Poete di Puglia Anna Rita MERICO

Caos

la Notturna

madre di Polifemo

ancora orrenda tra noi

Anticlea

la Divorante

madre di Odisseo

vent’anni di periplo

occorsero al figlio

per

ucciderla

onorarla

tenerla

Altra

***

Giungo portandomi dentro la cavea delle Nutrici

una fattrice modella quei fondi cunicoli di carni

fiammanti

ne lega gli inizi alle albe

ne sotterra le vene ai fondali

ne urla il pulsante incipit ai ritmi della notte dei nomi

***

Nell’ancestrale desiderio di essere tocco tutti i confini del

limite

che

mi tiene

api lavande rose gialle d’inverno

strusciano le loro polveri nelle terre che mi compattano

nelle acque che mi attraversano

uno smarrimento mi allarga il ventre

lasciandomi aperta nelle cavee del viaggio

***

Oscillo nel nucleo dell’esistenza

fissando ciò che

le Madri

hanno già visto ed indicato

viaggio di fondo

attraverso superfici di dannazione

di sortilegio

di fertilità

di certezza

di parola

***

Convivere con segreti

il segreto continuo del dialogo con le Madri

un dialogo    talvolta    talmente rumoroso da snervare

un dialogo    talvolta    talmente silenzioso da compendiarsi

in scarni segni

***

Mi raggiungo annodandomi

acchiocciolandomi

avvoltolandomi

la vita mi bagna

dipanandomi

***


Le liriche sono tratte da: A.R. Merico, Fenomenologia del silenzio, Musicaos Editore, Neviano (Lecce) 2022


Nota biografica dell’autrice

Anna Rita Merico nata a Nola (Napoli), attualmente vive in Salento

Da sempre impegnata in studio sulla differenza di genere e in pratiche politiche relazionali in contesto femminile pubblicando in collettanee e saggi sul tema.

Sillogi edite: Era un raggio…entrò da Est; Fenomenologia del silenzio, 2022; Se tolgo il nodo (2023) testi editi con Musicaos Editore

Attualmente membro della Comunità Versipelle. Impegnata in blog e riviste online con attività redazionale e rubriche proprie. Pubblicazione su Gradiva n. 65 per e su ricerca di Carla Lonzi in letteratura e poesia.

LUCIA ANNA JOYCE di Anna Rita MERICO

Luigi Guarnieri, Il segreto di Lucia Joyce, La nave di Teseo, 2022

16 giugno 1904

Leopold Bloom emerge dalle pagine e dalle visioni di James Joyce e del Suo Ulysses.

Bloomsday in giro per il mondo, ricorda ciò.

Vento Adriatico: occasione per dire di Lucia Anna Joyce.

Ne presenta un lavoro Luigi Guarnieri, La nave di Teseo ed. 2022.

L’esistenza di Lucia Anna Joyce inizia a Trieste, città in cui nasce il 26 luglio 1907 da Nora Barnacle e James Joyce. Insieme al fratello Giorgio condivide povertà d’infanzia e peregrinazioni tra Parigi, Svizzera, brevi rientri in Irlanda. Nelle Sue vicende relazionali, l’abbandono inizia a diventare, da subito, cifra del proprio sentire. La danza resta la sua dimensione espressiva e le consente soddisfacenti relazioni professionali. Il mondo che la segna è un universo lontano da quello paterno. Luigi Guarnieri, a partire da lontananza, legame, vicinanze estreme ricostruisce in questo lavoro di indagine, i legami tra James Joyce e Lucia nominando ossessioni, sensi di colpa, incapacità evolutive nella loro relazione.

Joyce vivrà tenendo in un’ombra di china buia l’esistenza di entrambi.

Nell’esergo al testo di Guarnieri:

“Certe volte mi dico che quando uscirò da queste profonde tenebre, anche lei guarirà.”

E’ James Joyce a parlare in un colloquio con Jacques Mercanton, nel 1938 della malattia di sua figlia, Lucia.

Lucia viene a conoscenza della morte del padre casualmente dall’interno del suo essere ricoverata nell’Istituto del Dott. Delmas per Malattie Mentali di Pornichet, dipartimento della Loira Atlantica.

Meticolosa la resa delle vicende biografiche della famiglia Joyce.

“Adesso tutto sembrerebbe procedere per il meglio, comunque, ma nonostante questo nello sguardo diffidente, incerto e precario di lucia a volte appare un’ombra enigmatica che sembra celare una ferita nascosta e inguaribile, un’oscurità spaventosa che forse inghiotte un segreto che neppure lei stessa riesce a intuire. Un segreto che, secondo Hélèn Vanel, testimone diretta degli eventi, è legato a filo doppio alla relazione ambivalente che Lucia ha con suo fratello Giorgio, ma che potrebbe piuttosto essere connesso al complicato rapporto con suo padre.”[1]

Dalla ricostruzione della relazione con i genitori risulta evidente come, per entrambi, sia oltremodo difficile pensare di rispondere ai desideri di Lucia, innanzitutto andare a vivere da sola e proseguire i propri studi coreutici. Nelle vicende che segnano il rapporto tra Lucia e la danza si consuma il tragico momento in cui l’artista lascia il mondo coreutico non sostenuta dalla famiglia e nella esplicita dichiarazione di James Joyce che non valuta positivamente il mondo della danza né lo ritiene fonte certa di reddito.

Impossibilità di seguire il proprio progetto di vita, comparsa di problemi di salute: si aprono i sipari su esperienze depressive, relazioni interrotte, gelosia del fratello, convinzioni errate sul proprio conto e sulla incapacità di Lucia di riuscire a guardarsi con sguardo non distruttivo.

Si fa strada una rappresentazione del rapporto padre-figlia che vede Lucia incapace di imporre la propria volontà ed una fragilità dello Scrittore a lasciar andare la figlia. Dinanzi ad uno sguardo paterno invasivo e incapace di autorizzare Lucia ad essere, lei non riesce a determinare il proprio potere innanzitutto identitario e progettuale. Entra definitivamente nella percezione della propria inadeguatezza e della consapevolezza di dover fare i conti con modelli di libertà esclusivamente maschili: padre, fratello, amici del padre.

Lucia vive, senza consapevolezze se non quelle del sentire, la centralità e la potenza del desiderio maschile giocata all’interno di un doppio binario. E’ binario della protezione che sconfina nella negazione dell’autorizzazione che lei desidera al fine di poter avere accesso a scelte proprie, a sè. Lucia non è né oblativa né ubbidiente e, la relazione con il maschile, le riserva eccessi di rifiuti. Il percorso di umanizzazione di Lucia non è contemplato all’interno della società e dei valori dell’epoca. Lucia ancora non vede che l’autorizzazione per sé deve necessariamente passare da un autorevole femminile.

Ha valore pensare anche al ruolo della relazione tra richiesta di autonomia (seguire il proprio progetto esistenziale) di Lucia e un padre scrittore impegnato nella ricerca e nell’affermazione del proprio riconoscimento?

Una ri-organizzazione dell’immaginario maschile ed una, contemporanea, accettazione di una figura emancipata femminile non sono stati passaggi facili da intraprendere e, di sicuro, non è stato questo il conteso all’interno del quale le due figure (padre-figlia, in questo caso) si sono avviati. Cancellare la femminilità di Lucia: quale peso ha avuto questo dato nella vicenda di separazione-individuazione all’interno di questa sofferta relazione? Cancellare la femminilità, non vederne il progetto esistenziale è stata dimensione di partenza per una deriva relazionale costata a Lucia Joyce un’esistenza da internata.

Gli internamenti in cliniche, gli isolamenti in stanze, i lunghi periodi di allontanamento, i consulti con tanti psichiatri direttori di cliniche in Europa. Un percorso dolorosamente frastagliato e ricostruito dall’Autore rendono il senso di un viatico non unico in questa fase storica. Pirandello, Scott Fitzgerald, Rodin, Picasso quale il “segreto” di cui si sta parlando?

Joyce spende un patrimonio per curare la figlia. Samuel Beckett, che aveva rifiutato Lucia lasciandola in una forte devastazione interiore, resta nell’orizzonte ormai sconclusionato di Lucia Joyce. Ingarbugliate trattative per spostare Lucia da una clinica all’altra segnano vicende avvenute durante lo scoppio della II Guerra Mondiale.

Per James Joyce, invece, incalzante e ricco di irreversibili cadute il trascorrere del tempo tra il 9 e l’11 gennaio 1941. Lo Scrittore morirà il 13 gennaio. Lucia ne avrà notizia casualmente dalla lontananza di una delle sue degenze.

Di tutta e da tutta la vicenda che ha irretito James Joyce e la figlia Lucia Anna Joyce a noi restano molte riflessioni comprese quelle sul differente significato di poter, da parte di una figlia, pensare il proprio tempo attraverso il padre o pensarlo-costruirlo attraverso la madre. La ricerca dell’autorizzazione paterna resta uno dei nodi da continuare ad indagare per svelare ombre di vita di tante figlie, giovani donne alle prese con le loro intime ossessioni. Il baratro in cui James Joyce e Lucia Anna Joyce si rincorrono ci dice quanto sia fondamentale attraversare e portare a coscienza spinte vitali, pulsioni, speranze che, non viste, devastano da parte a parte.

Entrare nel non-visto di una produzione letteraria e guardarne l’impareggiabile bellezza anche attraverso il dolore del vissuto colma ogni poro della ricchezza relazionale tra scrittura ed esistenza.

Anna Rita Merico


[1] Testo cit. pg 75

NATA LIBERA a cura di Claudia Manuela Turco – di Anna Rita Merico

Il 21 aprile presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma si è tenuta una giornata di lavoro “Libri di testo: a che punto siamo?”

L’intervento di Donatella Artese ha chiesto la ri-proposizione del Progetto P.O.LI.TE.

Prezioso il lavoro, in questa fase, di Indici Paritari

Nata libera un’antologia di tanta immediatezza e ricchezza.

Divisa in tre sezioni: Racconto e monologo teatrale, Poesia singola, Saggio breve. Per ogni sezione scritti di Autrici ed Autori che hanno voluto riflettere sul tema delle relazioni tra i generi femminile-maschile e sulle ricadute che la storia ha lasciato cadere su esistenze, cambiamenti, tracce del sentire questo tema. Un momento di riflessione oltre le considerazioni, talvolta veloci, che circolano dinanzi a fatti di cronaca. Un momento di fresca autenticità voluto dal Progetto editoriale di Claudia Manuela Turco e realizzato dall’Editore Macabor.

Uno sfogliare sensibilità e punti di vista a partire da esperienze sul tema, un modo per dire che i temi complessi della contemporaneità “si fanno” nei luoghi della riflessione continua e i cambiamenti sono frutto di un sentire che vuole registrarsi nel momento stesso in cui avviene. Riflessioni presentate attraverso diverse modalità di scrittura per dire passaggi che sono epocali e che necessitano accoglienza di punti di vista, mutamento di sguardo, attenzione verso l’altra/o.

All’interno della sezione Saggio breve un mio scritto su P.O.LI.TE.

Un saggio all’interno del quale ho inteso togliere dallo spazio della dimenticanza un Progetto Ministeriale che ha consentito a molte di noi di vivere un’esperienza formativa e di ricerca estremamente importante.

Il Progetto ha preso avvio tra il 1999 e il 2000. Il Progetto ha aperto a ricerche condotte nei diversi gradi di scuola: dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di secondo grado, uno sguardo critico sulla elaborazione del genere all’interno dei diversi saperi disciplinari

Dalla scuola dell’infanzia parte l’esplorazione dell’importante partita di lavoro didattico riguardante le relazioni tra pari e con le adulte di riferimento. Il tema delle relazioni e dell’uso del linguaggio costituiranno i due assi portanti dell’intera ricerca in tutti gli ordini scolastici. In Italia era stata fondamentale la ricerca sull’uso del linguaggio condotta da Alma Sabatini[1]

Punto di partenza dell’intero Progetto era l’individuazione degli stereotipi sessuali ossia, l’insieme di quei giudizi schematici in grado di rendere immobilizzati ed indifferenziati modi di essere e di pensarsi delle donne e, ancora, rappresentazioni del femminile agite dal maschile (ciò, soprattutto all’interno di campi del sapere quali la storia dell’arte, la letteratura). L’idea di partenza: il libro di testo deve poter offrire strumenti critici in grado di fornire dati che consentano di comprendere come si è formato uno stereotipo e come, su questo dato culturale, possano ricadere sia dati di comprensione/incomprensione di propri atteggiamenti e progettualità sia sollecitazioni al cambiamento.

In questo quadro operativo è stata fondamentale la ricerca svolta intorno all’analisi degli apparati iconografici dei libri di testo. Centrale la richiesta di rendere visibile, in tutte le discipline, gli apporti dati dalle donne ai saperi ciò sia al fine di rendere possibili modelli di identificazione che di sostenere una logica di rappresentazione del femminile.

L’azione progettuale su linguaggio, lettura, scrittura è uno dei tasselli utili ad una formazione diversamente attenta sui soggetti in età evolutiva, nel Progetto P.O.LI.TE. questo dato ha riguardato forme attive di cooperazione tra alunnato e docenti, ha visto la messa in atto di buone pratiche in contesto di apprendimento in relazione.

Siamo sicure che queste esperienze della scuola italiana non abbiano nulla da dirci, oggi? Perché una cancellazione tanto radicale di quel triennio di esperienze? Domande si affastellano dinanzi a fatti tragici di cronaca dinanzi cui rischiamo di dividerci, stupidamente, in analisi e giudizi che ci tengono in stallo mentre continuiamo ad essere privi di strumenti culturali capaci di orientarci verso letture di cambiamento sensate dei nostri universi simbolici maschili e femminili. 

E’ fondamentale comprendere ancheil contesto politico-culturale da cui il Progetto ha preso le mosse. Il Codice di autoregolamentazione P.O.LI.T.E. (Pari Opportunità nei libri di testo) parte dalla esplicitazione del Quarto Programma (1996-2000) relativo alla Politica Europea delle pari opportunità, Direttiva Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 marzo 1997 con la finalità di garantire gli impegni assunti nella Quarta Conferenza mondiale sulle donne di Pechino del 1995 con obiettivo strategico B4, Formazione a una cultura della differenza di genere.  

Anna Rita Merico


[1] Alma Sabatini Il sessismo nella lingua italiana, ricerca pilota in Italia, pubblicata con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1987

‘L’usignolo bagnò di luce le labbra del giorno’: Anna Rita Merico su LA SLEGATURA DI MAURA BALDINI

Nel gelo mattutino

acqua velenosa.

Così comincia

il rebus della speranza

che arranca

e sviene

sulla tomba di Dio.

La poesia scorre tra le righe del pensiero e le pieghe del corpo. Trasforma ciò che vede e ne tocca l’ancestrale. Cosa diviene poesia se un momento di vita s’assopisce attendendo svolta in un dove sconosciuto? Un risveglio si trasforma in orologio del tempo che segna attesa e speranza. Un passo incerto dentro un immobile di intenti. Il tempo che rolla aria gelida come fosse trapano e rovello, vuoto e veleno, sospensione e attenzione al diamantino di un gelo aurorale che non prende forma. Dannata quest’alba, evoca fantasmi e getti molli di acque scure.

L’usignolo bagnò di luce

le labbra del giorno.

Al grido di una gola acerba

si defilò sacrificando il canto.

Certezza non crebbe allora

nella musica che il cielo svelava,

e l’occhio della luna giustiziò

l’assassinio scambiato per amore.

Ma poi s’alza tutto, il giorno. E la speranza cuce una fredda certezza. E il tempo continua ad andare. Passi che chiedono giustizia. E’ giorno impilato nel margine di una vita che tesse qualcosa di sgraziato. Inganno svela  inganno. Di menzogna mi ero nutrita ma il giorno svela, con luce bagnata, quel dentro che mi ero negata. E l’orologio continua ticchettio di giornata che scende.

Nella luce sta

la coazione del dolore

e la speranza

che un verbo si levi

dal lago.

E la giornata continua scorre di grano in grano. Ore coatte e attese disattese. Qualcosa piega affanno e volontà. Dalle sponde di questo lago che guardo alle spalle, attendo…

Ho un osso obliquo impiantato nel ventre

e un fiore carnivoro che mi divora.

Mi dicono che fuori è il nemico,

ma fuori c’è il cielo

che svezza albe come perle,

e ci sono alabastri

che raccolgono notti per suonarle ai viandanti.

Di questo vento d’essere non posso cogliere il male

E non posso guardare fuori

col tormento che ho dentro

col bruciare delle stelle fra le mani

e l’inganno dell’acqua

che mi ha dato i natali

e con loro l’abisso.

L’acqua torna nel tempo che lento fiocca. S’avvicinano notti e si cuciono intenti. Al calare sento passi di viandanti che mi suonano come corde e mi risuonano come improbabili presenze. Ormai lo stellato drappeggia questo primitivo orologio. Torno al plancton di un inizio mai innocente. Sfioro la bocca di un taglio incistato nelle memorie di cellule slegate. E guardo queste minuzie le vedo tutte impazzite, minuscole, gelide, taglienti: soglie d’abisso sventrato. Si risvegliano antiche divorazioni, bollore di ancestrali, gorgoglio d’incontrollabile mistero. E’ un dentro che mi avvolge lasciandomi fuori, muta e immobile, a sentire.

Notte per assaporare

una fratellanza

un nodo scorsoio

di braccia e palpebre,

sonnambuli varchiamo

lo stesso sogno,

e stare muti, sigillati,

ad accarezzare la bestia,

ed esserne felici, ingenui,

con occhi sbiancati,

marchiati da un’infanzia comune

una rinascita.

E, nel giro delle lancette fatte tempo, s’agglutina la notte. Scompaiono le lancinanti delle solitudini. Compaiono i corpi di abitanti, quelli che hanno vagato nel niente del nonriposo.  Come trasparenti ombre ricordano e calpestano i suoli d’antichi inferi. Sanno di Ade, sanno di Bocche spalancate in accessi, sanno di Budelli in cui fuoco e ghiaccio s’alternano e lambiscono. E questa giornata nata e giunta a notte ha il sapore dell’infinito. Ha la rasposità dell’inattraversabile. Ha la forma del dolore che, fondo, plasma. E’ stata una visione. Procediamo in frotta, imbacuccati in anime fatte corpo, a piedi scalzi mentre azzanniamo rinascite.

La Slegatura di Maura Baldini è un Diario il cui sismografo registra ogni gamma emotiva legata all’incedere di una situazione limite che dal corpo invade l’intero essere. Il tema della luce indica a tratti la speranza, a tratti la gioia di bearsi nella speranza, talaltra il mondo che torna. Nulla di più attento al tema del dolore tratteggiato con linee di delicate incursione negli esiti di ricaduta sul pensiero e nel corpo. Una poesia in cui ogni sguardo è decentrato e tutto è guardato dalla soglia di una distanza che è prossimità al mondo e, al contempo, distacco da esso. Il dolore del corpo dinanzi cui si è impotenti, slega dal mondo e lega ad altre connessioni. Lega alla sfera del profondo, sfera nella quale il sentire diviene crepaccio del percepire, regressione ad un sé che si sente mite e si ritrova muto pronto ad uscire dall’ombra.

Anna Rita Merico


Tutti i testi sono tratti da

Maura Baldini, La Slegatura ed. Il Convivio 2022

JUDITH VIORST, CON L’AMERICA NELL’ANIMA di Anna Rita Merico

Esplorare la potenza del poetare resta, sempre, un atto di meraviglia e un’apertura di conoscenze.

Da altre latitudini i versi di Judith Viorst: una lezione di ironia e pungente verità su spaccati di vita in America, oggi. Leggerezza di sguardo e fine attenzione per una poesia che, per il suo contenuto, è da pensare come una poesia sociale sui generis. Nel testo presentato l’Autrice attraversa il significato dell’apprendimento stereotipato dei ruoli maschile e femminile in un’America fatta di perfezionismo e claustrofobico senso della democrazia.

Un universo sempre identico a se stesso viene “insegnato” alle giovani generazioni, una morsa che si inscrive nell’anima segnandola. È il passo della “democratica massa” gestita e orientata da poteri economici forti a decidere i destini individuali, i sentimenti e anche gli esiti della ribellione. Dietro questa poesia scanzonata, l’Autrice sembra rimarcare l’amarezza dell’impossibilità di venir fuori dalle maglie di una struttura sociale che, nei fatti, mostra la dura realtà del proprio volto politico. Una politica assoggettata all’economia più che ai valori di una democrazia persa tra gli intenti dei Padri fondatori. Valori impossibili da respirare in una società classista nella quale vivere ad Harlem o nell’Upper East Side vuol dire doppio binario per qualsiasi diritto a cui si dovrebbe poter accedere. La Viorst non a caso punta, in questo testo, alla sanità americana blindata tra holding assicurative e legacci posti per l’accesso dei servizi.

Forte, nel testo, il richiamo alla Mistica della Femminilità, cult di Betty Friedan, un saggio del 1963 in cui i postumi e le riscritture della società americana, al termine della II Guerra Mondiale, vedono le donne ingabbiate nel ruolo di sposa e madre e gli uomini professionalmente attivi in ruoli ritenuti di prestigio. Nei fatti sono stati i due decenni (anni ’50 e ’60 dello scorso secolo) in cui è stata ri-scritta la middle class americana nella codificazione dei ruoli e, soprattutto, dei consumi. Sono stati i decenni in cui la vita delle donne si è arenata in sobborghi residenziali che hanno costituito la deriva dell’affermazione femminile nel lavoro durante gli anni dell’economia di guerra in cui le donne erano attivamente impegnate in processi economico-produttivi.

Ma, in questi testi, scorre anche la condivisione dello sguardo con J.D. Salinger, altro Maestro della feroce critica al sistema democratico americano. Salinger, attraverso lo sguardo di Holden Caufield[1] dipana una serrata critica al sistema scolastico americano che, tra anni ’50 e ’60 dello scorso secolo, dopo aver espulso migliaia di donne dal suo interno, passa al proprio secondo compito: formare la classe dirigente americana.

Sono, questi della Viorst, versi che tratteggiano volti comuni, appesantiti da tratti caricaturali i quali intendono denunciare aspetti di una discutibile normalità capace di lasciar affossare autentici progetti individuali. L’Autrice mostra verve ironica anche nei confronti dei diversi movimenti di liberazione e non solo femminili. La Sua domanda, dunque, resta una domanda sulla libertà umana che solo un pensiero critico, libero, di resistenza ai diktat sociali può realizzare salvaguardando il fine stesso dell’umanità nella propria differenza alla dimensione non umanizzata dell’animale verso cui talune massificazioni conducono.

INSEGNAMENTI[2]

A lei hanno insegnato

se non ti sposi finirai per diventare una persona molto

             sola che fissa i quattro muri di casa, e

a lui hanno insegnato

se non ti laurei in legge finirai per suscitare pietà e

             disprezzo vendendo cravatte in una merceria

             di East Orange[3], e

a lei hanno insegnato

se non metti via qualcosa ogni settimana finirai per

            diventare una persona molto sola sbattuta

            fuori sul marciapiede, e

a lui hanno insegnato

se presti ad un amico la tua giacca sportiva suderà sotto

         le ascelle e non l’aggiusteranno in tintoria e

         tu finirai a covare risentimento, e

a lei hanno insegnato

se non hai la Blue Cross e il Blue Shield[4] finirai per

         diventare una persona molto sola che delira

         in un reparto d’ospedale, e

a lui hanno insegnato

se ti porti le ragazze a letto mentiranno e diranno che

           sono incinte e finirai per doverle sposare, ma

lei ha cambiato il suo nome in Maya, e

lui ha cambiato il suo nome in Orfeo, e

ora vivono in una comune in mezzo alla campagna

con tanto di pulizie di casa collettive e verdure biologiche

       e quel tipo di relazioni incredibilmente oneste

solo possibili tra uomini e donne

che hanno rinunciato allo sciacquone e alla compagnia

            del telefono, e

a furia di lavorare nei campi e fare il bucato nei ruscelli,

        e indossare semplici tessuti a mano

hanno affrancato i sensi dalla tirannia dell’intelletto, e

si sono accordati alla musica del cosmo, e

hanno sondato gli abissi segreti del loro più intimo

                             essere, ma

lei mette ancora via qualcosa ogni settimana, e

lui non presta a nessuno la sua giacca…

Non si sa mai.[5]

Anna Rita Merico


[1] J.D. Salinger Il giovane Holden Einaudi 1961

[2] Judith Viorst La gente e altre seccature, Einaudi 2023, pg 14-17. Le note sono da note al testo pg 95

[3] East Orange: città della Contea di Essex, nello Stato del New Jersey

 [4] Blue Cross Blue Shield Association. Federazione di 35 distinte compagnie d’assicurazione sanitaria degli Stati Uniti che assiste, in base alle più recenti stime, un cittadino americano su tre

[5] Judith Viorst La gente e altre seccature, traduzione di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni, Einaudi ed. 2023, pg 14-17

GOLIARDA: L’ASSEDIO FINIRA’ – di Anna Rita MERICO

Goliarda Sapienza (1924/1996) nacque a Catania da Peppino Sapienza e Maria Giudice. Famiglia socialista rivoluzionaria. Molte le vicissitudini dell’esistenza di Goliarda vissuta con sanguigna passione e immensa autenticità. Famosissimo il Suo romanzo L’arte della gioia (edito in Italia nel 1998 dopo aver conosciuto fortuna in Francia).

Assediati giochiamo ai dadi

assediati posiamo le armi

e aspettiamo

L’assedio finirà

giochiamo Aiace

l’assedio finirà.

Un fine bisogno di bellezza incista la scrittura di Goliarda. Alla scrittura, Goliarda, ha legato l’intera Sua esistenza. Il Suo dotto discorrere con il Mediterraneo la fa comparire leggera dalle possenti colonne di Siracusa, dallo slargo di Selinunte a prendere nutrimento da radici da cui mai si è licenziata pur vivendo nel “continente”. Apparentemente sprezzante, Goliarda gioca a dadi affamata di Vita e di Antico. Un lungimirante sguardo nella contemporaneità la porta a legarsi, a doppio filo, all’atavico della Sua isola come osso da cui prendere nome e sostanza d’anima.

Il tema del gioco alleggerisce quell’ “assediati” e ci colloca nella piana antistante Ilio. Bellissimo questo spazio interposto tra la guerra e il gioco, sorta di distanziamento sottolineato anche dalla richiesta del “posare le armi”, dalla consapevolezza speranzosa del “finirà”. Possente cugino di Achille viene ritratto da Goliarda non nell’atto bellico dell’attacco ma nel momento del riposo, posato lo scudo. Goliarda lo fissa in un’intimità che è quella del pensiero recondito. Pensiero che lo centra nel momento del dialogo con la divinità che ride e Lo invita ad alleggerire ogni tensione.

Testo molto affollato di presenze. Parla la divinità: ammorbidisci tensione, vieni, distraiti nel gioco, fermati, staccati dal desiderio delle armi del Pelìde, abbassa la pretesa e gioca con i dadi, immagine di sorte e di imperscrutabile destino. Allontanati…

Il silenzio di Aiace avvolto dagli eventi, fermo su sé, avvolto dal velluto della divinità cui rivolge una momentanea resa e un accovacciamento fetale vissuto un attimo, solo un attimo, prima che la rabbia lo accechi nascondendogli giusta azione e scatenandolo in gesto feroce d’uccisione, lui Acheo, di montoni e buoi achei. Rabbia e distruzione covate e agite, tenute ed esplose.

Parla Goliarda: fine conoscitrice dell’assedio della Vita. Fine tessitrice di attese. Mai nulla al di fuori del raggio delle richieste della propria intima responsabilità. L’assedio del disagio, della povertà, del non riconoscimento… l’assedio finirà…

U sacciu c’ora veni

ma tantu chi vali?

Ti nni vai

e iu tornu a ieri.

Com’a ieri

spiu u to passu

pri li scali.

Ti nni vai.

Torna rabbia repressa, urlo contro la Vita, impossibilità di resa eppure resa sino a colpirsi. È Goliarda a dire ma è uno stuolo di donne a farLe da sciame sonoro come imprecazione di Coro a cui Lei presta voce e gesto nella reggia della Parola facendole essere ognuna. Sono tutte lì ferocemente grinfiate dal loro destino cui rispondono con impotenza come cinesi dai piedi fasciati portate ridenti sul manubrio delle biciclette dai figli o dai mariti nelle piazze di Pechino dopo la Rivoluzione. Il movimento è piano, centellinato il gesto. So di perderti già mentre ti ho. A che vale averti? Rendi l’eterno al mio oggi: ogni giorno è uguale a ieri. È ripetizione che mi lega fascinandomi anima e sguardo e immobilizzando il mio volere. Mi imperni al mio desiderio come vite senza fine. Mi chiudi mondo tra porta e finestra. Il cordone delle scale che lega mondo e mia clausura è attraversato solo da te che vieni e vai a ritmo cadenzato lasciandomi nel vuoto acuto di me stessa… Testo racchiuso in una feroce geometria di spazio minimo slabbrato dall’eco infinito del tempo della ripetizione.

Mirabile Goliarda.

Anna Rita Merico


Testi tratti da: Goliarda Sapienza, Ancestrale, ed. La Vita Felice Milano, 2013

                                                                                                                

ELHAM HAMEDI – di Anna Rita MERICO

Le “Notti” nascono per il Catalogo Donna  Vita  Libertà: Il mio nome è Notte. Catalogo e Mostra di Libri d’Artista ideata e progettata dal Presidio del Libro d’Artista VerbaManent di Sannicola (Lecce). Il testo poetico è di Elham Hamedi. Accluso al Catalogo il VideoArte “Expired” realizzato da Maria Credidio.

I libri d’artista del Presidio sono curati da Maddalena Castegnaro che, da oltre 20 anni progetta, cura, coordina artiste/i scrittrici/ori per questi manufatti che sono delle vere opere d’arte con contributi dall’intero territorio nazionale.

Helam Hamedi, nasce in Iran nel 1967. Artista multimediale. Nei suoi dipinti è centrale la rappresentazione del corpo e di sue parti, rende la visione d’insieme attraverso la dimensione analitica che le consente scavo proficuo nell’immaginario e possibilità di narrazione oltre i confini della condizione sociale che indica con la sua attività di esplorazione creativa.

PRIMA NOTTE

“luna finta”

Il mio nome è Notte

E con cartilagine sensibile nel mio orecchio

Sento le grida della luna

La luna che è sepolta in me

La luna con le sue ossa marce

Con le mie ossa vuote

La conversazione sul dolore è iniziata

Il mio nome è Notte

E le cellule oscure a volte si insinuano oltre le note sacre

E  abbraccia le cellule di luce

Il mio nome è Notte

Le coperte scure sono così legate alle articolazioni del mio corpo

Che sento i sussurri di soffocare il mio corpo nel sudore

Il mio nome è Notte

E una finta luna mi guida nella spazzatura

Sono Notte perché durante la notte vivo, per te. Sono Notte perché al canto del gallo sparisco nelle mie pieghe di tessuto nero, unico corpo riconosciutomi. Sono Notte perché nella Notte celebro il mio muto canto di libertà. Sono notte perché il mio desiderio di parola respira sottile, millesimale per non imbattersi nel muro della pelle del tuo corpo. Importante l’inversione tra oggetto cosmico (la luna) e corpo femminile: è la luna ad urlare, è la luna a giacere nel fondo dell’anima e non nello spazio siderale, è la luna ad avere “ossa marce”. La dimensione del corpo femminile, consunta dal dolore della impossibilità ad esprimersi, ad essere si apre ad una sola possibilità: la nominazione della mancanza. La mancanza si palesa, innanzitutto, come dolore che aggredisce il tessuto nero che lo ricopre. Il nero della Notte è nero inscritto in un’interminabile genealogia femminile che inscena dialogo con la Luna.

L’inversione continua, poeticamente, a produrre: le cellule sono fuori da sé. La ricerca del luogo possibile in cui essere incalza. Cellule e Luna inscenano una simbiosi in cui si perdono riferimenti e topologie. Ciò che si dilegua resta sedimento di significato. Sono Notte perché nero, fondo, cupo, invisibile è il mio corpo.

Elham Hamedi, Opere: ZAQBOOR

SECONDA  NOTTE

“cucina Retribution”

io sono la “notte”

Qualcuno può sentire la mia voce oscura?

Dall’altra parte?

Ho gli incubi delle mie mani

Mani tagliate dai guanti da cucina

Mani bruciate nello zafferano e poste sul piatto di un uomo

Io sono la “notte”

E brucio in una pentola con il cibo

Qualcuno può sentire la mia voce oscura? Dall’altra parte di questi veli neri?

Il luogo si delinea nella Seconda Notte. Luogo del quotidiano in cui non è possibile altro se non la catena del gesto ripetuto all’infinito. Gesto di servitù, di incatenamento al ruolo. Sono le mani a parlare nel deragliamento della possibilità dell’interezza del corpo. Fili impossibili eppure esistenti annodano improbabili architetture fisiche del corpo dal cui fondo irreale emerge voce. Dall’abito nero la voce attraversa distanze siderali per potersi dire: sarà mai ascoltata? Giungerà mai? Lontane, scisse, all’orizzonte le mani che impastano, preparano, cuociono non sanno neanche più cosa. Il corpo si cosalizza, rattrappito nell’incubo della routine fatta vita. Il pensiero è sgattaiolato via. Nulla che sappia di intero.

Elham Hamedi, Opere: ZAQBOOR

TERZA NOTTE

“Trucco ammuffito”

io sono la “notte”

Non so quanti “giorni” sono stati sacrificati

Ma la mia faccia è ancora pesante

Sposto le pietre dal mio cuore

Un profumo che era il ricordo dei “giorni”scappato dalla cucitura del mio vestito

Si accende l’odore del trucco

Arriva l’odore delle mani ben curate

L’odore delle labbra gonfie in gel

Rimuovi i corpi dalla mia faccia

La mia faccia sta ancora respirando

Non tutto può essere nominato con chiarezza. Estorco da me strategie di parola per dire ematoma, immobilismo, urlo. L’abito continua a contenere ma, anche, a lasciar gocciare fuori parti vitali di me. Parti che attengono alla mia sostanza umana, al mio essere, alla mia ontologia. Pietre si sono annidate nel mio cuore lasciando scorrere pochi fluidi umidi nel deserto di una secchezza che è mancanza di vita.

QUARTA NOTTE:

“EXPIRED”

sono di notte

E tutta la mia oscurità è intrappolata nella spazzatura

Qualcuno oltre la copertura nera

Riesci a sentire la mia voce rotta?

Si prega di portare una capsula di ossigeno

Una persona è sepolta viva qui

Una persona seppellisce il suo cuore in una copertina nera

Si prega di portare una capsula di ossigeno

Sono una donna

E ho i segni standard di una donna

Rimuovi il cadavere della parola “EXPIRED” dalla mia faccia!!!

La mia pelle scura respira ancora

Tra me e gli oggetti consunti del quotidiano non v’è differenza. Ogni oggetto vive nel tempo liso del consunto. Io tra loro. Il mio abito continua ad essere confine tra ciò che posso e ciò che vorrei. Il mio abito-montagna chiude tutti i miei sensi, non lascia tracimare il nulla che mi nutre, la bugia che mi affossa. Talvolta sento di essere giunta al nulla nulla di me. Manca ossigeno ma neanche per quello c’è possibilità. Sepolta nel Notte mia. Cammino con passo incerto su confini ancora non frantumati. Expired: scaduto. Un cibo scaduto, da gettare via. Mi sento altra. Un cibo scaduto si getta via nella spazzatura. La morte prima della vita, questo è ciò che si getta via?

Quattro Notti per inscenare una rappresentazione di un sé che è un noi. Ogni parola, ogni verso urla coralità e sentire che trascende ogni individualità possibile. La stessa scena ovunque, nel chiuso di ogni casa, nel dentro di ogni anima che rifiuta impossibilità d’espressione di sé.

I versi di Elham chiamano alla consapevolezza per ognuno: uomo o donna, occidentale o orientale. Chiamano a consapevolezza nel rimbombo del mancante per una umanità che stenta, ancora, a conoscere e riconoscere, a conoscer-si e riconoscer-si. Il corpo cosalizzato, il potere di togliere potere all’individuo è condizione umana stratificata all’interno della nostra contemporaneità ed all’interno dell’attuale fase di trasformazione del sistema economico e politico. Mutamenti radicali già avvenuti chiamano a riflessione sul ruolo della poesia, sulla modificazione dei corpi a servizio di volontà esterne, in assenza di qualsivoglia mediazione politica. E’ una poesia che nasce da contesto territoriale preciso ma che è in grado di dialogare con il sentire d’ogni luogo. Apriamo i fondali dell’ascolto per evitare di stringere ad una lettura tra maschile-femminile-territorio: ne faremmo ennesimo spazio di vittimizzazione e luogo di stereotipo. Che questa lettura apra ad un desiderio di libertà che, oggi, è dato evolutivo. Elham parla anche a noi e di noi nell’invito a cerchiare, vedere, accerchiare la propria Notte. Il ruolo civile della poesia è quello di mostrare l’ognuno nell’io.

Anna Rita Merico

INTIME DISTOPIE: DISTOPIE DALLA PARTE DI LEI… – di Anna Rita MERICO

Fernanda Garcia Lao, Donne da macello, Musicaos, Lecce, 2020
 

“È stata diffusa la notizia del Progetto… La Giunta si rinnova, ha idee di avanguardia. Le donne che salveranno l’esercito… le migliori femmine, vaccinate contro ogni male, si preparano per compiere la rivoluzione farmaceutica. Carne fresca… Alla notizia, diverse ragazze scendono in piazza… Si offrono davanti al palazzo del Governo. Siamo state escluse, urlano. Ci sono favoritismi…”1

La distopia si muove nei territori opposti a quelli dell’utopia: entrambe mostrano punto di vista rispetto al luogo e rispetto al legame con l’altro. Entrambe, però, risolvono diversamente tempi della connessione e luoghi della rappresentazione. È l’esito delle narrazioni intorno al luogo e delle relazioni messe in scena ciò che fa la differenza. Entrambe le dimensioni sono sempre pronte a deflagrare l’una nell’altra. Nessuna delle due è posizione definitiva. Entrambe sono il massimo della provvisorietà temporale e narrativa pur presentandosi, sia nell’utopia che nella distopia, come dimensioni rigidamente immutabili nella loro costruzione ed elaborazione.

Inizio la lettura. Mi colpisce il niente denso del paesaggio di Donne da macello. Ne resto sconcertata: è un testo che mi obbliga a ri-posizionarmi continuamente nel dentro degli eventi narrati. Eppure sento la sfida del ri-posizionamento nel fluire dei mutamenti narrativi.

Come ti sentiresti se invece di vivere nel tuo mondo, nella tua realtà fossi dentro alla macchina di un potere che decide senza interpellarti per e su nulla? Come ti sentiresti se nella tua storia ci fosse il recente di un governo golpista, di torture, di sparizioni? Ti occorrerebbe tempo per elaborare ciò? Come sarebbe il tuo sguardo sulla realtà? Ti sentiresti o non ti sentiresti senza nome? Senza corpo? Senza luogo?

Iperrealismo iniziale. La narrazione apre il proprio sipario sulla macelleria in cui il protagonista ha trascorso infanzia e adolescenza. Immagini in bilico tra tele di Francis Bacon e interni da squarci di cucina nella pittura fiamminga. La ripetizione ossessiva che lì aveva a che fare con la sottolineatura della ricchezza accumulata, qui ha a che fare con il vuoto nullificante dell’ossessione. La notte è il primo attacco di tempo.  


lotto n. 68 artista: FRANCIS BACON (1909-1992)
Titolo: Second Version of Painting 1946 (1971)

Il corpo si presenta subito irretito tra ripetizione e indifferenza. La scena cambia. La narrazione procede a salti. Il cambio è repentino quasi che l’ambientazione nella macelleria paterna fosse solo uno sprazzo randagio di memoria. La dimensione della narrazione diviene narrazione di dentro. La città di Rawson è apocalittica, custodisce corpi tranciati e lucide descrizioni di come le donne vengono sempre più immesse e connesse al progetto della Giunta al governo. Unici testimoni un uomo e una bambina che irrompono intorno e dentro ad un autobus, per due volte, due trasparenze che vanno senza meta né riferimento.

Selezione, analisi, test, esame, vaccino. Tutto incalzante eppure collocato in un gelido fermo immagine. 

Il protagonista inizia, man mano che le pagine procedono, a dirsi nelle sue forme: Jacinto Cifuentes, miope, burocrate, beve gin, battito cardiaco accelerato, imprintato dall’essere stato per anni una sorta di arrotino, vegetariano nel suo odio per ciò che è carne, padre macellaio, madre abbandonica che non lo vede né lo riconosce, semplicemente lo by-passa nella sua fisicità e nel suo essere scavandogli dentro un dolore che lo anestetizza. Jacqueline il suo gatto. Jacinto agisce e si osserva come sdoppiato. Agisce e si annulla come inesistente. Naviga, al di sopra di tutto, il suo occhio svezzato a tagli, a carne, a odore ferroso di plasma, a vuoto di presenze.

La stanza in cui vive è allucinata da perdite d’acqua, infiltrazioni e ticchettii. Di Jacqueline che vive con lui, una traccia appena. Un sogno: il sogno della donna perfetta. In seguito la sua stanza sarà una cella frigorifero rimessa e trasformata per lui. Uteri freddi, percolanti.

Il vaccino: millimetrica descrizione del liquido che entra in vena. Maniacale descrizione di cosa sia il sentirsi “invasi” da madre onnivora, da sguardo di padre giudicante. Jacinto cerca di sfuggire ma il liquido lo raggiunge, allagandolo.  

Cinque donne escono vittoriose dalla trafila del protocollo, trasformate in numeri senza nomi, il loro compito è quello di superarsi, ancora: partorire la perfezione!

Tredici, una delle donne “vaccinate”, vuole partorire il suo Frankenstein: tanto per onorare la Giunta con uno sfregio che mostra l’impotenza del suo poter affermare la criticità al Progetto. Tredici non può manifestare dissenso, Tredici può dire dissenso solo partorendo un mostriciattolo. Tredici snoda intorno alla “prostituzione patriottica” il proprio essere corpo, respiro, intento. La parte centrale del romanzo si anima di trama e prende corpo la non aderenza al progetto sottilmente tessuta ma non dichiarata. La realtà è ferrea, non ammette critiche.  Afferma di sé, Jacinto:

“Quando apro gli occhi sembro un altro. Un idiota in esilio da se stesso.”2

Il progetto vendicativo nei confronti della madre si dispiega in tutta la sua potenza al momento della partenza… “La mia assenza (per te, madre) non avrà limiti.”3

Io cerco, intanto, nella trama che evolve il motore che la anima.

Il dove della storia, in questo punto zero della narrazione, ha dietro –mai nominata- lo zero del riconoscimento dell’origine e la disperazione per l’essere nel “senza origine”. Ad esclusione di Jacinto, nessuno viene da dove, il non tempo diviene tempo della Storia, degli eventi. Sono personaggi che si muovono e animano luoghi a partire dal proprio non avere origine. L’origine, guardata dal punto di vista del simbolico che si perde nel tempo passato, è anche origine-nascita-definizione di uno Stato. Patria, in alcune lingue, Matrìa. Se quello Stato ti avesse lasciato al disordine della sua stessa inesistenza? Cosa genera quel disordine?

Quale il tema dell’Origine di una scrittrice in America Latina? Nel fondo di ogni sostrato cosa farne di un’Europa, terra madre, che ha macellato cultura del/nel continente americano? Dal punto di vista dei periodi storici, questa è storia recente, quanto continua a lavorare questa Storia se pur in aspetti apparentemente rimossi? Letteratura internazionale, dunque, come necessità di inforcare occhiali che ci indichino dinamiche di fondazione di una scrittura letteraria. Un grande cambiamento ha a che fare, sempre, con il ripatteggiamento del tema della maternità ossia dell’elaborazione dell’origine. Di ciò il testo ci dice.

“Le gravidanze sono modi di narrare il tempo.”4

Per traversie varie, intanto, il Progetto spiaggia, si arena.

Emerge, come fuori dal plancton primordiale, Jacinto. Finalmente umano. Ha attraversato tutto il suo essere alla ricerca di sé, ha affrontato gli sbranamenti materni, le unghiate del freddo di chi conosce il folle perdersi nel nulla di sé stesso. In questa narrazione è presente tutto il tema della maternità, del corpo femminile: luogo della prima alterità e della prima radice di umanizzazione. Tra le righe è narrato tutto l’odio covato nel progetto vendicativo con cui inseminare la Vita.  Jacinto ha navigato tra odori pungenti, visioni scabre, architetture misere e caleidoscopiche come paesaggi di Escher. Si è fatto largo tra i “pezzi”, lacerti di carne senza interezza di corpo. Ha attraversato le proprie scissioni con movimenti da animale ferito, movimenti nascosti dietro una sessualità cruda, felina.  

Ciò che resta in sottofondo in Donne da macello, è – dunque- la Storia, sia la storia legata agli anni del regime, delle sparizioni, del valore zero dato ai corpi dei dissidenti, sia la storia che ha dato la stura alla nascita degli Stati nel continente americano.   

Fernanda Garcia Lao si è assunta parola che intaglia i movimenti della distruttività e dell’auto distruttività. Lo ha fatto con maestria e, soprattutto, lo ha fatto ricordandoci il pertugio d’uscita.

“Questo progetto fallito mi sta trasformando in meglio. Il cinismo e l’ipocrisia della Giunta sembrano racconti della preistoria. Lontano dalla vita pubblica mi sento imprevedibile. Sembro quasi una persona”5 …conclude Jacinto riportandoci fuori da una distopia che prima ancora di essere nerbo di luogo e situazioni è desiderio di rinascita dopo aver attraversato il nero di dentro dell’esistenza.

Anna Rita Merico


Fernanda García Lao (Mendoza, Argentina, 1966), vissuta in Spagna tra tra il 1976 è il 1993. Scrittrice, drammaturga e poeta. Ha studiato recitazione, drammaturgia, musica, danza e giornalismo, in Spagna e in Argentina. Da notare i suoi romanzi “Muerta de hambre” (Primo Premio del Fondo Nacional de las Artes, 2004), “La perfecta otra cosa”, (terzo premio Cortázar), “Vagabundas” (finalista Premio Sur de Novela), “Fuera de la jaula” e “Donne da macello” (Nación vacuna, 2017). Ha pubblicato due libri di racconti, “Cómo usar un cuchillo” e “El tormento más puro”, ben accolti dalla critica argentina. Come poeta ha pubblicato “Carnívora y Dolorosa”, per le edizioni della Universidad de La Plata. Insieme a Guillermo Saccomanno ha pubblicato il romanzo erotico-epistolare “Amor invertido” e la raccolta di narrazioni brevi “Los que vienen de la noche”. È stata invitata a Fiere internazionali di Letteratura in diversi Paesi dell’America latina e d’Europa. Suoi testi sono stati tradotti in francese, portoghese, inglese, svedese e greco per riviste digitali e cartacee. I suoi libri sono pubblicati in Francia, Spagna, Messico, Perú, Bolivia, Costa Rica e altrove. Alla Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara (Messico) del 2011 è stata celebrata come “uno dei segreti meglio custoditi della letteratura latinoamericana”.


  1. Fernanda Garcia Lao, Donne da macello, Musicaos ed. 2020, pg. 56
  2. Ivi pg.92
  3. Ivi pg. 109
  4. Ivi pg. 145
  5. Ivi pg 127

DESTINI COMUNI DI DONNE COMUNI di Anna Rita MERICO

Ada Negri, Le solitarie, Musicaos Editore, Lecce, 2016 (prima pubblicazione 1917)

Entrano silenziose, gesti scarni, corpi sfatti da travagli dell’anima, nel pieno delle forze o al loro stesso limite, attaccate al filo di stanchi destini, speranzose per pura invenzione dello sguardo, appese ad uteri sbrindellati dal disordine di vite troppo in fretta consumate. Compaiono, attorcigliate in ricordi fissi e incolumi come chiodi che punteggiano un tempo che non conosce il presente ma, solo, un eterno andare identico a sé stesso.

Feliciana, Raimonda, Anin, Liana, Fresia, Rosanna, Antonella, Cristiana, Maria Chiara, Franceschetta, Marika, Clara, Caterina, Ilde, Gianna, Assunta, Veronetta; occhi fondi pronti a fissare l’immensamente ripetitivo di esistenze internate nell’angolo di una stanza, di un lavoro, di un matrimonio, di un’indecenza fatta Vita.

Donne, figurette magroline, colte come fotogrammi in epoche diverse della loro vita. Ritratti di gioventù, di infanzia, di vecchiaia accomunati da un senso di evanescenza talvolta sognante, talvolta crudele. Si susseguono mostrando il volto della beffa del destino.

Raimonda, metà volto deturpato da una caduta sulla brace del camino.

Fresia, ammantata nei silenzi di un’attesa tanto infinita da toglierle volontà.

Rosanna, colma di frasi spezzate sulle labbra, ignara del suo stesso corpo.

Cristiana, inchiodata nell’urlo del dolore d’un sangue caldo che le porta morte.

Assunta con la faccia giallo avorio e gli occhi consumati dal lavoro per i combattenti e il figliuolo morto in un ospedaluccio da campo.

… Ognuna uno spaccato di vita, di desideri non conosciuti. Di parole che non giungono alla soglia della consapevolezza. Di parole taciute da anni di sottomissioni a ruoli e convenzioni.

Si presentano cercando di vincere le oscurità e le altrui noncuranze: quelle noncuranze che solo loro sanno indossare mascherate da tragici sorrisi che utilizzano come scudo per farsi largo nell’invisibilizzazione donata, ad ogni angolo, da sguardi a cui loro chiedevano riconoscimento d’essere.

Al telaio, alla macchina da scrivere, alla macchina da cucire, in cucina, nella tintoria, maestrine di campagna, impiegate d’infimo rango, ricamatrici, prostitute: lavori servili vissuti come appendici di macchine nell’alienazione di un tempo e di movimenti ripetuti sino allo spasmo dell’insignificanza. Escluse dall’amore e avvolte in tragiche e mute rassegnazioni  che paiono divieti sanciti in un Olimpo di sarcastiche ragioni. Tra il loro corpo e la vicinanza maschile una turbolenza di filtri che aleggiano. La nebbia, la morte, l’adulterio, la sconfitta, l’abbandono, il dolore, l’attesa. Nulla che sappia di luce. Niente che dica di sogni realizzati. Tutte sfatte a bestia dal lavoro o da incroci che ne hanno interdetto qualsiasi possibilità di crescita. Nel buio di un ladrocinio prende forma un bacio rubato, forse l’unico di tutta una vita tagliata.

“…Maria Chiara indossava da più di due estati un meschino abito grigio a giacchetta, di così goffo taglio  che non riusciva a nascondere il difetto della spalla destra… Le scarpe di falso capretto andavano scalcagnandosi: il feltro nero a piccola tesa, sui capelli folti, ma già scoloriti alle tempie, mostrava la corda. Ella aveva l’aspetto disarmonico di chi voleva essere elegante e non può, l’aria penosa di chi vorrebbe essere elegante e non può, l’aria penosa di chi vorrebbe sorridere e non riesce che a fare una smorfia, per nascondere la stonatura dei denti guasti…”1

La loro identità e unicità si forgia nella miseria di gesti consunti, gesti che si paventano come gli unici possibili per ognuna di loro, gesti che annunciano la morte e loro muoiono dentro la morte paca, come fa Anin. Tutte evaporano stanziate in un dagherrotipo stinto che nega parola e movimento all’ombra di sé stesse.

Conoscono la morte interiore dopo lo stupro, l’invisibilità inconsistente del corpo, la vergogna di sé, lo scherno, la consunzione dettata dall’autopunizione di chi sa di non valere nulla, l’oblio, la speranza, la nausea, ripudiate, estranee, in fuga, stanche, mutamente stupite, visionarie, annoiate, smarrite, incredule, sognatrici, sradicate, devastate per amore, spupazzate da padri/mariti tronfi solo del loro essere maschi. E poi, le finte aristocratiche, risalite da svariati passati e schiacciate dalla menzogna della propria stessa esistenza. Afflosciate all’interno di un parlare scialbo che non raggiunge la soglia della narrazione ma resta nel dire distaccato, filtrato da una lontananza in cui si è andata consumando ogni ragione e ogni speranza.

“Il segaligno e fegatoso omuncolo non acconsentì, naturalmente, alle nozze della figlia, se non quando fu ben certo di metterla fra le mani di un genero fatto –salvo l’età e la florida persona- a sua immagine e somiglianza: un impiegato di prefettura, che cercava moglie perché, a conti fatti, una mogliettina sana ed attiva, buona cuoca sovra tutto (su questo punto era inesorabile) gli avrebbe reso miglior servizio d’una fantesca…”2

Donne rappresentate come cose tra le cose di uomini vincenti, arrivati, possessivi o uomini abbrutiti essi stessi da miserie e ignoranze antiche, uomini che agiscono possessi oltre ogni dire, possessi che rendono nulli i corpi femminili incontrati, corpi sottratti a sé stessi dalla noncuranza di uomini malamente convinti dei propri diritti sul femminile.

Libro nel libro sono le pagine in cui si dipana la vicenda di Veronetta, giunta ad aprire lo scrigno dei possibili attraverso la testardaggine del credere in sé. Veronetta vuole guadagnare attraverso la scrittura, precorre di poco una Virginia Woolf intenta a limitare lo spazio di una stanza da cui iniziare ad essere. Veronetta caparbia. Veronetta è l’unica che ritorna nella sua storia che dipana progetto di vita oltre l’angusto della povertà. Veronetta mostra il colpo duro dello stacco guadagnato nella pratica del rispetto di sé. Veronetta, la figlia della tessitrice che impara, nel gioco con le sorelle di famiglia borghese, il significato della differenza di classe e il morso del desiderio di volersi emancipare. Di un’emancipazione esistenziale, non politica. Veronetta viene tratteggiata nella umiliazione d’essere assimilata alla servitù nel momento in cui occorre imprimerle bene, sulla pelle della mente, quale sia il “suo posto” in società…

Veronetta è tutte le donne narrate nel testo de Le Solitarie. Veronetta le riscatta tutte perché ricompone realtà in movimento. Veronetta richiama molto, dal punto di vista della narrazione, la vicenda esistenziale di Sibilla Aleramo con quel suo “no” sempre pronto in punta di lingua dinanzi alle convenzioni sociali. La scrittura, in Veronetta ha ruolo di lama che, invece di tagliare, armonizza e monta corpo umano e simbolico.

La chiusa dei racconti presenta un tratto magico con la maga Tessiluna. E’ chiusa che  tradisce la difficoltà di dire un percorso di autodeterminazione senza conoscerne le parole pur essendo scrittrice dalle molteplici influenze letterarie, anche d’oltralpe. Ada Negri fece sue molte delle grandi lezioni di una contemporaneità nascente.

Un libro affascinante che non paga lo scotto del tempo ed è capace, ancora oggi, di dipanare tutta la propria attualità.

Meritevole l’editazione di Le Solitarie da parte della Casa Editrice Musicaos che, nel 2016, ne ha curato edizione. Un’opera sopravvissuta ad anni di invisibilizzazione perché forte nei contenuti, nelle descrizioni, nella capacità di aprire solco nell’universo femminile mostrandone verità e vita in un preciso periodo storico che ha molto da mostrarci, ancora oggi.

Anna Rita Merico


  1. ivi pg 65
  2. Ada Negri Le Solitarie, Musicaos ed. 2016, pg. 107

MARIE CARDINAL: LE PAROLE PER DIRLO di Anna Rita MERICO

 Dagli anni ’70 dello scorso secolo e per i decenni ’80 e ’90 si è avuta, in Italia, una ricca produzione di pensiero intorno al tema della differenza sessuale. Momento centrale la pubblicazione di Speculum testo scritto da Luce Irigaray nel 1974, pubblicato in Italia da Feltrinelli con introduzione di Luisa Muraro che pubblicherà, in seguito, l’Ordine simbolico della madre edito da Editori Riuniti. Queste pubblicazioni attivano pratiche di lavoro intellettuale e politico che hanno consentito forti avanzamenti di consapevolezza all’interno del patrimonio culturale lasciato nel corso dell’intero ‘900 da scrittrici e artiste ancora oggi non del tutto conosciute. Il lavoro di produzione teorica e pratica fondato in quei decenni è stato in forte relazione con quanto accadeva, nello stesso settore, sia in altri paesi europei che in America del Nord.

In letteratura molti i passaggi significativi. Centrale la figura di una grande intellettuale francese: Marie Cardinal (1929 – 2001). Esce in Italia, edito da Bompiani, nel 1988, Le parole per dirlo. Un romanzo di cui dovremmo continuare/tornare a parlare. 

Una figlia non voluta ricostruisce la propria storia forando i pensieri e i desideri di una donna bigotta a cui rinfaccia la “carognata”: è sua madre che ha tentato in più modi l’interruzione di gravidanza ma ne è stata impedita dalle proprie credenze religiose. Non avendo potuto portare a termine il proprio progetto, la madre ha trasmesso sentimenti negativi nei confronti della figlia lasciandole rasentare la follia. Sul e dal bordo della follia si apre il romanzo che inizia con la narrazione di una giovane donna la quale scava in sé, nella bambina che è stata, il senso e i segni del rifiuto materno. Le pagine del romanzo scorrono dense mostrando pieghe mai, sino ad allora, così magistralmente esplorate dell’animo femminile.

È un romanzo autobiografico il cui tratto fondamentale è una maestria unica nel saper narrare il dolore e le modalità attraverso cui, esso, può piegare e piagare una donna. La protagonista rende conto di anni e anni di percorso analitico, anni in cui si riappropria della scrittura la quale diviene elemento centrale della propria rinascita. La donna inizialmente piegata, commiserata, ormai nullità di sé diventerà una donna libera e coraggiosa capace di lasciarsi alle spalle una morte simbolica per entrare nel proprio principio vitale sorretta da un progetto esistenziale che la renderà unica.

Una profonda sapienza letteraria consente a Marie Cardinal di tenere le pagine in una narrazione che è puntuale resoconto di vita e sismografo di un rivolgimento esistenziale inaudito. La capacità di Cardinal di trasformare il linguaggio rendendolo vero perché, ri-fondato su un contatto profondo con il proprio corpo, corpo di donna porta la dinamica della storia a far chiudere alla figlia il senso di lacerazione nei confronti della madre ed incamminarsi verso un arduo percorso di perdono che spezza la reiterazione dell’odio tra madre e figlia. Il lavoro porta la figlia a potersi liberare cosa che, la madre, non era riuscita a fare impigliata tra morale borghese e rete patriarcale. Il romanzo ha rappresentato un forte e deciso passaggio nei confronti del rifiuto di un linguaggio capace di mostrare solo la miseria simbolica del femminile. “Le parole per dirlo” sono le parole che servono a dire l’esperienza di donne a partire dalla loro relazione con la materialità dell’esistenza e con il proprio corpo.

Le parole per dirlo sono le parole che una donna sa far nascere per dire il proprio rimosso, la propria zona di silenzio e di ombra. Attraverso il lavoro di scrittrice, Marie Cardinal propone un modo assolutamente nuovo di rendere dicibile l’esperienza femminile rifiutando ogni linguaggio specializzato che cancella la differenza portando il femminile nell’alveo del neutro ossia dell’ordine dato. Marie Cardinal continuerà lungo tutto l’arco della propria attività di scrittrice questo lavoro di pungolo e reinvenzione del linguaggio stanando l’inespresso, sostenendo l’essenziale affinché il dono fatto dalla madre possa mostrarsi nello spiegamento della propria potenza: una madre dà non solo la vita alla propria creatura ma, contestualmente, la mette in condizione di parlare. Il dono del linguaggio resta l’alveo del patrimonio simbolico di cui ognuna deve poter comprendere e vedere grandezza e forza di nutrimento.

“… L’incontro con i miei primi veri difetti mi dava una sicurezza che non avevo mai avuta. Essi mettevano in risalto le mie qualità che scoprivo contemporaneamente e che m’interessavano di meno… I miei difetti erano dinamici. Sentivo molto profondamente di volta in volta che li riconoscevo, che diventavano strumenti utili…Non si trattava più di respingerli, o di sopprimerli, e ancora meno di averne vergogna, ma di domarli e all’occorrenza di servirmene…”1

L’attualità della lezione di Marie Cardinal non è ancora esaurita. Essa parla da un’altezza che non era stata raggiunta. Venire a capo della perdita di coscienza, dell’annullamento trovandone parole e tessiture è mettere al mondo il mondo, ancora.

Anna Rita Merico


  1. Marie Cardinal, Le parole per dirlo, Bompiani 2014, pg. 203