SEGNALAZIONI – (a cura di Giuseppe Langella, Tania Di Malta) – DI SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE – LA SCUOLA DI PITAGORA, 2026

Di sana e robusta Costituzione
La poesia si mobilita

a cura di Giuseppe Langella e Tania Di Malta

Collana Fendinebbia 7 – La scuola di Pitagora

ISBN: 9791256131051

Il volume è ordinabile al seguente link:

https://www.scuoladipitagora.it/libreria/collane/fendinebbia/di-sana-e-robusta-costituzione


Il passaggio dalla Liberazione alla Costituzione è il capolavoro della storia italiana: con l’entrata in vigore della Costituzione, la nostra liberazione è diventata libertà. (Tomaso Montanari)

La Costituzione è un oggetto non solo da maneggiare con cura, ma da venerare come una reliquia. Esiste in Italia, e resiste, un patriottismo della Costituzione, che funge tuttora da argine contro le tentazioni autoritarie e la destrutturazione della democrazia. Se ne ricordino i potenti di turno. (Angelo d’Orsi)

L’antologia vuole difendere, da un lato, il principio dell’equilibrio dei poteri, e quindi il sistema dei contrappesi istituzionali, proprio del nostro ordinamento democratico; dall’altro, richiamare i princìpi basilari enunciati dalla Costituzione e il modello di società in essa delineato, su questioni nevralgiche come lavoro, diritti, ambiente, pace e salute. (Giuseppe Langella e Tania Di Malta)

Testi poetici di Lino Angiuli, Luca Ariano, Marco Belocchi, Donatella Bisutti, Paolo Maurizio Bottigelli, Michele Brancale, Erika Bresci, Pietro Brogi, Marta Maria Camporeale, Laura Cantelmo, Melchiorre Carrara, Ennio Cavalli, Davide Chindamo, Marco Cinque, Tiberio Crivellaro, Gianluca D’Annibali, Vito Davoli, Nicola De Matteo, Marco Ignazio de Santis, Tania Di Malta, Salvatore Di Marzo, Angela Donna, Alberto Fraccacreta, Alessandro Franci, Tiziano Fratus, Giusy Frisina, Susy Gillo, Giuseppe Grattacaso, Giuseppe Langella, Gianfranco Lauretano, Maria Lenti, Mauro Macario, Alessandro Magherini, Sergio Manghi, Gianni Antonio Palumbo, Alfredo Panetta, Michele Paragliola, Angelo Puma, Renzo Ricchi, Cataldo Russo, Anna Santoliquido, Giulia Sonnante, Vito Sorrenti, Antonella Vairano, Pasquale Vitagliano, Giovanna Cristina Vivinetto.

Saggi storici e discorsi di Angelo d’Orsi e Tomaso Montanari.

Opere plastiche di Brunivo Buttarelli.

Fotografie di Melchiorre Carrara.

Il doppio sguardo di Joyce Lussu: il primato etico di una voce fuori canone – di Tania DI MALTA

“Come ha detto, signore? Mi scusi se la prego di ripetere, signore”, balbettò l’impiegato preso alla sprovvista.

“Encouna. Si scrive A-N-C-O-N-A. Desidero arrivare in questo posto.

                                        Sherlock Holmes sul Conero, anarchici e siluri

Il libro Sherlock Holmes sul Conero, anarchici e siluri di Joyce Lussu è un’opera di fantasia, un “pastiche” letterario che mescola elementi storici reali a una trama inventata. L’autrice crea una narrazione in cui Sherlock Holmes viene coinvolto in vicende marchigiane legate ad anarchici e ai siluri della prima guerra mondiale. Naturalmente non si tratta di una cronaca di eventi realmente accaduti, ma è molto interessante capire come Joyce gioca con l’idea di “riscrivere” i romanzi, inserendo Holmes in un contesto storico italiano (quello delle Marche all’inizio del 900) per esplorare le connessioni tra storia e letteratura.

Ricordare questo libro, che è certamente meno conosciuto rispetto alle sue opere principali, è un’interessante aggiunta al profilo dell’autrice e alla sua complessità. Utile come premessa per avere un elemento in più dei suoi tanti talenti letterari, perché parlare di Joyce Lussu non è cosa semplice, significa attraversare quasi un secolo di storia europea con lo sguardo di una donna che non fu mai soltanto testimone, ma protagonista attiva. La sua vita fu un intreccio indissolubile di militanza politica, scrittura, traduzione e memoria dove diventa difficile separare nettamente la dimensione letteraria da quella civile. In Joyce Lussu le due componenti coincidono: la parola nasce sempre dall’azione e l’azione trova nella parola la sua forma più compiuta. Gioconda Beatrice Joyce Salvadori Paleotti, in arte Joyce Lussu nasce a Firenze nel 1912 in una famiglia cosmopolita e antifascista. Il padre, Guglielmo Salvadori, era filosofo e pedagogista, la madre, una nobildonna inglese; questo doppio orizzonte culturale le diede fin dall’infanzia una naturale apertura internazionale. Crebbe tra Italia, Svizzera, Inghilterra e Germania, apprendendo precocemente diverse lingue e sviluppando una sensibilità politica molto lontana dal provincialismo dell’Italia fascista. La sua formazione fu dunque duplice: umanistica e politica. Studiò in ambienti intellettualmente liberi, ma soprattutto imparò molto presto che la cultura non poteva essere neutrale. L’Europa degli anni Trenta, la convinse che lo studio doveva trasformarsi in responsabilità. Questa idea accompagnerà tutta la sua esistenza: l’intellettuale, per Joyce Lussu, è sempre un soggetto chiamato a scegliere da che parte stare.

Decisivo fu l’incontro con Emilio Lussu, esponente di spicco dell’antifascismo italiano, fondatore di “Giustizia e Libertà”, già protagonista della Grande Guerra poi confinato dal regime, membro dell’Assemblea Costituente, che nel 1946 fece parte della Commissione dei 75, incaricata di redigere il progetto della Costituzione.

 Il loro rapporto non fu solo sentimentale, ma profondamente politico e culturale. Tra i due si instaurò un dialogo paritario, fatto di stima reciproca e di collaborazione concreta nella lotta clandestina. Joyce non fu mai “la moglie di Emilio Lussu” in senso subalterno: fu compagna d’azione, organizzatrice, staffetta, intellettuale autonoma. Insieme condivisero l’esilio, la Resistenza, la ricostruzione democratica. Culturalmente erano affini nell’idea che la politica dovesse fondarsi su valori etici: libertà, giustizia sociale, rifiuto della violenza come sistema di potere. Tuttavia Joyce mantenne sempre una sua voce originale, spesso più radicale e internazionalista rispetto a quella del marito. Il cuore della sua identità fu l’esperienza partigiana. Durante la Resistenza italiana Joyce Lussu svolse compiti delicatissimi di collegamento tra i gruppi antifascisti, viaggiò sotto falso nome, attraversò frontiere, organizzò reti clandestine, senza mai vivere la lotta come mito eroico, ma come necessità morale.

Per lei i “nemici della società” erano chiari: il fascismo, il nazismo, ogni forma di autoritarismo e di oppressione, ma anche in senso più ampio l’ingiustizia strutturale, lo sfruttamento economico, il patriarcato, il colonialismo. La sua idea di Resistenza non si esaurì nel 1945: continuò in tempo di pace come difesa dei diritti dei popoli e degli ultimi.

Questa concezione ampia e permanente dell’antifascismo è uno degli elementi più moderni del suo pensiero. Dopo la guerra Joyce Lussu allargò lo sguardo oltre l’Europa. Fu tra le prime intellettuali italiane a interessarsi alle lotte di liberazione in Africa, Medio Oriente, America Latina. Tradusse poeti turchi, curdi, angolani, albanesi, convinta che la poesia dei popoli oppressi fosse una forma di resistenza politica. La sua critica al colonialismo e all’imperialismo fu netta e precoce. Denunciò il razzismo europeo, l’ipocrisia delle democrazie occidentali, le nuove forme di dominio economico. Per questo si può sicuramente rivendicare il suo ruolo pionieristico rispetto alla nostra realtà, infatti molte delle sue idee sono state in seguito riprese e riproposte in scala mondiale: temi oggi diffusi come il dialogo interculturale, la critica all’eurocentrismo, la valorizzazione delle voci subalterne erano già centrali nella sua opera decenni prima che diventassero patrimonio comune. Però, a mio parere, questo riconoscimento non le è stato pienamente attribuito. La sua figura è rimasta ai margini dei canoni ufficiali, forse proprio perché troppo libera, troppo poco inquadrabile. Vale la pena rimarcare il ruolo pionieristico nella valorizzazione delle voci subalterne: già negli anni 40 e 50, con la Resistenza e con la sua attività editoriale, Joyce dava spazio alle esperienze marginali e agli oppressi, raccontando non solo la vittoria politica ma la condizione umana dei vinti. Dimostrò la necessità di un dialogo interculturale: le traduzioni di Nazim Hikmet e la promozione di autori stranieri dimostrano una visione transnazionale e critica dell’eurocentrismo.

La scrittura di Joyce Lussu non nasce mai come esercizio estetico fine a sé stesso. La sua poetica è essenziale, diretta, spesso narrativa. Rifiuta l’ermetismo e ogni compiacimento formale: la parola deve servire a comunicare, testimoniare, scuotere.

Nelle sue poesie e nei suoi racconti domina una lingua limpida, concreta, attraversata da ironia e passione civile. Opere come Fronti e frontiere, L’olivastro e l’innesto, Tradurre poesia mostrano come per lei la letteratura fosse soprattutto incontro tra culture e strumento di liberazione.

Non cercò mai l’eleganza stilistica come valore autonomo: preferì la chiarezza alla retorica, la forza morale all’effetto lirico. Per questo la sua qualità poetica è stata talvolta sottovalutata dai critici più legati a criteri formali tradizionali. Eppure la sua voce possiede un timbro inconfondibile: asciutto, appassionato, eticamente necessario. Ma sicuramente un’impostazione così netta era in minoranza. Nella sua concezione della letteratura come strumento politico poteva essere sottovalutata, soprattutto rispetto al canone del Novecento italiano, che ha privilegiato autori maschi, sperimentazione linguistica estrema o lirica intimista. Probabilmente nel fermento novecentesco alcuni testi risultano più documenti civili che opere artistiche compiute, ma vista la capacità sperimentale dimostrata in letteratura, non si può non arrivare a capire, che in poesia, la sua fu una scelta e gli apparenti limiti sono in realtà il segno della sua coerenza: Joyce Lussu non poneva la poesia come scopo isolato, ma come parte di una vita e di un pensiero che univano impegno civile e creatività. Oggi, quella scelta la riporta alla ribalta, perché mai come oggi Joyce Lussu appare come una figura straordinariamente attuale. Femminista ante litteram, europeista critica, internazionalista, anticipatrice dei temi postcoloniali, rappresenta un modello di intellettuale militante che non separa mai etica e cultura.

La sua qualità poetica va cercata non tanto nella raffinatezza formale, quanto nella forza testimoniale. Joyce Lussu ha trasformato la vita in parola e la parola in responsabilità. Ma per comprendere per davvero Joyce Lussu non bastano le definizioni critiche: occorre entrare nella sua lingua. La sua poetica non è mai astratta; è sempre incarnata in testi precisi.

Uno dei libri più emblematici è Fronti e frontiere (1944-1945), diario narrativo della Resistenza. Non è poesia in senso stretto, ma prosa ricca di ritmo poetico e tensione morale. Qui compare una frase profetica che oggi ha il valore di Manifesto:

“La libertà non è un bene che si possiede una volta per tutte. È un esercizio quotidiano, una vigilanza ininterrotta.”

In queste righe c’è tutta Joyce Lussu: la parola come strumento di lotta, non come ornamento.

Nella raccolta L’olivastro e l’innesto, una delle sue opere più alte, la poesia si fa limpida, essenziale, antiretorica. Scrive:

“Non mi basta una patria sola,
la mia patria è il mondo intero,
e ogni uomo che soffre
mi è fratello.”

Questi versi mostrano bene la sua idea di poesia: dichiarativa, semplice, quasi pedagogica e proprio per questo potente. Non c’è ricerca dell’effetto lirico, ma della verità morale.

Un altro testo decisivo è Inventario delle cose certe, dove afferma:

“Le cose certe sono poche:
il pane, l’acqua, la dignità,
la memoria di chi ha lottato.”

Qui la sua voce raggiunge un’essenzialità quasi biblica. La poesia diventa elenco etico, pulita, diamantina nella potenza delle parole, sconvolgente rispetto alla storia collettiva, che l’umanità ha avuto in seguito modo di verificare.

Anche nelle sue traduzioni – per esempio quelle dei poeti curdi o di Nazim Hikmet, si coglie il suo programma culturale. In Tradurre poesia scrive:

“Tradurre non è trasportare parole,
ma mettere in comunicazione destini.”

Una frase che vale per tutta la sua opera: la letteratura come ponte fra oppressi, come atto politico.

Da un punto di vista strettamente letterario, nella prosa memorialistica e saggistica raggiunge risultati altissimi: Fronti e frontiere, Portrait, Il libro delle streghe sono opere di grande forza narrativa, lucidità politica e precisione storica.

Il valore delle sue idee arriva a noi come prova della loro fecondità: molte battaglie che lei condusse in solitudine sono diventate patrimonio comune. A renderle merito, fortunatamente, ci hanno pensato alcuni validi intellettuali, doveroso ricordarli: Silvia Ballestra nel suo libro “La Sibilla. Vita di Joyce Lussu” (Laterza, 2023) che evidenziò la figura di Joyce Lussu non solo come intellettuale e partigiana, ma anche come una pensatrice le cui idee e opere sono state spesso “riprese” o ignorate dal contesto culturale e politico maschile, senza che le venisse riconosciuto il giusto merito, Rita Atzeri e la compagnia “Il Crogiuolo”. La “Setta dei poeti estinti” ha creato il “Circolo di Poesia Joyce Lussu (all’interno della Biblioteca Joyce Lussu di via Costantino a Roma. Luisa Serroni che ha curato approfonditi video sulla vita di Joyce Lussu. Ricercatori e Accademici ne hanno fatto materia di studio nell’Università di Roma Tre. Inoltre, L’associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) contribuisce attivamente a mantenerne viva la memoria come figura chiave del Novecento italiano e della resistenza. In tutte le testimonianze la parola chiave per definirla potrebbe essere rigore. Rigore verso sé stessa, verso la storia, verso la funzione dell’intellettuale. Per lei scrivere significava assumersi una responsabilità pubblica. Non concepiva l’arte come gioco narcisistico, ma come servizio civile. Anche il suo antifascismo, come già detto, fu prassi quotidiana. Il suo internazionalismo non fu moda culturale, ma impegno concreto accanto ai popoli oppressi, e il suo femminismo non fu mai rivendicazione individuale, ma lotta collettiva.

In un appunto tardo scrisse:

“Non ho mai voluto essere importante.
Ho voluto essere utile.”

Questa frase riassume la sua statura morale meglio di qualunque analisi

Joyce Lussu appartiene a una generazione di donne per le quali essere intellettuali significava esporsi, pagare un prezzo, scegliere un campo. Oggi, troppo spesso, assistiamo a un panorama molto diverso.

Troppe voci addomesticate, inserite in un sistema editoriale e comunicativo che non chiede verità, ma consenso e visibilità al servizio delle “favolette” del potere”.

Joyce Lussu rappresenta l’esatto contrario: la donna intellettuale come coscienza critica, non come ornamento. Anche il suo femminismo non è autocelebrazione identitaria, ma lotta contro ogni forma di oppressione: economica, politica, coloniale, patriarcale.

Lei scriveva:

“Non c’è libertà femminile se non c’è libertà umana.”

Una frase che oggi suona quasi rivoluzionaria, in un tempo in cui il discorso pubblico tende a ridurre tutto a slogan.

La lezione che lascia coinvolge soprattutto le donne, perché conoscono storicamente la subalternità e dunque possono riconoscere meglio ogni forma di ingiustizia. Donne che rifiutano il ruolo di figurette di rappresentanza, coscienze vigili e protagoniste.

Tania Di Malta

SEGNALAZIONI – GIUSEPPE LANGELLA, TANIA DI MALTA, COSA RESTA DA FARE AI POETI – Poesia civile e lente bifocale – La scuola di Pitagora, 2025

Questo testo fa da ponte tra il 2025 e il 2026, proprio nel momento in cui le contraddizioni del mondo assumono le immagini del mondo. Le nostre percezioni (le immagini) della realtà sono intrinsecamente plasmate dalle sue tensioni e opposizioni e questa realtà è continuamente narrata. I media, i social, le immagini, costruiscono favole rassicuranti o scandalose a consumo rapido: eroi istantanei, indignazioni a
tempo, tragedie ridotte a spettacolo. È una realtà che si presenta come completa, autosufficiente, già spiegata. La poetica della lente bifocale nasce quando questo racconto comincia a scricchiolare. Quando qualcuno avverte che sotto la patina del linguaggio pubblico c’è altro: corpi, sangue, disuguaglianze, esclusioni, vite che non entrano nelle cornici ufficiali. La lente bifocale della poesia civile funziona così: da una parte osserva il mondo come viene mostrato, con le sue parole levigate, i suoi slogan, le sue immagini ripetute; dall’altra mette a fuoco ciò che resta fuori campo, ciò che non conviene vedere o nominare. La poetica della lente bifocale nasce proprio dalla frizione tra questi due piani. È una poesia che non consola. Non offre soluzioni
rapide né pacificazioni emotive. Disturba. Interrompe il flusso. Costringe a rallentare lo sguardo e a chiedersi chi parla, da dove, e soprattutto contro cosa. Contro l’indifferenza prima di tutto, contro l’abitudine alla violenza raccontata come normalità, contro il linguaggio che anestetizza. La poesia civile insegna che anche
quando non si ha potere, si ha una voce; anche quando la realtà sembra già decisa, esiste ancora la possibilità di nominarla diversamente. È una scrittura che nasce dall’urgenza, dal momento in cui la realtà entra dentro di noi e non può più essere ignorata. Uno sguardo doppio e insieme unitario, capace di attraversare le favole mediatiche senza farsi sedurre e di arrivare fino alle ferite reali del nostro tempo. È il luogo in cui la parola torna a essere responsabile, perché sa che ogni verso è una scelta: o continuare a decorare il mondo, oppure provare, almeno, a guardarlo davvero.

Giuseppe Langella – Tania Di Malta



Giuseppe Langella è nato a Loreto (Ancona) nel 1952 e vive a Milano. Già professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica, dove ha diretto per vent’anni il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, è stato, fra l’altro, presidente della “Società italiana per lo studio della modernità letteraria”. Come studioso, ha pubblicato diverse importanti monografie su Manzoni, sulla letteratura risorgimentale, su Svevo, su Pirandello, sull’ermetismo e sulle riviste del Novecento. È uno dei massimi teorici e storici della Modernità letteraria, cui ha anche dedicato una corposa monografia nel 2021, per Pearson. Svolge inoltre, da parecchio tempo, attività di formazione e aggiornamento insegnanti ed è autore di apprezzati manuali di letteratura ad uso dei licei.

Come poeta ha esordito con Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore (San Marco dei Giustiniani, 2003), cui han fatto seguito Il moto perpetuo (Aragno, 2008 – Premio Metauro), La bottega dei cammei (Interlinea, 2013 – Premio Casentino), Reliquiario della grande tribolazione, ispirato al calvario della ‘guerra bianca’ (Interlinea, 2015 – Premio Alpi Apuane), e, da ultimo, Pandemie e altre poesie civili (Mursia, 2022). Suoi testi poetici sono comparsi in parecchie riviste, italiane e straniere, nonché in siti dedicati, in antologie tematiche e in rassegne di festival di poesia. A Ponte di Legno, “paese della poesia”, gli è stato dedicato un totem con incisa una sua lirica. Nel 2024 ha fondato, presso l’editrice napoletana La Scuola di Pitagora, la collana “Fendinebbia. Laboratorio di poesia civile”, curando, fra l’altro, la raccolta e la pubblicazione dell’antologia Sfilata d’alti modi. Ritratti poetici di figure esemplari. Da anni condivide con Tania Di Malta parecchie iniziative di poesia.


Tania Di Malta, dopo aver conseguito la maturità artistica a Cagliari, ha frequentato per tre anni il corso di laurea in Architettura a Firenze, laureandosi poi in Infermieristica e seguendo un Master in Management nelle aree sanitarie. Ha pubblicato con CTL le prime due raccolte di poesie: Aquiloni sul mare nella notte (2016) e Addio ai Girasoli (2018), ricevendo una menzione speciale al Premio Antonia Pozzi (2016) e il premio della critica al Concorso Internazionale Clemente Rebora (2017). Nel 2018 ha vinto ex equo il Federiciano. Intanto, nel 2017 si era avvicinata al Realismo Terminale. All’interno del movimento fondato da Guido Oldani ha ideato e curato, negli anni seguenti, numerose iniziative editoriali, dalla trilogia tematica Christmas Blues e il Realismo Terminale, Carnevale dei piedi. Mascheree Mascherine, Lo sgabello degli angeli (You Publy, 2020/2021), all’antologia Il gommone forato. La poesia civile del Realismo Terminale (Puntoacapo, 2022). Ha collaborato, altresì, all’ideazione della mostra di Brunivo Buttarelli ispirata all’Orlando Furioso: Lucente luna d’acciaio per senni e oggetti perduti (2022). Nel 2023 ha pubblicato con Ensemble un nuovo libro di poesie, Sono di Malta. Suoi testi sono usciti in varie riviste e antologie.

Mossa dal bisogno di aggiornare le chiavi interpretative e gli strumenti retorici per dar conto di un mondo in continua e rapidissima evoluzione, alla fine del 2023, si è staccata dal Realismo Terminale. Nel febbraio del 2025 è stata pubblicata l’antologia di poesia civile, Attacco in corsia. Storie che diventano Storia, per Puntoacapo Editrice, che ha curato con il poeta e italianista Giuseppe Langella, proseguendo e ampliando il percorso sulla poesia civile.


Giuseppe Langella, Tania Di Malta,
Cosa resta da fare ai poeti
– Poesia civile e lente bifocale –

La scuola di Pitagora Editrice, Napoli
dicembre 2025

LE GEMELLE KESSLER: UN MODELLO GEOPOLITICO E CULTURALE di TANIA DI MALTA

Nel 1963 la mia famiglia si trasferì, da Lampedusa a Cagliari. La Sardegna era fuori dalle mete che solitamente venivano scelte in quegli anni dal flusso migratorio, che dal sud andava a trovare fortuna al nord. Per noi fu una scelta funzionale alle esigenze lavorative di mio padre, e per dare a noi tre figli un futuro migliore. Cagliari era ed è una città bellissima; per noi bambini una magica Atlantide, che compensava in parte la ferita dell’abbandono di Lampedusa, la prima scaglia, la Macondo del sogno, vissuta come una realtà onirica che non ci avrebbe mai lasciato. I miei genitori, ricchi di una mentalità tipicamente mediterranea, consideravano lo studio, la conoscenza del mondo e lo scambio culturale, il passaporto e l’eredità più preziosa per figli. Con noi si trasferirono anche i miei nonni materni e la famiglia della sorella di mia madre. Una condizione non molto diversa delle storie di emigrazione dei nostri giorni, per me fu un periodo di esperienze straordinarie: quello fu l’anno in cui scoprì uno strano scatolone chiamato televisore, e, soprattutto, meraviglia delle meraviglie per una bambina di quattro anni, vidi loro …

Le gemelle Kessler: il sorriso che cambiò l’immagine della Germania nel 1961

Nel 1961, a poco più di quindici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il ricordo delle devastazioni del conflitto era ancora vivo in tutta Europa. L’immagine della Germania rimaneva segnata dal peso della storia: un Paese percepito da molti come patria degli “aggressori”, simbolo di un passato che aveva generato lutti e divisioni profonde. Tuttavia, proprio in quel contesto, due giovani donne contribuirono, quasi senza volerlo, a trasformare l’immaginario collettivo. Le gemelle Kessler, Ellen e Alice, con il loro charme, la loro eleganza e il loro naturale magnetismo scenico, divennero il volto di una Germania nuova: solare, moderna, pacifica. Un simbolo di rinascita culturale.

Quando arrivarono in Italia per lavorare in teatro e in televisione, le Kessler non erano soltanto due ballerine straordinarie. Rappresentavano una generazione tedesca cresciuta dopo l’orrore, desiderosa di guardare avanti e di reintegrarsi in una comunità internazionale in rapido cambiamento. Con la loro presenza scenica limpida, la grazia danzata e il sorriso contagioso, incarnavano la possibilità di un altro modo di essere tedeschi: non più associati alla militarizzazione e alla violenza del passato, ma a una cultura aperta, artistica, vivace.

In un’Italia che stava vivendo il suo boom economico e una trasformazione sociale accelerata, il successo delle sorelle fu immediato. Gli italiani le accolsero come due icone pop che ben si inserivano nel clima di ottimismo del Paese. La loro immagine, fresca e internazionale, contribuì a scalfire pregiudizi e diffidenze. In un contesto ancora segnato dalla memoria della guerra, fu un gesto spontaneo di riconciliazione culturale.

Un ponte oltre i rancori. Il loro impatto non fu soltanto estetico. Le gemelle Kessler, senza retorica e senza proclami politici, agirono come un ponte simbolico tra popoli che si erano affrontati duramente. Il loro successo dimostrò che la demonizzazione del “nemico” può essere superata quando una società sceglie la strada della crescita, dell’apertura e del dialogo.

La loro popolarità fu un segnale potente: il passato può essere ricordato senza che diventi una prigione. La cultura, l’arte e la leggerezza, quando autentiche, possono favorire ciò che la diplomazia fatica spesso a ottenere: creare empatia. Le Kessler arrivavano dalla Germania, ma non portavano con sé alcun pesante marchio storico; portavano danza, disciplina, sorriso. E questo bastò per mostrare che la normalità può rinascere anche dopo la catastrofe. La volontà di pace come forza trasformativa.

Il caso delle gemelle Kessler evidenzia un passaggio fondamentale nella storia europea della seconda metà del Novecento: la volontà condivisa di lasciarsi alle spalle gli “idoli di guerra”, di non restare imprigionati nei rancori. La loro immagine pubblica fu una sorta di manifesto implicito della nuova Europa: una comunità che non cancella il passato, ma sceglie di costruire relazioni culturali e umane capaci di superarlo.

In un periodo segnato da tensioni internazionali, nel 1961 fu costruito il Muro di Berlino, due giovani donne riuscirono a trasmettere un messaggio opposto: la gioia come antidoto alla paura, la bellezza come linguaggio universale, l’incontro come superamento delle ferite.

Le gemelle Kessler rimangono nella memoria collettiva non solo per i loro numeri di varietà, ma come simbolo di un momento storico in cui l’Europa scelse la strada della riconciliazione. La loro parabola artistica, intrecciata a un clima sociale in pieno cambiamento, testimonia come la cultura possa contribuire a sciogliere le rigidità del passato e a ricostruire un’immagine nuova dei popoli.

In loro, un’intera generazione ha visto la prova vivente che la pace è possibile quando si sceglie di guardare l’altro non come un ex nemico, ma come una risorsa di bellezza e umanità.

Il loro successo va letto non soltanto come un fenomeno di spettacolo, ma come un evento emblematico nella psicologia collettiva europea di quegli anni. Due giovani donne, provenienti dal Paese che aveva generato uno dei più profondi traumi della storia contemporanea, riuscirono a diventare simboli di leggerezza, armonia e nuova appartenenza. Questo fatto, apparentemente marginale, rivela invece qualcosa di essenziale: le società non guariscono con atti politici formali o trattati diplomatici di facciata, ma attraverso la trasformazione dei simboli, quello che in psicologia di massa viene definito: la necessità di nuovi archetipi.

In ogni collettività, dopo un grande trauma, l’immaginario si popola di figure oscure: il nemico, il colpevole, l’ombra. La Germania del dopoguerra portava addosso un marchio pesante, che non riguardava solo la politica, ma penetrava nell’inconscio europeo. Accettare un tedesco come figura positiva richiedeva uno spostamento profondo nella percezione collettiva.

Le gemelle Kessler agirono proprio a questo livello: offrirono un nuovo archetipo. Nella loro armonia gemellare, nella perfetta sincronizzazione dei movimenti, nella loro luminosa fisicità, rappresentavano una Germania “altro da sé”, pur mantenendone la disciplina e la precisione. Erano il ribaltamento dell’immagine del tedesco cupo e minaccioso. Il pubblico non vedeva solo due ballerine: vedeva l’idea rassicurante che la Germania potesse essere non più una minaccia, ma parte della normalità condivisa.

In psicologia collettiva, questo si chiama ricodifica dell’immaginario: un processo per cui un’immagine negativa viene lentamente sostituita da una positiva attraverso simboli incarnati.

Le Kessler, senza pronunciare discorsi, operano precisamente in questa direzione: incarnano l’altro non minaccioso, l’altro che non cerca di cancellare il passato, ma di trascenderlo attraverso la bellezza, l’arte e un modello comunicativo garbato, non aggressivo.

C’è inoltre un elemento quasi fenomenologico: la loro presenza non è mediata da concetti, documenti, ideologie. È pura apparenza, epifania scenica. E proprio per questo funziona: perché la riconciliazione non nasce dal ragionamento astratto, ma dalla percezione concreta del corpo dell’altro come non ostile. Arte e catarsi: la bellezza come forza sociale e l’arte come catarsi capace di svolgere funzioni psicologiche collettive. Le gemelle Kessler si muovevano nel campo dell’arte popolare, la televisione, il varietà, ma ciò non riduce la forza del loro impatto: la bellezza e l’arte non hanno gerarchie.

Il loro stile era la contraddizione vivente dei fantasmi che ancora aleggiavano sul continente. Non erano solo “spettacolo”: erano una forma di catarsi estetica. Attraverso la danza e l’armonia, offrivano al pubblico una via per rielaborare inconsciamente il passato. La grazia dei loro movimenti smentiva l’immagine della brutalità; la loro simmetria dissolutiva contrastava il disordine morale lasciato dalla guerra; la loro gioia scardinava il pregiudizio.

In altre parole: la loro arte non intratteneva soltanto, guariva, nella dialettica tra memoria e oblio.

C’è una tensione inevitabile tra ricordare e dimenticare. Una società sana non può né rimuovere il passato né esserne schiava. Deve elaborarlo. Le Kessler diventarono simbolo proprio di quel punto di equilibrio in cui la memoria non viene negata, ma resa vivibile. Non dimenticare, ma scegliere di non identificare più un intero popolo con il suo passato tragico. La pace come rivoluzione simbolica

evidenziando un aspetto spesso sottovalutato: la pace, prima ancora che un fatto politico, è un processo simbolico. Non si costruisce soltanto con accordi o confini, ma attraverso la lenta trasformazione del modo in cui le persone immaginano gli altri popoli.

La pace nasce quando si rompe la catena della demonizzazione e quella rottura avviene non nella sfera alta della politica, ma nella vita culturale quotidiana. Le Kessler furono uno dei tanti piccoli gesti che contribuirono alla grande rivoluzione culturale dell’Europa unita: trasformare il nemico in prossimo, la diffidenza in curiosità, la paura in apertura.

Le gemelle Kessler non furono semplicemente artiste di successo. Furono catalizzatrici di un mutamento simbolico profondo. In loro si incrociarono psicologia collettiva, desiderio di rinascita europea, filosofia dell’altro e potere catartico dell’arte. La loro immagine luminosa, disciplinata, gioiosa fu una sorta di riscrittura inconscia della memoria collettiva.

Sono la dimostrazione che, anche dopo la tragedia più devastante, una società può reinventare i suoi simboli e ritrovare una forma di armonia. E che a volte, per cambiare l’immaginario di interi popoli, bastano due figure danzanti che, con un semplice sorriso, mostrano che la pace può essere più seducente della guerra.

23 novembre 2025

Tania Di Malta


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Editor-in-Chief Antonella Vairano

Editor Scheduler Giulia Sonnante

SEGNALAZIONI – DI MALTA, LANGELLA – ATTACCO IN CORSIA – STORIE CHE DIVENTANO STORIA – PUNTOACAPO, 2025

A febbraio di quest’anno è stata pubblicata con Puntoacapo l’antologia Attacco in corsia. Storie che diventano Storia, a cura di Tania Di Malta e Giuseppe Langella, un progetto di poesia civile in cui si solleva una questione che il post-pandemia ha reso ancora più evidente e drammatica: lo smantellamento della sanità pubblica. In passato abbiamo evidenziato la disumanizzazione e lo svuotamento di leggi e diritti civili, così faticosamente conquistati dal dopoguerra in poi, in una società che è diventata sempre più fragile e confusa. Abbiamo acceso i riflettori, con la poesia civile, su temi come emigrazione, lavoro, ambiente, discriminazione razziale, povertà e guerra. In questo panorama in cui è ormai chiaro che non esiste problema in qualsiasi luogo del mondo che non ci riguardi, assistiamo anche al progressivo attacco al bene più importante: la salute.

Il progetto ha come fonte d’ispirazione l’art. 32 della nostra Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»), che aveva generato il modello sanitario migliore al mondo. Denuncia, inoltre, la corsa alla privatizzazione, che ha perso ormai anche gli ultimi veli di pudore: siamo giunti al punto che chi ha mezzi economici si cura e vive, chi non li ha non viene curato e muore. Ma come stupirci di questo se, nei luoghi di guerra, bombardare gli ospedali è diventato poco più di un incidente di percorso? Da noi vengono picchiati, a volte uccisi, operatori sanitari nello svolgimento del proprio lavoro. Sembra che nessuno si ricordi più dei quotidiani riconoscimenti tributati all’intero comparto sanitario mentre infuriava la pandemia, quando medici, infermieri e operatori impegnati in prima linea a combattere il covid a rischio della propria vita venivano salutati e osannati come “eroi”.

Abbiamo voluto dedicare l’antologia a Gino Strada, per ricordare il suo immenso impegno insieme alla prima moglie, Teresa Sarti, con Emergency, ONG italiana da loro fondata, che ancora oggi continua a portare aiuti nel mondo. Abbiamo ritenuto importante farlo soprattutto alla luce dei fatti di questi anni controversi, in cui si ha l’impressione che ogni riferimento legato all’umanità e alla solidarietà abbia perso completamente valore. In questo clima, appesantito da una pandemia che ha scompigliato ogni fragile certezza a cui eravamo ancorati, rischiamo di disperdere l’enorme patrimonio che ci ha lasciato Gino Strada, non cogliendo quello che ha detto e soprattutto quello che ha fatto. Sfugge, per esempio, quanto Gino Strada abbia onorato lo spirito della cultura occidentale e delle profonde ragioni del suo stesso esistere, il valore primario della persona, da cui discendono tutti gli altri: la pietas, il diritto alla libertà e tutti i diritti umani che caratterizzano una società civile avanzata. Sono stati proprio i lunghi anni di esperienza sul campo e il verificare, al suo rientro in Italia, come fosse aumentato il dislivello nella qualità delle cure offerte tra il Servizio Sanitario Nazionale e la sanità privata e in rapporto alla collocazione geografica («non è ammissibile che ci siano delle differenze così grandi al di là e al di qua di Chiasso»), a far capire a Gino Strada lo stato di collasso verso cui ci stavamo avviando. Lui ci ha insegnato, invece, che la sanità pubblica deve rispondere a una serie di requisiti racchiusi in queste dieci parole:

Universale

No profit

Pubblica

Di qualità

Al passo con i tempi

Verificata

Controllata

Laica

Accogliente

Solidale

Dieci parole che non a caso si ritrovano anche all’art. 32 della nostra Costituzione, nei suoi valori universali.

Con questi preziosi riferimenti abbiamo pensato di delineare un percorso in dieci sezioni. Crediamo che la poesia civile, andando oltre il singolo “fatto del momento”, possa uscire dai meccanismi di “consumo” a cui siamo abituati con i media, e legarsi strettamente al tessuto sociale: una sorta di rammendo nella rete da ricucire, con uno sguardo che permetta di “vedere meglio” gli strappi da sanare; perché è attraverso quelle falle che si perde il bene più grande di una civiltà: la salute come imprescindibile bene universale. All’interno dell’antologia ci sono poesie, articoli, saggi e foto di opere d’arte in riferimento ai temi trattati. Sono stati anche creati dei Qrcode per far apprezzare meglio le opere degli artisti visuali.

Tania Di Malta e Giuseppe Langella


Indice analitico dei temi affrontati:

1. Dai bisogni umani ai LEA (livelli essenziali di assistenza).

2. Sanità pubblica vs sanità privata. Il malessere del servizio sanitario nazionale.

3. La salute appannaggio dei ricchi. Discriminazioni sociali in materia di cura.

4. Il ruolo dell’industria farmaceutica. La salute al mercato.

5. Osannati e malmenati: come viene percepito il personale medico-sanitario.

6. Tutela della salute della donna, centri antiviolenza, legge 194 del 1978.

7. Infanzia, alimentazione, induzione al consumo, obesità. Malattie del benessere.

8. Ambiente, inquinamento, sicurezza sul lavoro e impatto sulla salute.

9. Vecchiaia, disabilità, e salute mentale in una società sempre più protesa verso la privatizzazione della sanità.

10. Guerre, bombardamenti sugli ospedali, indifferenza verso i malati civili: che mondo si sta delineando?

Sono stati coinvolti nel progetto:

Vittorio Agnoletto: medico, specializzato in medicina del lavoro

Patrizia Bonardi: artista visiva multidisciplinare

Michele Brancale: poeta scrittore e giornalista

Brunivo Buttarelli: artista visuale, scultore e docente

Laura Cantelmo: poetessa e insegnante

Emilio Capaccio: poeta e traduttore

Melkiorre Carrara: fotografo e poeta

Davide Chindamo: poeta, scrittore e insegnante

Marco Cinque: poeta, giornalista e attivista civile

Vito Davoli: poeta, traduttore, giornalista e critico letterario

Alberto Deambrogio: operatore sociale e politico

Nicola de Matteo: poeta e scrittore

Tania Di Malta: infermiera, poetessa e scrittrice

Angelo Gaccione: giornalista, narratore e drammaturgo

Zaccaria Gallo: medico, poeta e scrittore

Anita Iovine: sociologa e insegnante

Giuseppe Langella: poeta e critico letterario, già docente universitario

Maria Lenti: poetessa, scrittrice, docente e politica

Maurizio Mazzurco: poeta e scrittore

Gianni Antonio Palumbo: ricercatore universitario, poeta e scrittore

Claudia Pinelli: attivista sociale, critica teatrale e scrittrice

Angelo Francesco Puma: medico, poeta e scrittore

Luciana Raggi: insegnante, poetessa e scrittrice

Fabio Roncato: artista visuale e ingegnere

Anna Santoliquido: insegnante, traduttrice, poetessa e scrittrice

Francesco Antonio Schiraldi: storico, scrittore e giornalista


Gli autori


Tania Di Malta, dopo aver conseguito la maturità artistica a Cagliari, ha frequentato per tre anni il corso di laurea in Architettura a Firenze, laureandosi poi in Infermieristica e seguendo un Master in Management nelle aree sanitarie. Ha pubblicato con CTL le prime due raccolte di poesie: Aquiloni sul mare nella notte (2016) e Addio ai Girasoli (2018), ricevendo una menzione speciale al Premio Antonia Pozzi (2016) e il premio della critica al Concorso Internazionale Clemente Rebora (2017). Nel 2018 ha vinto ex equo il Federiciano. Intanto, nel 2017 si era avvicinata al Realismo Terminale. All’interno del movimento fondato da Guido Oldani ha ideato e curato, negli anni seguenti, numerose iniziative editoriali, dalla trilogia tematica Christmas Blues e il Realismo Terminale, Carnevale dei piedi. Mascheree Mascherine, Lo sgabello degliangeli (You Publy, 2020/2021), all’antologia Il gommone forato. La poesia civile del Realismo Terminale (Puntoacapo, 2022). Ha collaborato, altresì, all’ideazione della mostra di Brunivo Buttarelli ispirata all’Orlando Furioso: Lucente luna d’acciaio per senni e oggetti perduti (2022). Nel 2023 ha pubblicato con Ensemble un nuovo libro di poesie, Sono di Malta. Suoi testi sono usciti in varie riviste e antologie. Mossa dal bisogno di aggiornare le chiavi interpretative e gli strumenti retorici per dar conto di un mondo in continua e rapidissima evoluzione, alla fine del 2023, si è staccata dal Realismo Terminale. Nel febbraio del 2025 è stata pubblicata l’antologia di poesia civile, Attacco in corsia. Storie che diventano Storia (Puntoacapo), che ha curato con il poeta e italianista Giuseppe Langella, proseguendo e ampliando il percorso sulla poesia civile.


Giuseppe Langella è nato a Loreto (Ancona) nel 1952 e vive a Milano. Già professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università Cattolica, dove ha diretto per vent’anni il Centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, è stato, fra l’altro, presidente della “Società italiana per lo studio della modernità letteraria”. Come studioso, ha pubblicato diverse importanti monografie su Manzoni, sulla letteratura risorgimentale, su Svevo, su Pirandello, sull’ermetismo e sulle riviste del Novecento. È uno dei massimi teorici e storici della Modernità letteraria, cui ha anche dedicato una corposa monografia nel 2021, per Pearson. Svolge inoltre, da parecchio tempo, attività di formazione e aggiornamento insegnanti ed è autore di apprezzati manuali di letteratura ad uso dei licei.

Come poeta ha esordito con Giorno e notte. Piccolo cantico d’amore (San Marco dei Giustiniani, 2003), cui han fatto seguito Il moto perpetuo (Aragno, 2008 – Premio Metauro), La bottega dei cammei (Interlinea, 2013 – Premio Casentino), Reliquiario della grande tribolazione, ispirato al calvario della ‘guerra bianca’ (Interlinea, 2015 – Premio Alpi Apuane), e, da ultimo, Pandemie e altre poesie civili (Mursia, 2022). Suoi testi poetici sono comparsi in parecchie riviste, italiane e straniere, nonché in siti dedicati, in antologie tematiche e in rassegne di festival di poesia. A Ponte di Legno, “paese della poesia”, gli è stato dedicato un totem con incisa una sua lirica. Nel 2024 ha fondato, presso l’editrice napoletana La Scuola di Pitagora, la collana “Fendinebbia. Laboratorio di poesia civile”, curando, fra l’altro, la raccolta e la pubblicazione dell’antologia Sfilata d’alti modi. Ritratti poetici di figure esemplari. Da anni condivide con Tania Di Malta parecchie iniziative di poesia.


Poeti contemporanei Tania DI MALTA

T. DI Malta, Sono di Malta
Ed. Ensemble, 2023
prefazione di Guido Oldani

Resistenza

Ricordi? Mi specchiavo come ieri

di zucchero filato era la bimba

parlavi torvo e cupo nei pensieri

di carta vetro sulla pelle linda.

Motore, chiave e fuga dei miei assilli

dicendo guarda tu ora sei fallita

sei un pacco vuoto, inutile, di orpelli

hai trent’anni, da tutto sei bandita.

Sedia vuota, gomitolo serrato

come un’ombra nel sacco ti ho portato

si sa il dolore indugia nel mancato.

Fatto tesoro di ogni tua mancanza,

colsi i segreti della resistenza

del ponte, che dell’acqua fa l’essenza.

tratta da: T. DI Malta, Sono di Malta, Ensemble, 2023

I fotoromanzi

Incastrate in una grande menzogna

non si vive la vita, la si sogna,

proiettate dentro un fotoromanzo,

dissociate in quietanze e ribellioni.

La trappola che addestra all’obbedienza

si traveste di nuovi cantastorie,

ti illude e rende libera a parole,

al desco dei Re Sole la clemenza.

tratta da: Nata Libera, Voci in difesa delle donne

Macabor 2024 (modificata)

La bilancia

E certo che lo ammetto

io vivo di rendita

come quei vecchi matti

con le tasche piene.

Mille carabattole,

ognuna con un nome

capita che mi incanto

come se fosse ieri.

Ma guarda che piedini

suoniamo l’organetto

il pancino un tamburello

il nasino una trombetta.

Tu mi hai detto un giorno:

sai non è finita qui

ma lo sappiamo bene

la vita è una bilancia,

c’è chi nasce sopra un piatto

e chi invece sopra un altro,

anche volendo, non potrai saltare.

tratta da: T. DI Malta, Sono di Malta, Ensemble, 2023

Cronaca nera

Dato in pasto ad un freddo tribunale

che giudica, manipola e poi azzanna,

asseconda le altrui aspettative

e di sentenza ha solo la condanna .

È la storia del pesce nella boccia:

credeva amore un poco di mangime;

quando uno l’ha frantumato a terra,

 muore e la stampa l’usa per concime.

pubblicata da Luce e vita, N° 100 Settimanale della Diocesi di Molfetta


 Tania Di Malta (Porto Empedocle 1958). Dopo aver conseguito la maturità artistica a Cagliari, ha frequentato per tre anni il corso di laurea in Architettura a Firenze, laureandosi poi in Infermieristica e seguendo un Master in Management nelle aree sanitarie. Ha pubblicato con CTL due raccolte di poesie: Aquiloni sul mare nella notte (2016) e Addio ai Girasoli (2018), ricevendo una menzione speciale al Premio Antonia Pozzi (2016) e il premio della critica al Concorso Internazionale Clemente Rebora (2017). Nel 2018 ha vinto ex equo il Federiciano e una stele in ceramica con la sua poesia è stata affissa a Rocca Imperiale. Intanto, nel 2017 si era avvicinata al Realismo Terminale, sottolineando un cambio di stile netto. All’interno del movimento fondato da Guido Oldani ha ideato e curato, negli anni seguenti, numerose iniziative editoriali, dalla trilogia tematica Christmas Blues e il Realismo Terminale, Carnevale dei piedi. Maschere e Mascherine, Lo sgabello degli angeli, (You Publy, 2020/2021) all’antologia Il gommone forato. La poesia civile del Realismo Terminale (Puntoacapo, 2022), pietra miliare nella storia del gruppo oldaniano. Ha collaborato, altresì, all’ideazione della mostra di Brunivo Buttarelli ispirata all’Orlando Furioso: Lucente luna d’acciaio per senni e oggetti perduti (2022). Contemporaneamente, ha avviato una intensa attività di promozione e di divulgazione della poetica e degli autori afferenti al Realismo Terminale, con note, rubriche e interviste ospitate nell’«Almanacco di Puntoacapo», in «Oblio», in «Fuori Asse», in «Oceano News» e nella rivista polacca «BezKres». Fondamentale, anche per gli sviluppi futuri delle sue posizioni, l’articolo Il Realismo Terminale al bivio (febbraio 2019). Nel 2023 ha pubblicato con Ensemble un suo nuovo libro di poesie, Sono di Malta. Suoi testi sono usciti in varie riviste e antologie. Mossa dal bisogno di aggiornare le chiavi interpretative e gli strumenti retorici per dar conto di un mondo in continua e rapidissima evoluzione, alla fine del 2023, si è staccata dal Realismo Terminale, continuando con Giuseppe Langella il percorso sulla poesia civile.