‘Oltre il confine del ricordo’ di Francesco D’Angiò: la ferita, la cura, la poesia.

Oltre il confine del ricordo di Francesco D’Angiò: la ferita, la cura, la poesia.
Una lettura di Giulia Sonnante
Oltre il confine del ricordo, nuovo romanzo di Francesco D’Angiò per Edizioni Giannatelli, avvicina, anzi, sorprende per la bellezza della scrittura, ma, ad attraversarlo, costa fatica, poiché racconta il dolore, anzi, i dolori, le storie di personaggi che, uno dopo l’altro, uno dentro l’altro, s’incontrano sul vagone di un treno che porta lontano, dentro di noi, oltreconfine.
Lo confesso, per un istante, i personaggi che sfilano lungo il corridoio della carrozza per poi raccontare il proprio vissuto, mi hanno riportato alla mente La Comédie humaine di Balzac in cui, con metodo “quasi” scientifico, il romanziere francese osserva l’intera Umanità classificandone le specie sociali: artisti, banchieri, soldati, come un naturalista classifica piante o animali. E lì, per le strade ove scorre la vita, possiamo incontrare l’ingenuo poeta, Lucien, di “Ilusions perdues” o il papà Goriot.
Così, partendo dall’osservazione esteriore, senza prescindere dalla posizione sociale del personaggio, prende avvio, in D’Angiò, un’indagine che si fa psicologica ed offre spunti di riflessione su alcuni dei grandi temi della nostra esistenza: il perdono – per citarne uno: “un lento trascolorare che vela il dolore e lo restituisce con sembianze nuove, più sopportabili. È come mutare la ferita in cicatrice: presente, viva, ma non più sanguinante.” (p. 75)
Oltre il confine del ricordo m’ha toccata in modo particolare perché la protagonista, Giulia, come me, disabile, si ritrova ad accudire Enrico, il marito ammalato: si sfaldano i suoi ricordi e con essi l’identità: “Enrico si era allontanato come il verso di un gabbiano in dissolvenza, come la scia di una barca che diventa un puntino lontano, un respiro svanito in un vento senza direzione.” (55)
Ho sentito un peso gravare interamente sulle spalle della protagonista – e sulle mie – i cerchi del dolore hanno coinciso, si sono sovrapposti per cui l’identificazione è stata completa: Giulia, non solo si svela, racconta il suo dolore, ma attraverso l’ascolto, si ritrova a contenere, ad accogliere anche quello altrui e a trasformarlo, andando oltre il confine. E riesce a farlo con pudore, infinita delicatezza, intelligenza. “Bisogna berlo l’amaro calice che ti lascia vivo, che ti fa assaporare con lentezza la convinzione di non potercela fare” (87) ed è anche vero che occorre farlo in relazione.
E mi domando cosa avrebbe detto a me, Giulia, seduta al posto per disabili, un posto che – si afferma – favorisce la conversazione; le avrei raccontato di quando, su un volo di linea, seduta sul lato corridoio, fui invitata a spostarmi verso il finestrino poiché, in caso di necessità, non avrei intralciato gli altri passeggeri in corsa verso l’uscita d’emergenza. Di questo episodio, avremmo riso, ci saremmo dette che ci invitano a guardare il cielo sopra le nuvole, in anteprima! Ed è ironica, Giulia, col suo bastone che sposta, cade, riprende: “Non si preoccupi, possiamo mandare il mio bastone a farsi un giro, così nessuno si accorgerà di nulla e io posso sedermi da un’altra parte.” (43) In effetti, l’ironia è valore aggiunto, soprattutto nelle pagine iniziali ove si gettano le fondamenta del romanzo.
Ebbene, manda il sorriso in avanscoperta, Giulia, per instaurare una sorta di alleanza, un patto di solidarietà con l’altro, donna o uomo che sia, attraverso una narrazione sempre intima, anche se, a volte, breve.
Ma la ‘meraviglia’ di Giulia, la protagonista, sta nel voler essere felice, nonostante tutto, nonostante la malattia del marito – malattia che è diventata anche la sua, una malattia a cui deve far fronte al pari, e forse più, di una caregiver[1] –
Riesce a spingere il masso in salita, la protagonista, e pur vedendolo rotolare giù, ella è felice: Il faut imaginer Sisyphe heureux – scrive Albert Camus in Le Mythe de Sisyphe (1942) – poiché, nonostante l’assurdità della condizione e la reiterata azione, Sisifo è felice, non certo come uno stolto, ma perché consapevole, cosciente dell’assurdo, del paradosso. E mi piace ricordare qui il filosofo rumeno Emil Cioran che, in “Le Crépuscule des pensées” (1940), afferma: “Dove si manifesta il paradosso, il sistema muore e la vita trionfa. È attraverso il paradosso che la ragione salva il proprio cuore di fronte all’irrazionale.”[2]
La posizione della protagonista, dunque, pare avvicinarsi a quella di Camus, teorico dell’assurdo: “ero perfettamente conscia di ciò che mi stava succedendo. Proprio per questo non avevo nessuna intenzione di darla vinta a chi aveva fatto di me un’abusiva della felicità, mettendomi sulla sua lunghezza d’onda.” (p. 52) La sua vitalità sta proprio nella tenacia, nel voler riportare il masso in alto: Perché lei, la felicità, – dichiara Giulia – non esiste a prescindere. Vuole essere generata volta per volta; vuole essere scovata, che so, nei gesti più impensabili, nelle imprese più improbabili.” (52)
C’è un’immagine che un po’ rimanda all’ascesa verso la felicità: “una piccola farfalla colorata si posava sul finestrino del treno, mentre la linea dell’orizzonte saliva sull’ultimo gradino del sole”; (30) e si ripete in più punti, quest’immagine – come verso anaforico – a conferire musicalità, ad imprimere ritmo alla narrazione. Ed è una lunga prosa poetica, il romanzo di D’Angiò, con rimandi e citazioni poetiche; per primi, i versi di Óscar Hahn in “Passerà questo tempo” a suggerirci che tutto cambia, tutto è transitorio, per cui “Lo stesso vento che ha rotto le navi / è quello che fa volare i gabbiani.”. Ma al di là del mare in cui s’incrociano versi come vortici di corrente, un declinare di calette, insenature incastonate tra le rocce da cui sporgersi anche solo per guardare un punto più profondo ove l’acqua è di un azzurro più intenso, una sfumatura diversa – oltre il mare, la poesia s’incarna davvero, diventa corpo, in un personaggio che Giulia incontra durante il viaggio, di stazione in stazione, di vita in vita, di dolore in dolore: è Dario, il “viandante statico”, “abituato a guardare nelle profondità del silenzio.” (44). Inizia così, ricordando il poeta salentino Vittorio Bodini (1914 – 1970), con il suo “tramonto da bestia macellata”, un lungo discorso sulla poesia: una ferita – dichiara il viandante statico – che non cicatrizza; ora è più quieta; – prosegue – da giovane ha sanguinato molto” – e credo che, per mano del suo personaggio, qui, D’Angiò sveli qualcosa di sé, affermando che la scrittura è cura ma – aggiunge – occorre averne la malattia. Solo se ne siamo malati – continua l’autore – riusciamo a proteggerla come una madre con i suoi piccoli: “Se siamo malati, nutriamo la scrittura senza mai allontanarci da essa, come fanno le gatte quando partoriscono: mangiano la placenta per nutrirsi, perché non possono allontanarsi dai cuccioli che devono proteggere. Questo dobbiamo: protezione e non esposizione” (47).
Ma ciò che rende il romanzo, poetico, sopra ogni cosa, non è tanto la presenza del personaggio/poeta, quanto la ferita, o meglio, le ferite, i solchi, lungo i quali si muovono tutti i personaggi, negli interstizi, negli spazi liminali, tra granulo e granulo del terreno sabbioso dell’esistenza.
È l’ossimoro, come figura distintiva della poesia, al centro del romanzo: da un canto, il sogno di una vita felice, dall’altro, la realtà in cui fa irruzione la malattia, una malattia che mette a nudo, strappa il foglio e scrive parole stentate, sofferte, difficili da comprendere. Da un canto, la memoria, il passato di una vita piena, dall’altro, un futuro diverso da quello desiderato, tutto da ri-comporre, ri-disegnare. E Giulia è lì, insieme alla sua cara amica, Chiara, “a condividere lo stesso orizzonte, con il vento che le sfiorava, (…) in equilibrio tra la ferita e la cura” (99); è lì, Giulia, come in bilico su una corda di canapa, sempre nell’atto di fare un passo verso l’altro, magari col bastone davanti a sé – non accanto – per avere più stabilità come fanno gli equilibristi, i funamboli. Perché non cancella il tempo, Giulia, saltando a piè pari sul presente come i bambini dai cerchi tracciati col gesso, ma lo vive, muovendosi verso l’altro, nell’altro.
E va oltreconfine, Giulia, oltre il ricordo che non può più esser vissuto, oltre la malattia, oltre il dolore, persino oltre sé stessa, raccogliendo i frammenti, ricucendo, con un filo di luce, i lembi, le parti disgiunte di sé per divenire una donna nuova.
E ancora quel tramonto da bestia macellata che cade a pezzi – quel sangue di cui l’aria è piena – è sangue di vita: tutto il paese vuole far sapere / che vive ancora – prosegue Bodini, raccontando il nostro Sud. Così è per Giulia: sente di essere ancora viva, nonostante il dolore, e forse anche grazie al dolore che le fa sentire più forte il desiderio di vita. E sul finire del romanzo, c’è un’immagine malinconica – come malinconica è la poesia – che ancora rimanda all’unione: quella della finestrina su cui la protagonista poggia la fronte per ricongiungere mente e cuore in una distesa indefinita di colore che muta lentamente.
In questo mutar lento delle cose, del tempo e della vita, sta forse il senso dell’esistenza che non s’abbandona a sé stessa; si spezza, si ricompone, lotta e resiste, ma non lascia al dolore tutta la stanza.
Giulia Sonnante
[1] Il termine inglese “caregiver” (colui/colei che presta cure) non ha una perfetta corrispondenza in italiano; potremmo identificare la figura professionale del caregiver con il profilo dell’assistente per anziani o disabili o anche con quello del “badante”, termine, ormai entrato nell’uso comune.
[2] E. Cioran, Le Crépuscule des pensées in N. Vacca, L’uomo perplesso – Viaggio negli abissi di Emil Cioran – Qed, Edizioni, 2025 p. 51

L’Autore
Francesco D’Angiò è nato nel 1968 in provincia di Napoli e vive a Matera. Napoletano di nascita e lucano d’adozione, ha pubblicato libri di poesia e narrativa, costruendo negli anni una voce attenta alle zone più fragili dell’esistenza: la memoria, la cura, la perdita, la resistenza quotidiana.
Nel 1997 ha pubblicato il suo primo racconto dopo aver vinto un concorso promosso da Alea Editrice Bari. Del 2020 è il romanzo breve Lo sconosciuto (Planet Book); nel 2021 è uscita la sua prima raccolta di versi, Clessidre orizzontali (Edizioni Tripla E), e nel 2022 la seconda, Verranno a perderci in trionfo (Gruppo Culturale Letterario). Ad ottobre 2022 viene pubblicata una raccolta di due lunghi racconti dal titolo “Siamo tutti normali” (Dialoghi). A marzo 2024 viene pubblicata l’ultima silloge a cura di G.C.L. Edizioni L’equilibrio degli scarti, con nota di lettura di Alfonso Guida. Nel 2026 vince la terza edizione del Premio PeoniArt, dedicato al tema dei confini, con la poesia “Cartografia minima.”
Collabora con blog letterari e riviste online, occupandosi di poesia, narrativa e riflessione culturale.

Oltre il confine del ricordo
Postfazione di Luigi Pistone
Edizioni Giannatelli, Matera, 2026


