicia l’infausto giorno / agli stanchi occhi concesso. / A esorcizzare la morte / che sente essergli appresso.” From the Afterword by Ivano Mugnaini


Giuliana Donzello Scrittrice e studiosa, dal 2008 si è dedicata alla scrittura creativa. “Il serbatorio dei sentimenti”, edito dalla casa editrice Progetto Cultura 2003, Roma 2010, è stato il suo esordio letterario.

Il silenzio delle cetre” è opera vincitrice del Premio Internazionale Xenìa Book Fair, IX Edizione 2024

Numerosi i riconoscimenti ricevuti per meriti artistici e culturali. I suoi testi sono riportati in antologie, riviste e dizionari di scrittori e poeti contemporanei, e tradotti in inglese, arabo, polacco, albanese e ucraino.


Ivano Mugnaini è nato a Viareggio e si è laureato a Pisa in Lettere moderne con una tesi sul teatro rinascimentale. Poeta, narratore, saggista, critico, traduttore e consulente letterario.

Ideatore del Premio Nazionale “La vita in Prosa” e il concorso “Elogio della Follia” aperto sia a scrittori affermati che emergenti. Collabora come autore di testi con diverse associazioni culturali.

Ha curato, dal 2000 al 2012, la rubrica “Panorami congeniali” sul sito della Bompiani RCS.
Cura i “Quaderni Dedalus”, annuari di narrativa contemporanea.

Ha pubblicato i libri di poesia: Controtempo, Inadeguato all’Eterno, Il tempo salvato, La creta indocile; le raccolte di racconti: La casa giallaL’algebra della vita; i romanzi: Il miele dei serviIl sangue dei sogni, Limbo minore. Il suo racconto “Desaparecidos” è stato pubblicato da Marsilio e il suo romanzo breve: Un’alba da Marcos y Marcos.

Di recente uscita, il romanzo Lo specchio di Leonardo. Cura il blog letterario “Dedalus: corsi, testi e contesti di volo letterario” https://ivanomugnainidedalus.wordpress.com/  e la pagina https://www.facebook.com/ViaggiAutore/



SEGNALAZIONI – GIULIANA DONZELLO, IL SILENZIO DELLE CETRE, LEONIDA EDIZIONI, 2024

G. Donzello, Il Silenzio delle Cetre
Prefazione di Ivano Mugnaini
Leonida Edizioni, Catona (RC), 2024

Ultimo atto

Calano mute le ore

sulle fredde cose morte

e i corpi ammassati

sulle colline del disonore.

nella casa un disordine sordo

disegna il vuoto della stanza

e di bocca che più non fiata.

Sul tavolo di calcinacci

un’ultima minestra esala

fumo di sapore e di detriti

volta a una sedia vuota

e a una tenda strappata.

Non c’è luce che arrivi

dall’imposta profanata

solo odore di zolfo

e una lanterna nera in attesa

sulla ferita che non risana.

Palcoscenico di guerra:

distesa reliquia chi per

amor di patria

è stato, e di libertà.

Amaro il silenzio intorno

e la notte avventata.


“La terra d’Ucraina, la guerra, i massacri, il silenzio e l’urlo dopo gli assalti occupano una porzione importante del libro, parla di nomi, di uomini e donne, di persone, di città e villaggi evocati come entità vive che ora sono state ridotte a macerie e silenzio.

Una tecnica nitida e consolidata ha consentito all’autrice di strutturare le poesie attorno ai pilastri di sostegno di alcune parole (…): il delirio di potenza, il senso di morte, la distruzione di un mondo e di un modo di vivere, la negazione dell’umanità nell’accezione di fratellanza e condivisione (…).

Il silenzio delle cetre finirà nel momento in cui si potrà udire di nuovo l’eco della bellezza libera e incondizionata e dell’amore”. Dalla postfazione di Ivano Mugnaini


Giuliana Donzello è nata il 25 aprile 1949 a Venezia, dove ha conseguito la laurea in Lettere e successivamente si è specializzata all’Università di Firenze. Un lungo curriculum la vede affiancare all’inizio della sua carriera l’attività di docente a quella di ricercatrice, a collaborare con il Dipartimento di Storia e Critica delle Arti Contemporanee dell’università di Venezia e con il Settore Arti Visive della Biennale, e a pubblicare diversi saggi sull’arte e numerosi articoli sulla ricerca didattica, collaborando con riviste specializzate.

Scrittrice e studiosa, dal 2008 si è dedicata alla scrittura creativa. “Il serbatorio dei sentimenti”, edito dalla casa editrice Progetto Cultura 2003, Roma 2010, è stato il suo esordio letterario.

Il silenzio delle cetre”, da cui è tratta la lirica cui sopra, è opera vincitrice del Premio Internazionale Xenìa Book Fair, IX Edizione 2024.

Numerosi i riconoscimenti ricevuti per meriti artistici e culturali. I suoi testi sono riportati in antologie, riviste e dizionari di scrittori e poeti contemporanei, e tradotti in inglese, arabo, polacco, albanese e ucraino.

Poeti contemporanei Giuliana DONZELLO

IL RAMPICANTE

Quale amabile giorno chiaro

è sulle strade celate

nel loro antico grigiore

e già deste al canto delle onde.

Tempo calmo, sfiorato appena

da crepitii di passi e frullo d’ali

di uccelli intirizziti nell’ora

azzurra che dolce sale a sfiorare

i nostri corpi freddi distesi d’ombra.

Ti sento nel tempo più incerto dell’anno

             rampicante cingermi le braccia libero

            della densa nebbia da un sole che

             nell’intrico dei rami tuoi s’è fatto stanza.

                        Pensiero d’amore insegue

                        questo giorno che al suo colmo

                        m’illumina di speranza.

                        E vivo specchio del tuo caldo cuore.

IL LIBRO DELLA VITA

Libro che il vento impietoso sfoglia

a ricordarmi il mio destino umano:

vent’anni appassita in solitudine,

poi il sole a scaldarmi d’amore

nei giorni dolci di affetti e di carezze.

mi abbracciasti con illusorio ardore,

giovinezza, scalfendomi con un andare

dolente, prezzo alla mia età

e all’anima incantata.

Ti amai come tu mi amasti,

inebriandomi di verdi prati vividi

al sole, prodigio che hai rivelato

al mio cuore ebbro di illusioni

e pur già mesto nella luce

di questo ottobre caldo di colori.

Smorzano i veli di un tempo

livido il sorriso del cielo

nell’ora del saluto che l’allontana.

eppure sei in me e nel mio sogno ti amo,

ora che incauta ancor t’appresti

a raccontare una favola smisurata.

Suadente voce, sia io a cogliere

allora la meraviglia del volo

alle mie mute carte donata.

TESTAMENTO D’AMORE

Dietro la collina dove il tuo spirito poeta

respira tra le ginestre e i fiori di mimosa,

in solitudine vivo l’amore tuo

e offro al vento e al sole

la mia stanca pelle di pergamena.

Siamo stati asceti di pensiero fecondo

e tormenti d’amore al mutevole apparire delle ore.

Siamo cresciuti fiori del deserto,

seguiti da antichi veti che ci hanno resi muti

ed assetati di bianchi pensieri:

lungo tempo senza riposo,

zavorra avvinghiata alle caviglie

a sfiancare le membra, eppure

mai vinta la mente.

Se per me è giunto il tempo dell’andare,

io, tua carne eletta, ti lascio tempo

per amare e perdonare.

Dalla collina scenderà ad incontrarti

l’indulgenza dei ricordi

di ciò che per te son stata,

dei sogni affogati

per non perire prima.

Ti lascio il mio canto, perché

di versi ti nutra e di poesia tu viva in pace.

Del lungo cammino che a te mi strappa

ti lascio fiamma d’amore

ad accendere la notte placida

sulla nostra devozione solitaria.


Le liriche sono tratte da: G. Donzello, Topografie di memorie, Leonida Editrice, 2024


Sull’autrice

Giuliana Donzello è nata il 25 aprile 1949 a Venezia, dove ha conseguito la laurea in Lettere e successivamente si è specializzata all’Università di Firenze. Ha affiancato fin dall’inizio della sua carriera l’attività di docente a quella di ricercatrice, collaborando con il Dipartimento di Storia e Critica delle Arti Contemporanee dell’università di Venezia e con il Settore Arti Visive della Biennale. Ha pubblicato diversi saggi sull’arte e numerosi articoli sulla ricerca didattica, collaborando con riviste specializzate, tra cui “L’Educatore, Mensile di Pedagogia, didattica e servizi professionali per la scuola primaria”, dell’editrice RCS – Fabbri, Milano. Ha curato situazioni orientative e formative per il MIUR e l’Università di Venezia ed è stata relatrice e formatrice a convegni e seminari europei sulle tematiche dei linguaggi analogici e dell’inclusione.

Scrittrice e studiosa, tra le sue pubblicazioni vanno citate: “Arte e Collezionismo. Fradeletto e Pica primi segretari alle Biennali veneziane 1895-1926”, Editrice Firenze Libri, 1987; “Un ragazzo zingaro nella mia classe”, Editrice Anicia, Roma, 1998; “Il vento di Tampere”, Editrice Anicia, Roma, 2007, che è stato al centro del convegno sull’integrazione alla Commissione europea nel gennaio del 2008.

Dal 2008 si dedica alla scrittura creativa. “Il serbatorio dei sentimenti”, edito dalla casa editrice Progetto cultura 2003, Roma 2010, è stato il suo esordio letterario.

Sono seguiti: “La stagione delle cicale”, Seneca di Torino, 2012; II^ Edizione Aletti Editore, Guidonia (RM) 2013, opera insignita del II° Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo” 2016; “Fiori di sale”, II° Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo” 2017, BookSprint Edizioni, Bucino (SA), 2013; “Il tre periodico”, II° classificato al Premio Internazionale “S. Quasimodo” per la narrativa edita da Aletti Editore, Guidonia (RM) 2015; “Scritti d’Arte”, insignito del primo Premio Internazionale Cumani 2017 per la saggistica, edito da Aletti Editore, Guidonia (RM) 2016; “L’Ostatismo ultima impronta del Novecento”, Premio della Giuria al concorso “Scrittori per l’Europa” 2017, edito da Ibiskos Ulivieri, Empoli; Premio Astrolabio 2018, prima classificata Sezione poesia singola; “L’accusa del tempo”, Europa edizioni, Roma, 2018.

Nel 2019 è stata insignita del “Premio per la Miglior Trama” al Dickens Books Awards, Napoli, e risultata vincitrice del Premio Letterario Internazionale “Maria Cumani Quasimodo”, sezione poesia singola; “Crisalidi”, Leonida Editrice, Opera vincitrice del Premio Maria Cumani Quasimodo 2022; “Crisalidi-Chrysalises”, testo italiano-inglese, translation by Ivano Mugnaini, Leonida Editrice 2023; L’altana“, Leonida Editrice 2023; “Un anno con… Calendario letterario”, Aletti editore, 2024; “Topografie di memorie”, con postfazione di Ivano Mugnaini, Leonida Editrice, Reggio Calabria 2024; Poesie d’amore e morte, con testo italiano e arabo a cura di Hafez Haidar, 2024

Numerosi i riconoscimenti ricevuti per meriti artistici e culturali. I suoi testi sono riportati in antologie, riviste e dizionari di scrittori e poeti contemporanei.

Arte, istituzione e potere. La Biennale di Venezia 1895-1942, Crysalises-Crisalidi e L’altana sono state insignite della nota critica e dell’attestato di merito da Salvo Nugnes alla Biennale di Milano 2023, del Premio Margherita Hack 2024 e Jacopo Da Ponte 2024


Nella Scrittura di Ivano Mugnaini, tra Poesia e Racconto: il Ritmo della Vita

(Trascrizione dell’ Intervista online a Ivano Mugnaini del giorno 8 novembre 2022)
modera: Giulia Sonnante,
introduce: Antonella Vairano

(la video-intervista è disponibile sul canale Youtube alla pagina personale di Antonella Vairano, nella SEZIONE VIDEO)

—– Apertura:

AV: Bene, ci siamo, buona sera: benvenuto Ivano Mugnaini, benvenuta, Giulia!

GS: Ciao, Antonella; ciao, Ivano!

IM: Ciao, ciao…

—–Presentazione:

AV: Bene, mi presento: sono Antonella Vairano e gestisco il Circolo Letterario Vento Adriatico, con il quale promuovo ed organizzo eventi culturali e sono anche una Poeta, una Poetessa, per me, è uguale, non faccio differenza. Di recente, ho realizzato con Giulia Sonnante il blog del Circolo Letterario Vento Adriatico, uno spazio di scrittura, aperto a riflessioni, pensieri, articoli, non soltanto, miei e di Giulia, ma di altri validissimi e preziosi collaboratori. Anzi, inviterei chi ci segue e chi ci seguirà in questo primo incontro, a seguire il blog per le interessanti riflessioni che, infine, se vogliamo, altro non sono che riflessioni sulla vita, non soltanto sulla Poesia in senso stretto.

Questa sera, siamo contente, io e Giulia, e mi auguro anche Ivano, in quanto inauguriamo un nuovo progetto del Circolo letterario Vento Adriatico: Autore in Circolo. Per farla breve, una serie di interviste online a interessanti autori contemporanei.

Bene, questa intervista a Ivano Mugnaini verrà condotta dalla nostra anglista e traduttrice: Giulia Sonnante.

Io, adesso, darò qualche informazione su Ivano Mugnaini, dopo di che, vi saluterò, vi lascerò, in libertà, in questo vostro incontro, in questa vostra, interessante chiacchierata e riapparirò alla fine per quelli che saranno i saluti finali. Bene, qualche notizia su Ivano:

Ivano Mugnaini è nato a Viareggio e si è laureato a Pisa in Lettere moderne con una tesi sul teatro elisabettiano. Poeta, narratore, saggista, critico, traduttore e consulente letterario.

Ideatore del Premio Nazionale “La vita in Prosa” e il concorso “Elogio della Follia” aperto sia a scrittori affermati che emergenti. Collabora come autore di testi con diverse associazioni culturali tra cui AstrolabioCultura di Pisa, diretta dalla Poeta e critica Valeria Serofilli.

Tra i critici che si sono occupati della sua opera: Gina Lagorio, Giorgio Barberi Squarotti, Luigi Fontanella, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Walter Mauro, Andrea Camilleri.

Ha pubblicato i libri di poesia: Controtempo, Inadeguato all’Eterno, Il tempo salvato, La creta indocile; le raccolte di racconti: La casa gialla, L’algebra della vita; i romanzi: il miele dei servi, Limbo minore. Il suo racconto “Desaparesidos” è stato pubblicato da Marsilio e il suo romanzo breve: Un’alba da Marcos y Marcos.

Di recente uscita, il romanzo Lo specchio di Leonardo. Cura il blog letterario “Dedalus: corsi, testi e contesti di volo letterario” e il suo sito personale: https://www.ivanomugnaini.it/

Bene, così come avevo detto, vi lascio in questa sicuramente molto interessante chiacchierata e ci vediamo dopo. Bene, a voi la parola, a te, Giulia.

GS: Grazie, ciao, Antonella.

AV: Ciao, ragazzi!

IM: Ciao, ciao…

***

—–Intervista:

GS: Allora, Ivano, possiamo iniziare questa nostra chiacchierata. Ho preparato delle domande: la prima, corposa, è questa: Che cos’è per lei la Poesia? Questa… mi premeva porgerla.

IM: Sì, sì… Dunque, la prima…ci potremmo star tutta la serata, fino a domani, oppure cavarcela…. Purtroppo abbiamo poco tempo; direi, è quasi più facile dire cosa NON è la Poesia! Però, visto che la domanda è precisa, potrei dire:  

La Poesia è il tentativo di rendere la vita, non dico comprensibile, questo è impossibile, però, perlomeno di dare, di trovare spunti di bellezza, spesso nascosti, nell’incomprensibile, nell’assurdo, nel dolore.

La Poesia spesso non è quella sui fogli, sui libri, ma anche in un gesto, un atteggiamento, magari, di generosità, di solidarietà.

La poesia: credo che ognuno abbia un proprio modo di intenderla; anche nei libri, si può preferire un tipo di poesia piuttosto che un’altra, sono tutti legittimi purché esprimano qualcosa di autentico, che emozioni…

IM: La prima domanda era molto tosta…direi di…

GS: Sì…

IM: Spero di esser stato…se vogliamo passare…

GS: La seconda parte di questa stessa domanda è la seguente: se la poesia ha ancora senso in un tempo di guerra o in una società materialistica dominata dalla velocità dei social o dalla esteriorità? Lei, in una bellissima lirica, ha definito il nostro tempo “rapido e rapace” ed è giusta, questa sua definizione, molto centrata. La lirica è…

IM: Mi fa piacere che…Qual è la lirica in questione?

GS: La lirica è: Per incantamento – Quasi dantesca in La Creta indocile di cui parleremo oggi.

IM: Direi, la Poesia ha più senso nei tempi di crisi, di guerra, proprio perché fa da contrasto, indica una strada da seguire, come detto, in una società dominata dalla velocità, in questi tempi rapaci. Però, non è detto che proprio con questi mezzi che stiamo usando anche oggi, non si possano creare nuovi modi per diffondere la Poesia e sicuramente anche noi diamo un contributo in questo senso.

Comunque, per rispondere in maniera sintetica, direi, più che mai oggi, più che mai oggi e non è detto che…ripeto: non soltanto nei libri, ma anche come atteggiamento di contrasto all’aggressione…

GS: …agli egoismi…

IM: alla mancata…agli egoismi, perfetto! Alla mancanza di compassione verso gli altri, verso quelle che sono le situazioni di difficoltà, di fragilità…

GS: passiamo adesso a presentare questa bellissima raccolta: La creta indocile.

La prima cosa che colpisce è il titolo, un contrasto in sé, quasi un ossimoro. Che cosa rappresenta la creta e perché è indocile? Lo abbiamo un po’ detto…

Figura 1 Ivano Mugnaini. La creta indocile, Oèdipus Edizioni, Salerno, 2018. – Prefazione di Elio Pecora. Nota di lettura di Ivan Fedeli.

IM: in parte, è stato un po’ anticipato…tuttavia, mi fa piacere…Hai detto bene, i due termini che compongono il titolo sono un po’ in antitesi l’uno con l’altro.

GS: Sì, perché noi siamo abituati alla creta come a qualcosa di docile…

IM: …Invece, volutamente è stato creato questo contrasto per dire che, sia le parole che compongono il libro, sia la vita stessa, sono tutt’altro che docili. Bisogna impegnarsi per tentare di avvicinare la forma, l’oggetto alla realtà che vorremmo creare. Quindi, hai detto, bene… (hai detto “ossimòro” alla greca, io dico “ossimoro” perché sono …è uguale…non cambia nulla…)

GS: …e sì! (ride)

IM: no, no, va bene…

GS: Ehh…Se c’è all’interno della silloge, una lirica a cui è particolarmente legato e perché? Tutte sono molto belle…se può citarne due o tre…sono bellissime tutte: da quelle d’amore a quelle più esistenziali.

IM: Sì, sono le componenti principali della raccolta; è come chiedere ad un padre chi è il tuo figlio preferito…non che siano molto contenti se si risponde…però, è giusto, bisogna fare una selezione, io direi…tra tutte, tre testi relativamente brevi…

GS: oppure, lo dico io….

IM: Squame, Con sollievo, Il grado zero.

GS: sono anche le mie preferite! Se può dirci, perché è legato a queste tre liriche, in modo particolare?

IM: Sì, dunque….

GS: Forse, le leggiamo, prima?

IM: Sì, quello aiuterebbe, se c’è possibilità….

GS: Sì, Con sollievo, la prima che vorrei leggere, è a pagina 30 del volumetto, se qualcuno volesse seguire:

Con sollievo

Lasciamo che il testo trovi

la sua strada, l’oggetto, il messaggio.

Niente sarà sprecato, non un gesto,

un sorriso, uno slancio, un pensiero

dedicato a lei che, ferma di fronte

al portone serrato del sogno, ci dava

appuntamenti per il giorno sbagliato,

ridendo, giocando a scardinare il tempo

che giocava a dadi, distratto, muto.

Lasciamo che il verso trovi

per sé e per noi la sua strada, il suo senso.

Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,

e la sua assenza di sostanza è pietà,

misericordia nella tortura che ci consuma,

il “foco che ci affina”.

Forse, magari nel regno del sonno, quando

sarà pace il silenzio e prato il respiro,

ci sarà detto dove conduce il sentiero

e diverremo noi il cammino, saldo, sicuro,

ignaro di abissi di tornanti. Tutto avrà scopo,

ed ogni interrogativo irrisolto sarà arte

arcana di filosofia astratta e carnale, volto

incrociato lungo un viale straniero, quando

è già quasi sera, e, con sollievo, non si è certi

di distinguere buio e luce, falso e vero.

Questa è bellissima!

IM: grazie per questa bella lettura, ti ringrazio, molto ben fatta. Ho apprezzato molto! Non è facile, è lunga e complicata…Dunque, mi hai chiesto perché…

GS: per me, questa è…

IM: dimmi, dimmi…

GS: per me, questa è un sollievo in sé perché smussa la paura della morte che è la nostra paura più grande ed è anche una lirica dal carattere esistenziale, centrata sulla ricerca del senso della vita. Poi, c’è la citazione di Dante. (lei è incline alle citazioni letterarie, non solo in Poesia ma anche in prosa, per esempio, nel romanzo Limbo Minore) e qui, ci troviamo nel XXVI canto del Purgatorio in cui Dante incontra Giudo Guinizelli e vuole sapere chi sia lo spirito che egli stesso non ha riconosciuto. E credo che questo Spirito sia quello di Arnaldo Daniello, il trovatore, che Dante citerà nel De Vulgari Eloquentia (1304). Il foco che ci affina” perché, poi, lo Spirito si getterà nel fuoco per emendare le sue colpe. (Siamo nel Purgatorio, non nell’Inferno!)

IM: il riferimento a Dante è sempre gradito, quindi, grazie…

GS: Lo ha fatto, lei, non io…!  (ride)

IM: no…però, la disanima è stata fatta! Va benissimo…

GS: poi, naturalmente, la citazione è doppia perché anche Eliot cita Dante nella Terra Desolata, però, per Eliot, il miglior fabbro non è Arnaldo Daniello, ma Ezra Pound. (Questa, una piccola parentesi che era bello fare)

IM: sono cose belle, in letteratura tutto è collegato; è come un filo che si dipana, che s’intreccia… Quindi, mi hanno fatto piacere, sia la lettura che i riferimenti fatti.

GS: è bella la Poesia…! L’altra lirica è: Il Grado zero, a pag. 41 del volumetto. Vado a leggere anche questa, molto bella, forse la mia preferita:

Il grado zero

Arriva il momento in cui tutto ciò

che rimane è attesa, sospensione,

grado zero della vita. Diventa colpa,

allora, perfino muovere le dita goffe

della speranza, dirigere il cuore verso

l’idea di un cielo chiaro, arioso, un morso

di pane, una briciola, un sorso residuo

di vino.

Ma più colpevole e più tenace è

l’udito, fisso sul legno della porta,

inchiodato, crocifisso, appeso

ad un battito, un tocco ansioso,

incerto, furtivo: forse il tonfo,

l’incedere cieco del destino;

forse, il calore, sincero, di una mano.

IM: grazie mille. Questa risponde un po’ al discorso della Creta indocile. Ci sono molti riferimenti alle mani, ai gesti, quasi al tentare di dare forma, in questo caso, alla speranza che…ha valori più alti. Mi fa piacere che sia stata letta, bene, anche questa.
GS: mette in luce le nostre fragilità, le nostre debolezze più profonde, è bello che sia nella creta indocile della vita. L’altra lirica che mi ha citato è Squame, vado a leggerla, a pagina 48 del volume:

Squame

In questa notte d’inverno,

tra strade di gelo, nel fosso

circondato da viali pedonali,

soltanto i pesci. Guizzano

nell’aria colorando il silenzio

di fuochi, riflessi, voli lievi,

risa di gioia.

Sono gli stessi pesci, scuri,

sporchi, nativi del fango, che,

poche ore prima, erano presi

di mira da infiniti sguardi

di disprezzo e dai petardi

dei bambini di buona famiglia,

ben vestiti, annoiati da lusso

e moine.

Mi guardo le mani. Attendo,

impaziente, le squame.

È bella!

IM: l’hai letta molto bene, proprio con le pause giuste!

GS: ci sono le virgole!  (ride) — è bella, si gioca tutta negli ultimi versi ed oppone, secondo me, l’Essere all’Apparire: la prima parte è centrata sull’apparenza, mentre, negli ultimi versi, il Poeta spinge verso l’autenticità della vita. Non è tanto importante la purezza esteriore quanto quella interiore. È forse questo che ha voluto dirci…

IM: c’è anche un’immedesimazione con questi pesci che, diciamo così, sono visti per il loro aspetto esteriore, come qualcosa di sgradevole… e anche per un certo tipo di vita che prescinde dall’aggressività, dalla distrazione: questi bambini che si divertono con questi pesci…È un’istantanea che indirettamente fa anche riflettere, fa pensare alla nostra condizione: tutti noi possiamo essere, a seconda del momento, o dentro il fosso o fuori…È una poesia un po’ particolare…Mi fa piacere che sia stata letta e citata…

GS: possiamo, credo, ritornare adesso alle domande: l’altra domanda era: qual è, per lei, il confine tra racconto e poesia? Se c’è un confine.

Molte delle sue liriche hanno uno spiccato carattere narrativo ed è questo un aspetto molto particolare ed interessante perché, per me, già è molto difficile esprimersi, rispettando il limite del verso, poi, raccontarsi intimamente come fa lei, nella poesia, è tutta un’altra cosa, è ancora più difficile! Quindi, l’aspetto del raccontare è particolare.

IM: indubbiamente, la domanda è adeguata perché, come sai, scrivo anche narrativa, anche racconti…Io direi che l’osservazione, fatta da alcuni lettori, anche competenti, è che inserisco sempre un po’ di racconto nella poesia e viceversa …cioè, anche nei racconti ci sono pagine “liriche”; ciò non vuol dire che non contribuiscano a delineare la storia, ma sono… A qualcuno potrebbe anche non piacere, ma, ormai, direi, che è una caratteristica praticata, nel tempo, una caratteristica…distintiva di quello che scrivo da alcuni anni.

Il confine può essere abbastanza sfumato in alcune forme di scrittura perché la Poesia non è solo andare accapo, così come il racconto non è solo…può contenere…Non è detto che debba contenere Poesia, in senso stretto, però può essere lirico, non puramente descrittivo, ma rendere anche delle sensazioni che sarebbero più adatte, in fondo, alla Poesia. Quindi, direi, che il confine c’è, ma è sfumato. Può essere superato agevolmente da entrambe le direzioni.

GS: E allora, adesso, l’altra parte della stessa domanda è un’altra sfumatura, cioè: che cosa distingue una semplice scrittura creativa dalla poesia?

IM: questa è impegnativa: dunque, non lo so, direi, più che a livello tecnico, è nella ricezione. Se chi legge riesce a percepire, a sentire qualcosa che lo coinvolge personalmente, allora siamo più sul versante della Poesia. La scrittura creativa può essere moltissime cose.

Direi, per arrivare ad essere Poesia deve emozionare, deve far riconoscere al lettore qualcosa di suo. Direi che più che dal punto di vista tecnico, la distinzione è nella ricezione, cioè nel destinatario, in chi legge. Però, è un’impressione personale, non c’è una risposta univoca, assoluta, dipende sia dall’autore che dal lettore.

GS: adesso, la successiva: quanto si affida all’istinto, all’ispirazione, nella sua scrittura, e quanto invece appartiene ad un lavoro più attento, di revisione e cura del testo?

IM: Specialmente per la Poesia, la cosiddetta ispirazione, possiamo anche chiamarla emozione, ci deve essere qualcosa che ti colpisce al punto da dire: “devo fermare questo attimo, devo renderlo parola.”

Direi, l’ispirazione è fondamentale; alcuni testi, sia di narrativa che di Poesia vengono già quasi pronti; paradossalmente, è proprio lì che bisogna agire perché la limatura, la rilettura, la sfoltitura, sono sempre essenziali, anche, soprattutto, quando sembrerebbe tutto già pronto.

Direi, l’ispirazione è fondamentale, ma il lavoro di revisione è altrettanto fondamentale. Certo, va fatto in ogni caso, anche quando sembrerebbe tutto ben già predisposto. Bisogna rendere il testo più essenziale possibile, più facilmente recepibile anche da chi lo legge, le complicazioni degli avvenimenti, che possono essere sfrondati, le vedo, inutili, a mio parere.

GS: adesso passiamo al romanzo Lo specchio di Leonardo, pubblicato da Eiffel Edizioni e contiene una bella prefazione del prof. Panella, docente di Estetica alla Scuola Normale di Pisa. Allora, com’è nata l’idea di questo romanzo? (forse è una domanda che le hanno fatto in cinquantamila persone!).

Figura 2 Ivano Mugnaini, Lo specchio di Leonardo, Eiffel Edizioni, Salerno, 2016

Al centro di questo romanzo è Leonardo Da Vinci al quale fa da controcanto il suo sosia: il copista Manrico che rappresenta il lato oscuro del genio, quanto meno la parte di sé che egli non può mostrare in società e neppure forse confessare a sé stesso. Quindi, ci sono due personaggi, in questo romanzo.

IM: dunque, com’è nato? la domanda è giustamente più che legittima poiché, tra l’altro, come sai, ci sono decine di romanzi dedicati a Leonardo da Vinci.

Io ho cercato un’angolazione particolare perché, vedendo, conoscendo i risultati che ha ottenuto in tante discipline: la scienza, la pittura…viene fatto di chiederti a che pressioni fosse soggetto, sia dall’esterno che da sé stesso, dalla propria psiche, un personaggio del genere, e soprattutto, se la sua immagine pubblica corrispondesse a quelli che erano, in realtà, i suoi desideri, emozioni, segreti.

È stato utile questo meccanismo, citato, del “Doppio”. (Tra l’altro, il prof. Panella, era esperto in questo, ha scritto molto. Nel romanzo, c’è, praticamente, un piccolo saggio sul “Doppio”, come hai potuto vedere, che parte proprio dagli inizi…)

Non sono così esperto come lui, però mi è venuto istintivo creare l’alter ego di Leonardo, spesso più saggio di lui, oppure più coraggioso, nell’ammettere che qualsiasi uomo ha dei lati oscuri. E, come hai giustamente detto, ci sono numerosi riferimenti in letteratura: da Conrad a Pirandello al romanzo gotico, a Dorian Gray. Nel caso specifico, volevo dimostrare che anche un gigante come Leonardo ha delle debolezze, delle fragilità che non lo rendono meno grande, anzi, semmai lo rendono più grande; è un uomo come gli altri che è riuscito ad arrivare a certi livelli, superando anche le proprie debolezze, per così dire.

GS: vorrei leggere un passo brevissimo del romanzo, sull’ACCETTAZIONE, molto significativo; si trova, per chi avesse il libro, a pagina 26:

Forse la soluzione, l’unica possibile, è in un riso di pietà, quello che mi sono sempre negato. Forse nell’ironia aspra e lieve dell’accettazione dello stato delle cose c’è una strada, ovunque essa conduca. Dev’esserci stato lasciato un segno: seppure arduo, intricato, perfino bizzarro, per giustificare l’esistenza, il piacere, il dolore, il tempo che scava come un aratro rugginoso. “

Questo “diamantino” è arrivato proprio all’inizio del romanzo e anche qui c’è la ricerca del senso della vita, no? Fa riferimento alla strada e anche se non ne conosciamo bene il percorso e dove ci porterà, c’è sempre la ricerca del senso della vita.

IM: e questo passo si ricollega anche all’altro libro che abbiamo letto.

GS: c’è un filo che lega la poesia alla prosa.

IM: sì, certo, per me, sì.

GS: è un’opera unitaria. Lei è Poeta, scrittore saldo, gli stessi temi si ritrovano sia nella poesia che nella prosa.

Adesso passiamo all’altra domanda: Quali sono i suoi scrittori e poeti preferiti? Avevo questa curiosità…

IM: direi alcuni li abbiamo già citati prima, parlando del Doppio. Partirei, innanzitutto, dai classici, tutta la letteratura classica, ma, per esempio, Dante, che è un gigante, già citato, poi, Conrad, Eliot, Pirandello, anche gli autori che indagano sull’Assurdo quali: Beckett, Ionesco e tantissimi altri. Sono tante le fonti di ispirazione magari indirette, magari qualcosa che abbiamo letto e che ci rimane dentro, nella memoria, nella mente.

GS: Di Eliot, che cosa…?  

IM: Di Eliot, resta, ineludibile: “The Waste Land”, 1922 (La terra desolata)

GS: non so, vuole leggere un passo, magari in lingua originale!

IM: certo, ci provo!

GS: certo!

IM: non possiamo leggerla tutta, per questioni di tempo, vorrei leggere solamente alcuni versi iniziali e poi la parte finale che fa parte di WHAT THE THUNDER SAID[1] perché li considero molto attuali; intanto, cominciamo con la parte “distruttiva” in cui dice:

“April is the cruellest month, breeding

Lilacs out of the dead land, mixing

Memory and desire, stirring,

Dull roots with spring rain.

Winter kept us warm, covering

Earth in forgetful snow, feeding

A little life with dried tubers.”[1]

Accenno ad una breve traduzione?

GS: prego, prego!

IM: questo è un pezzo famosissimo: evidenzia il rifiuto della rinascita; ricordiamo: siamo dopo la prima guerra mondiale; tra l’altro, sono cose attualissime perché le guerre si ripropongono, perché le situazioni di crisi sono ricorrenti, purtroppo.

In sintesi, il Poeta preferirebbe l’inverno che è favorevole all’oblio, ciò che fa dimenticare, piuttosto che la rinascita delle cose. Questa è la parte distruttiva, più drammatica: il rifiuto della vita! Però si va, poi, attraversando tutto il poema, alla parte finale che leggerei: (andrebbe letto tutto, ma insomma…)

“Here is no water but only rock

Rock and no water and the sandy road

The road winding above among the mountains

Which are mountains of rock without water

If there were water we should stop and drink

Amongst the rock one cannot stop and drink

Sweat is dry and feet are in the sand”.[1]

Qui c’è una mancanza d’acqua, acqua come simbolo di vita, di speranza. Però, farei riferimento a questi verbi che il Poeta usa, tratti dal sanscrito:

“Datta. Dayadhvam. Damyata.”

che significano: DARE, AVERE COMPASSIONE e CONDIVIDERE; li trovo particolarmente attuali. È il senso della generosità, la comprensione, la condivisione, cioè la capacità di sentire il dolore altrui.

Ho trovato un piccolo saggio per cui leggerei pochissime righe; l’autore è: Riccardo Del Ferro, il titolo è: “Di fronte alla Metamorfosi: Pandemia, Guerra e Crisi: la nostra terra desolata”[1].

Leggerei pochissime righe che mi sembrano significative:

“(…) le tre parole con cui Eliot conclude La Terra Desolata, risuonano enigmatiche ed oscure per la mente umana che cerca e produce continuamente significati. Di fronte alla distruzione della guerra, le voci che si susseguono, nel grande poema, tentano di trovare un sentiero perduto, una combinazione di parole, una sorta di incantesimo che ricomponga ciò che è stato infranto: Dare, Provare compassione e Controllo. “

Ecco, direi che, come vediamo, la Scrittura (e la Letteratura) non passa mai…non scade. Come sai, il poemetto è stato scritto un secolo fa ed è attualissimo, sembra che l’abbia scritto per noi, per l’Oggi.

GS: a fatica, passo alla successiva domanda: Cosa si sente di dire ad un giovane che volesse scrivere prosa o poesia?

IM: qui, inizio con una mezza battuta, che non è una battuta, ma, insomma… la battuta è questa: il Poeta Byron, alla figlia che gli chiedeva “Cosa faccio nella vita?”, rispondeva: “Tutto tranne che il Poeta!” Però, il bello è che lui ha fatto il Poeta e la figlia si è dedicata alla Poesia! In pratica, non si può…Poi, s’è rivolta alla scienza… ma era una sorta di artista!

Ognuno deve seguire la propria strada, se c’è l’inclinazione, è giusto che si scriva oppure…non è necessario neanche scrivere, basta seguire ciò che si sente giusto, adatto a noi!

GS: la successiva domanda è sulla traduzione: cosa fa di un traduttore, un buon traduttore? E se può dirci qualcosa sulla traduzione poetica.

IM: …Tra l’altro siamo anche colleghi in questo…

GS: Nooo…ma io non sono….

IM: no, no, siamo colleghi da molti punti di vista…  (ride)

Dicevo: recentemente ho tradotto una Poetessa: Giuliana Donzello[1] che scrive molto bene, ma, tradotti in inglese, i suoi testi, diverrebbero incomprensibili, questo, l’ho detto anche a lei.

Quindi, l’ideale, per un traduttore, è riuscire a rendere tutto quello che è nel testo, tralasciando il meno possibile, ma renderlo, come dire, recepibile nella lingua di destinazione. La traduzione è un compromesso tra ciò che bisogna cambiare e ciò che bisogna mantenere. Sempre, soprattutto, rispettando il testo che è la cosa più importante. Non so se sei d’accordo e, in fondo, il traduttore è un autore ulteriore, però, deve rispettare il testo di base, altrimenti è un traditore più che un traduttore!

(ridono)

GS: siamo arrivati all’ultima domanda: C’è ancora qualcosa che vorrebbe realizzare come artista e come uomo? Se ha ancora dei sogni nel cassetto o un ambito artistico che non ha ancora esplorato.

Una domanda, così, discorsiva…

IM: non è facile, me la caverei, dicendo sì a tutto, ma se c’è un settore in cui mi piacerebbe avere competenze tecniche maggiori, è quello della musica! Mi piacerebbe molto suonare. Io ho un amico, professore di musica, che mi dice: “Non è mai troppo tardi, non è mai troppo tardi!” solo che me lo dice da anni…! Diventerà troppo tardi!  (ride)

GS: ma lei è un Poeta, la musicalità, ce l’ha dentro!

IM: grazie: io avevo iniziato da bambino poi ci sono stati altri percorsi. Credo che abbia detto bene, quella parola lì: MUSICALITA’, credo sia essenziale in tutto, non soltanto nella scrittura, è un po’, in fondo, anche nel RITMO DELLA VITA! Perfetto! …Grazie…

GS: certo…Grazie, Ivano! Avremmo concluso, dovrebbe ritornare… Ciao, Antonella!

AV: vi vedo, vi ho ascoltato davvero con molto interesse; devo dire che Ivano ha detto diverse cose, ottime riflessioni.

Mi piace il fatto che abbia usato questa parola più d’una volta, la parola: COMPASSIONE e vi dico anche il motivo per cui mi ha colpito: diciamo che è un po’ la fissa nella mia scrittura poetica per cui, se trovo un collega che ne parla…

Perché non tutti i Poeti parlano di compassione, anche se io credo che dovrebbe essere connaturata in chiunque, il Poeta dovrebbe essere un tutt’uno con la compassione. Fa riflettere il fatto che la Poesia possa essere un tramite eccezionale, straordinario, a favore della compassione.

C’era qualcuno che diceva che la Poesia è quel posto dove ognuno… dove ci si somiglia, dove tutti siamo la stessa persona. Ma, se vuoi, la compassione ci può stare all’inizio, benissimo, ma anche alla fine! È un discorso affascinante ed io direi interminabile, se ne potrebbe parlare sempre, ma, poi, sarebbe come parlare dell’essere umano. La Poesia è questo! La Poesia è L’Umanità!

Io ricomincerei un’altra intervista!

IM: la faremo! Comunque, la parola-chiave, l’hai detta tu: l’Essere Umano con la sottolineatura dell’aggettivo “umano”. Credo questo sia un po’ il sunto, se vogliamo il punto creativo di tutto il nostro dialogo.  Mi fa piacere che tu abbia notato, questo.

AV: Io, ripeto, spunti di riflessione, veramente, me ne hai dati tanti. Ma sono le domande su cui, molto spesso mi arrovello. Mi piacerebbe discorrere con dei Poeti su questi punti che sono un po’ dei chiodi fissi per vedere cosa ne pensa un altro Poeta…e ne approfondirei volentieri molti altri con te!

Faccio subito una domanda e poi una brevissima riflessione: credi che la scrittura sia tanto vera quanto più è essenziale? E se vuoi, la Poesia è una forma di scrittura essenziale!

Si aprirebbe un altro discorso e fare anche una differenza, perché se trovavi quel confine molto labile, quasi inesistente, tra narrativa e Poesia… Però, dal mio punto di vista, ripeto, colgo l’occasione, favorevole in questo caso, di potermi confrontare con un Poeta, ecco, io credo nella forma INCISIVA ED ESSENZIALE e CONCISA, al tempo stesso. Credo sia una forma straordinaria di poter dire tantissimo con poche parole!

Non so, mi veniva in mente anche la riflessione di Ungaretti. Lui dice che la Poesia deve contenere in sé un segreto per essere tale. La Poesia elementare non è Poesia. Io ho, poi, tutta un’interpretazione della riflessione di Ungaretti.

Parlo del mio gusto personale: a me piace, per esempio, la scrittura quasi ERMETICA dove devi soffermarti ulteriormente per capire, per comprendere. Per capirci…una poesia scritta in maniera semplice, dove immediatamente capisci quel che ti sta dicendo…mmm… (anche se, per carità c’è sempre una parentesi che si può aprire, può dire tanto altro rispetto a quello che al momento recepisci) …

Poi, Ungaretti, spiega molto bene questo suo “Deve contenere un segreto”, sappiamo, conosciamo molto bene la sua scrittura: molto contenuta, molto implicita, molto racchiusa, ecco! Cosa ne pensi a proposito di questo?

IM: Ungaretti, come sappiamo, era anche teorico, un professore; questa bella definizione del SEGRETO, la trovo interessante. Forse, per Segreto, possiamo anche intendere qualcosa che vada al di là della semplice superficie delle parole, per così dire! Direi, la concisione rende la Poesia, l’arte più difficile. Forse, è fuori luogo fare delle classifiche, tuttavia, la Poesia è più difficile della narrativa, lo dicono molti narratori, proprio perché non ti consente di spaziare. Devi, nello spazio breve di un verso, inserire tutto quello che magari il narratore inserisce in dieci pagine, non so…

“Il segreto” è una bella definizione perché, secondo me, la Poesia che funziona è quella che fa sì che il lettore riconosca sé stesso, anche nelle esperienze più, in apparenza, distanti. Persino, nel dolore più assoluto, ognuno deve riconoscere qualcosa che lo colpisce internamente e che lo rende, in un certo senso, co-autore perché, su venti lettori, venti daranno un’interpretazione diversa della Poesia. Magari, nella narrativa, succede meno!

La Poesia è un dialogo segreto, tornerei a questa bella definizione, tra chi legge e chi scrive. È veramente un lavoro di COOPERAZONE; perché, ripeto, un testo che dice tutto, che si dispiega subito, senza alcun livello ulteriore, è più una descrizione. È rispettabile, certo, ma non arriva a…

Mentre, una Poesia vera, ti chiama in causa, ti obbliga a venir fuori, a rivelarti con i tuoi desideri, con i problemi…è questo! In questo senso, è anche un po’ psicanalitica, la poesia, chiama a sé, chiama a sé! Quella vera!

Si tratta poi di stabilire se sia vera… ma quella vera, viene fuori da sola, ti dà quel qualcosa in più, ti obbliga a scavare dentro.

Comunque, mi è piaciuta molto questa definizione di “segreto”! …Me la segno! (ride)

AV: Sin dalla prima volta in cui ho incontrato questa riflessione di Ungaretti, è dentro di me! La sento, la sento tanto!

Intanto, mi complimento con entrambi: per le riflessioni di Ivano che approfondirò sicuramente, per le domande di Giulia che sono state non soltanto impegnative ma difficili, nel senso che chiedere ad un Poeta: “che cos’è la Poesia?  ”…

IM: (ride) no…è bellissima, lo domanda, però viene voglia di scappare…

AV: perché sarebbe interminabile…  (ride)

IM: sì, sì, interminabile…!

AV: anche lì, la risposta sarebbe personale, ogni Poeta potrebbe rispondere in maniera diversa…! Vi rinnovo i complimenti e se permettete, chiuderei, sottolineando dei versi che ho ascoltato, tratti dalla tua poesia Con sollievo, perché si sono fermati in testa, poi, magari ho anche capito il perché. Voglio, un attimo, riprenderli, sono tre, quattro versi:

tu scrivi:

Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,

e la sua assenza di sostanza è pietà,

misericordia nella tortura che ci consuma,

il “foco che ci affina”.

Al di là del richiamo a Dante, di cui avete già parlato, ma non è questo, per me, importante, perché, quando scrivi: “tutto perfino il nulla, ha corpo nella parola”, io credo che questi versi, ma anche soltanto il primo che ho letto, siano significativi della NECESSITA’ VITALE DELLA PAROLA POETICA, perché la Poesia serve alla vita, serve a migliorare la vita e penso che questa sia una consapevolezza diffusa ma, ahimè, non abbastanza! Noi, io nel mio piccolo, cerco di “lavorare” in questo senso, perché c’è da fare tanto, tanto con la Poesia! Credo sia un’ottima strada per migliorarci per avvicinarci a quella Umanità, a quella compassione di cui parlavamo prima.

IM: perfetto, tutto si ricollega. Direi di sì, queste sono le parole-chiave: la compassione. Magari, la Poesia non può risolvere, ma può aiutarci a vedere meglio, come diceva Eliot. Sentire il dolore dell’altro, sembra poco, ma invece è fondamentale! Compassione, cioè: SENTIRE ALLO STESSO MODO.

AV: ci sarebbe anche un’altra riflessione, amara, se vuoi, il fatto che, a rigor di logica, parrebbe che tutti i Poeti siano o debbano essere UMANI, ma questo non sempre accade!

Ci sarebbe da parlarne…

IM: in un’altra intervista!

AV: un’altra puntata!

IM: la faremo, la faremo! Comunque, è un bello spunto di riflessione che lasciamo a noi stessi e anche agli altri. Sì, perché, purtroppo, è la verità, è una contraddizione in termini, non so se mi sono spiegato, altrimenti, ha poco senso, diventano delle belle parole, ammesso che siano belle, queste di cui abbiamo parlato.

Infatti, la prima domanda che mi ha fatto Giulia era proprio questa! La Poesia non è soltanto quella sui libri, è un atteggiamento, un modo di fare, di pensare; non a caso Poesia ha la stessa radice di “fare”.

AV: sono d’accordissimo con te; c’è una bellissima definizione che secondo me rende benissimo quello che hai detto: “la Poesia come postura esistenziale”.

IM: come ci si dispone: il corpo e la mente, come li poniamo rispetto al mondo e allo spazio! Bello! Me le segnerò tutt’e due! (ride)

AV: (ride) Bene, io vi ringrazio…

IM: grazie a Giulia per le bellissime domande, un po’ una sudata, ma è stato un piacere!

GS: no, grazie a te, Ivano! Grazie, Antonella!

AV: Grazie a chi ha avuto la pazienza di seguirci…

GS: ciao, Ivano!

IM: alla prossima!

***

ph Lamberto Zulli, “Fantasie a Venezia”

Fuori dal cerchio magico, potrei dire che la Poesia è un riflesso di luce ed il Poeta, colui che riesce a cogliere quel riflesso. È il fascio di luce che può illuminare una stanza buia ma, ad un livello superiore, la speranza, la capacità di farci piccoli e accoglienti.

Mi sovviene, a questo proposito, una lirica di Antonella Vairano in cui ella sembra invocare l’alba di un giorno nuovo, compassionevole e, per questo, perfetto:

Manca poco per l’alba

Avremo giorni perfetti

di mangiatori di fuoco

senza fame

di elefanti ubbidienti

senza circo.

Avremo coppe di vino denso

e teste piene di stelle,

senza vento.

Avremo ragione compassionevole

Sulla punta della lingua.

Avremo solido canneto

E una fetta di luna.

E in un pomeriggio che si svende

Saremo tutti di più

Vestiti per bene

e con oli essenziali nei capelli.[1]

Ma, anche in Mugnaini filtra, improvviso, un raggio di luce che consente di emergere dall’ angoscia più profonda e, come il vento di Leopardi[1], ribalta l’immobilità; è: Un raggio più tenace in La creta indocile:

È ancora il tempo dell’attesa,

sospende il battito tra attrazione

e paura. Perfino l’aria, elemento vitale,

alimento dell’esistere, si fa scommessa,

rischio, peccato mortale. Andare

alla finestra, alla luce del sole, dovrebbe

essere impulso, palpito delle vene. È diventato

tempo, riflessione: nell’istante in cui

ragiono sul bilancio del dare e dall’avere,

la distanza tra il divano e il davanzale,

si siede la pena al mio fianco, ed è

gentile, quieta, quasi gioviale. Mi copre,

con un abbozzo di abbraccio, la vista

del vetro assolato. Resto seduto,

comodo, stordito. Il gelo nella carne

è carezza, la stanchezza è dolce, ora:

sapere di non volersi muovere,

restare alla portata delle sue dita.

Ma c’è un raggio più tenace, diretto

Da trame arcane di mura e rami.

Arriva a toccare la gamba, l’avvolge,

la scalda, la sfiora. Riesco ad alzarmi,

a camminare, verso i voli del cuore.

Differenti per stile e forma, oserei dire, anche per tematiche: di denuncia, impegno civile, la Poesia della Vairano, più intima ed esistenziale, quella di Mugnaini, le due liriche riportate, rimandano, in un certo senso, una visione speculare, lambite, entrambe, dallo stesso riverbero luminoso.

Perché la Poesia è amore e, come l’amore, non conosce motivazione né possesso, ma t’avvolge all’improvviso; essa è caso e destino insieme.

Nella lirica La stazione, contenuta in Inadeguato all’eterno, nella furia d’una stazione deserta e assolata, il Poeta si augura non giunga alla mente una Poesia, ma una donna dalla pelle imperfetta e rossa di follia! Eppure, c’è qui il richiamo al silenzio, elemento sempre capace di tessere, insieme, le parole poetiche:

La stazione

Giunto in anticipo di fronte

a questa stazione, fermo, immobile,

senza aspettare alcun treno, non vorrei,

stavolta, che arrivasse alla mente

una poesia.

Vorrei che da quella porta rugginosa

dell’atrio uscisse trafelata la carne

imperfetta di te, accesa, sudata,

rossa di vita di follia.

O, almeno,

su quel vetro polveroso e mezzo frantumato

vorrei la pace assurda di un riflesso

di sole di cui non conosco l’origine

né il senso. La quiete afosa, la luce

ironica, fatale, del silenzio.[1]

ph di Michael Ackerman, 2018

Intimamente legata alla lirica La stazione, è Capita, fatalmente[1] in cui il Poeta sottolinea, non soltanto la casualità della creazione poetica, ma anche la libertà che caratterizza la scrittura poetica. La Poesia non ha padroni ma salde radici nell’animo umano.

Capita, fatalmente

Capita, fatalmente, magari mentre

mangio una pizza in un locale affollato,

di pensare per cosa vivo, per cosa

e di cosa mi nutro, davvero, nella carne,

nel respiro. In fondo, alla fine, rimane

solo lei, lei sola: la poesia. L’idea

di averla senza possederla, sperando

con coraggio, con velleità vitale,

di esserne posseduto nel piacere

di amarla fino a farmi male.

La poesia, la certezza che nessun potere,

nessun politicante avvelenatore di sangue

e di sorrisi, potrà mai strapparla del tutto

di dosso, nessun assurdo, nessuna follia,

neppure quella che la genera e la uccide,

istante dopo istante;

neppure la mia.

A cura di:

Giulia Sonnante

 per Circolo Letterario Vento Adriatico

Autore in Circolo


[1] Ibid   p. 30


[1] I. Mugnaini, La stazione in Inadeguato all’eterno, Felici Editore, Pisa, 2008 p.24


[1][1] Cfr. G. Leopardi, L’infinito, (28 maggio, 1819 (Canti, XII)


[1] A. Vairano, Manca poco per l’alba in “il mondo s’è fatto male” CSA editrice, Bari, 2018


[1] G. Donzello, Crisalidi, Leonida Edizioni, Catona (Reggio Calabria), 2022. —Testo inglese a fronte.


[1] Riccardo del Ferro in Anno Vii, numero 39, settembre 2022 – STRANIERI A NOI STESSI –


[1] [Qui non c’è acqua ma soltanto roccia / Roccia e non acqua e la strada di sabbia / La strada che serpeggia lassù fra le montagne / Che sono montagne di roccia senz’acqua / Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere / Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare / Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia] traduzione di Roberto Sanesi.


[1] [Qui non c’è acqua ma soltanto roccia / Roccia e non acqua e la strada di sabbia / La strada che serpeggia lassù fra le montagne / Che sono montagne di roccia senz’acqua / Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere / Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare / Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia] traduzione di Roberto Sanesi.


[1] [aprile è il più crudele dei mesi, genera / Lillà da terra morta, confondendo / Memoria e desiderio, risvegliando / le radici sopite con la pioggia della primavera. / L’inverno ci mantenne al caldo, / ottuse con immemore neve la terra, nutrì / Con secchi tuberi una vita misera.] traduzione di Roberto Sanesi.

I versi in lingua originali sono tratti da: T.S. Eliot, The Waste Land and Other Poems, Faber and Faber Limited, Bloomsbury House, London, 1999.


[1] [ciò che disse il tuono] traduzione di Roberto Sanesi.