VERONICA FRANCO: CORTIGIANA ONESTA, POETA E DONNA LIBERA di Mariateresa MARZULLO

Studio di ricerca a cura di Mariateresa Marzullo
INTRODUZIONE
Nella prospera e vibrante Venezia del XVI secolo, inaspettatamente, una donna riesce a farsi strada in una società dominata totalmente da uomini, distinguendosi grazie al suo arguto ingegno, alla sua considerevole cultura e grazie alla sua poesia. Si tratta di Veronica Franco.
Fine intellettuale, poeta, viaggiatrice, cortigiana, frequentatrice dell’élite veneziana, spia per conto della Serenissima e per la Santa Inquisizione addirittura strega, come il mitologico vaso di Pandora, Veronica Franco ha in sé una grande varietà di contrasti, specchio della sua epoca, il Rinascimento, e specchio di una società contraddittoria come è quella veneziana del ‘500. Durante il Rinascimento, infatti, Venezia, è all’apice della sua potenza, è una città bellissima, potente e libera, sebbene in pieno clima tridentino e già colpita, in parte, dalla crisi dei traffici commerciali apertasi in seguito alla scoperta dell’America e allo spostamento delle rotte dal Mediterraneo all’Atlantico. Venezia nel ‘500 è una città che appare caratterizzata da luci ed ombre, ed è, inoltre, una città in bilico tra Oriente e Occidente, luogo da cui si imbarcano i pellegrini diretti in Terra Santa e luogo in cui, poi, vi fanno ritorno.
Il nome e l’opera di Veronica Franco, riscoperti più di un secolo e mezzo fa da Benedetto Croce, continuano oggi ad affascinare gli studiosi e sono divenuti un simbolo delle battaglie per le pari opportunità. Durante la sua vita, infatti, Veronica osò sfidare la società tradizionale di tipo patriarcale in cui viveva e difese, sia con le sue audaci azioni che con la sua penna tagliente, tutte le donne ed i loro diritti. Spirito ribelle, donna indipendente e orgogliosa, Veronica Franco è la personificazione di quella che oggi potremmo definire una delle prime “attiviste femministe” del Rinascimento italiano.
LA BIOGRAFIA E L’OPERA
La famiglia d’origine e l’educazione ricevuta
“Tra le Veneziane del secolo XVI questa leggiadra donna puossi giudicare l’Aspasia. Nata nel 1553, crebbe in non ordinaria avvenenza, in ispirito, in cultura, in leggiadria; fregi tutti de’ quali appresso abusò accalappiando gl’incauti, e cantando troppo lubricamente di amori. Era la sua casa aperta alla gioventù più dedita a’ dissipamenti, sì però, che chi volea trovarsi più ricco di sue benigne parole dovesse andare più provveduto non dei doni della fortuna, ma di quelli dello spirito e dello ingegno”.
E’ con queste parole che lo storico ed erudito Bartolomeo Gamba, vissuto tra ‘700 e ‘800, in “Alcuni ritratti di donne illustri delle province veneziane” del 1826, delinea la figura di Veronica Franco, mettendo in luce gli aspetti fondamentali che ne caratterizzarono l’esistenza: il suo essere una cortigiana di alto rango, colta e dedita alla poesia come Aspasia, la bellissima etera che fu compagna di Pericle; la buona educazione ricevuta proprio in funzione della sua professione; il suo essere una donna libera dalle convenzioni ed anche spregiudicata; il fascino che su di lei esercitarono non tanto le ricchezze quanto le doti intellettuali di chi la circondava. Ma andiamo per gradi e cerchiamo di capire, innanzitutto, dove nacque Veronica e quale fu la sua educazione.
Veronica Franco nacque a Venezia, nel 1546[1], da Paola Fracassa e Francesco Franco. I suoi genitori appartenevano alla classe sociale dei “cittadini originari“, il gruppo che si collocava tra l’aristocrazia ed il popolo, avendo, quindi, a disposizione sufficiente ricchezza e condizioni di vita dignitose. In famiglia c’erano anche tre fratelli maschi, Geronimo, Orazio e Serafino, i quali prendevano lezioni private a casa. Ciò permise alla fanciulla di partecipare al “gruppo di studio” e ottenere una buona educazione, una vera rarità nella Venezia dell’epoca, nella quale solo il 4% delle donne e il 26% dei maschi frequentava la scuola (dati del 1587), e appena il 10% delle donne sapeva leggere e scrivere. Prima di sposarsi, la loro madre aveva lavorato come cortigiana onesta, ma aveva anche abbandonato la professione dopo l’unione con Francesco Franco. Quando, però, quest’ultimo morì prematuramente, la donna dovette tornare al suo vecchio lavoro, avviando ad esso, poco dopo, anche la giovanissima figlia Veronica.
Può suonare strano che fosse stata la madre ad avviare Veronica ad un mestiere così pericoloso ed infamante, ma questa era purtroppo una pratica molto diffusa nel Rinascimento. Peraltro essere una cortigiana a quel tempo presentava alcuni vantaggi, l’importante era essere quella giusta!
Ma facciamo un passo indietro e contestualizziamo, prima di proseguire, il fenomeno della prostituzione a Venezia nel ‘500. Senza questo elemento, infatti, non sarebbe possibile comprendere la vicenda di una straordinaria donna e poeta come Veronica Franco.

Il costume della prostituzione nella Venezia del XVI secolo
Venezia è un città come poche nel Rinascimento, vive, come si è detto, un momento di grande splendore. E’ ricca, è piena di gente che arriva da ogni dove, da Oriente e da Occidente, è porto di snodo per traffici di ogni genere, ed è anche peccaminosa con buona pace delle autorità ecclesiastiche, molto meno rigide in fatto di costumi rispetto al resto d’Europa. Nel 1509, nella città lagunare, stando ai “Diarii” di Marin Sanudo, un patrizio e un famoso diarista veneziano, il numero delle prostitute costituisce all’incirca il dieci per cento della popolazione, il censimento di quell’anno ne annovera 11.164; la stessa situazione si registra a Roma, dove nel 1490 le cortigiane erano 6.800; un po’ meno nel 1526, quando il loro numero si attesta sulle 4.900 unità. D’altra parte a Venezia i clienti non mancano, ci sono commercianti da ogni paese e numerosi pellegrini che si recano nella città per venerare le sacre reliquie, raccolte in grande quantità dalla Serenissima proprio per attrarre un grande numero di persone, e poi ci sono avventurieri, ciarlatani, alchimisti e presunti guaritori, tutti uomini che arrivati a sera non disdegnano la compagnia di una cortigiana. Ancora un paio di secoli dopo il filosofo francese Montesquieu avrebbe scritto: “Mai in nessun luogo si sono visti tanti devoti e tanta poca devozione come a Venezia”. E ancora, a dimostrazione di quanto Venezia sia nel Rinascimento la patria dei contrasti, una città lasciva e bigotta allo stesso tempo, basta ricordare la massima con la quale si riassume nel Cinquecento la vita di un nobiluomo veneziano:
“La matina na messeta (messa), dopo pranzo na basseta (gioco d’azzardo) dopo zena na donneta (una donna al casino)”.
In verità in questi anni a Venezia non è diffuso solo il costume della prostituzione, ammessa come si è detto dal governo e finanche dalla Chiesa, ma anche quello assolutamente condannato dell’omosessualità. Nel ‘500 i rapporti omossessuali a Venezia sono così diffusi da richiedere una dura reprimenda. I colpevoli di sodomia vengono impiccati nella piazzetta di San Marco e poi i loro corpi sono bruciati. Le prostitute allora diventano una sorta di incentivo del governo della Serenissima, per distogliere gli uomini dal peccare contro natura, come avrebbero detto allora. Ma a ben guardare quelle donne che esercitano il mestiere più antico del mondo sono una fonte di ricchezza senza pari per la Repubblica che regolamenta e controlla la loro attività, ma soprattutto riscuote le tasse sui profitti. Le prostitute a Venezia assumono il più garbato nome di cortigiane, come a sancire un loro ruolo all’interno di una corte nobile, ma non tutte le migliaia di donne che si prostituiscono hanno la fortuna di frequentare ambienti aristocratici.
Venezia, infatti, riconosce, a quell’epoca, due tipi di cortigiane, molto diverse tra loro. Ci sono, innanzitutto, le “cortigiane di lume” ossia prostitute nel significato odierno del termine. Esse lavorano all’ombra del Ponte di Rialto, hanno uno status sociale basso e vengono scelte per puro piacere carnale, a prescindere da qualsiasi loro dote intellettuale e sociale. Vengono definite cortigiane di lume, perché accendono una candela alla finestra per farsi riconoscere, inoltre esse vestono modestamente e mostrano le loro grazie in pubblico.
Vi sono poi le “cortigiane honeste”, donne che hanno avuto la possibilità di studiare, sanno come comportarsi in società e naturalmente hanno dalla loro parte l’arma della bellezza e del fascino, che possono usare assai più liberamente delle signore nobili, costrette nei vincoli del matrimonio. D’altronde in quel tempo, quella della cortigiana honesta può rappresentare una valida alternativa alle uniche due strade che può percorrere una donna in età da marito: o sposarsi o farsi monaca. Ecco perché spesso le nobildonne maritate, che di libertà ne hanno assai poca, invidiano la vita di quelle cortigiane che possono frequentare i salotti letterari, avere (di proprietà) delle belle case quando non interi palazzi, e indossare abiti sontuosi e gioielli di gran valore. Tutto questo senza essere legate indissolubilmente a un solo uomo, ma ad un amante, che le copre di regali, ma che magari non è il solo a godere delle loro grazie. Un mestiere redditizio, dunque, quello della cortigiana honesta, che richiede però un investimento da parte della famiglia della ragazza. L’indispensabile istruzione e l’educazione alle buone maniere delle giovinette può costare parecchio, ma alla lunga rende: impossibile distinguere una nobildonna da una cortigiana d’alto rango, che pure sarebbe obbligata, per farsi riconoscere, a indossare un fazzoletto giallo intorno al collo. Quel piccolo accessorio viene spesso dimenticato, forse perché il colore giallo stona con i capelli biondo/rossi che tanto vanno di moda all’epoca (il famoso rosso Tiziano), o forse perché spesso le cortigiane si accompagnano, anche pubblicamente, a personaggi molto noti in città. Al di là delle ricchezze e del lusso cui è destinata una cortigiana onesta nella Venezia del ‘500, va detto che il mestiere della cortigiana presenta un vantaggio su tutti gli altri, forse il più importante: la libertà, l’indipendenza di queste donne e la possibilità di un costante accesso alla cultura, spesso precluso alle altre donne dell’epoca.
Tra le tante cortigiane che animarono la Venezia del ‘500, la più famosa fu proprio Veronica Franco.
Il matrimonio in giovanissima età e la scelta di diventare cortigiana per ragioni di indipendenza culturale
Dopo essere stata educata alla letteratura, alla poesia, alla danza e alla musica, pare che Veronica sapesse suonare il liuto e la spinetta, verso i 15 anni, per volere della famiglia, Veronica si sposò con un medico facoltoso, Paolo Panizza. L’unione era finanziariamente vantaggiosa, ma ben presto l’uomo si rivelò un giocatore d’azzardo alcolizzato e piuttosto violento nei confronti della moglie. Così, dopo poco tempo e proprio quando Veronica diede alla luce il figlio Achilletto, primo dei sei che probabilmente ebbe (come si trovò a dichiarare durante un processo, davanti al Tribunale dell’Inquisizione, che la vide protagonista nel 1580) e che perse prematuramente, la donna lasciò il suo compagno e tornò a vivere a casa della madre. Achilletto, in realtà, era il frutto dell’amore di Veronica per un altro uomo, Giacomo di Baballi, un ricco mercante di Ragusa, l’odierna Dubrovnik.
Secondo alcuni studiosi, fu Paolo Panizza a lasciare Veronica a causa della professione di cortigiana svolta in passato dalla consorte e a causa dei suoi continui tradimenti. Il matrimonio in ogni caso si sciolse e, tornata a casa dalla madre, Veronica tornò a praticare il mestiere della cortigiana. Ne è una prova il “Catalogo de tutte le principal et più honorate cortigiane di Venetia“, pubblicato nel 1565, l’albo che elencava tutte le cortigiane oneste della città, con i rispettivi indirizzi e prezzi. Il nome di Veronica era scritto insieme a quello di Paola, sua madre, ed il loro prezzo era lo stesso, 2 scudi a notte: “Veronica Franca, a Santa Maria Formosa, pieza so mare (mezzana sua madre), scudi 2”. La somma di due scudi sembra piuttosto bassa per una cortigiana del suo rango, ma potrebbe trattarsi semplicemente di un errore di compilazione. Tuttavia, dopo qualche tempo, Veronica divenne talmente desiderabile che un solo suo bacio costava 15 scudi e la sua compagnia ne valeva 50.
La scelta di Veronica di praticare la professione della cortigiana onesta dipendeva da una ragione ben precisa e non nasceva dal desiderio di ricchezze o dalla necessità o addirittura dal vizio. Veronica fu attratta, in particolare, da quegli aspetti, che poteva offrirle la sua attività, legati al mondo della cultura. Leggenda vuole, infatti, che la madre l’avesse spinta a questa professione, superando le sue ritrosie, promettendole che in questo modo avrebbe avuto accesso ad ogni biblioteca, ad ogni libreria pubblica e privata e quindi promettendole che la sua sete di conoscenza avrebbe potuto appagarsi completamente. Ciò in effetti accadde, perché, quando poco più che ventenne Veronica divenne cortigiana onesta, cominciò a frequentare l’élite aristocratica e intellettuale veneziana e riuscì a farsi strada tra i più importanti salotti culturali di Venezia. Lì, deliziò l’élite veneziana non solo con il suo corpo, ma anche con il suo brillante contributo nelle discussioni accademiche, nei seminari di letteratura, nel supporto e nella stesura di antologie di poesia.
A tale riguardo, scrive Veronica in una delle sue Lettere familiari a diversi:
«Io sono tanta vaga, e con tanto mio diletto converso con coloro che sanno per avere occasione ancora d’imparare, che, se la mia fortuna il comportasse, io farei tutta la mia vita e spenderei tutto ‘l mio tempo dolcemente nell’academie degli uomini virtuosi…». (Lettere familiari a diversi, Venezia, 1580).
L’ammirazione per Veronica Franco si raccoglieva specialmente intorno alle sue doti letterarie, alla sua dialettica, alla sua abilità nel conversare e, soprattutto, intorno ai suoi componimenti poetici.
L’ingresso nel salotto letterario di Domenico Venier e l’incontro d’amore con il futuro re di Francia
L’ingresso nel salotto letterario “Ca’ Venier” fu, senza dubbio, un passaggio fondamentale nella sua carriera poetica e un momento centrale della sua vita. Il circolo intellettuale e letterario di Domenico Venier, illustre poeta, era infatti il più riservato ed esclusivo della città di Venezia. Qui Veronica avrà modo di fare conoscenza di personalità particolarissime, di artisti famosi tra i quali Tintoretto, che sarebbe rimasto affascinato dalla sua bellezza, a tal punto da realizzare per lei alcuni schizzi e un ritratto, Bernardo Tasso, Sperone Speroni, Giorgio Grandenigo, Celio Magno. Lo stesso Domenico Venier avrà un ruolo importante nella vita letteraria di Veronica, poiché diverrà presto il suo mecenate, svolgendo un ruolo fondamentale nella pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, le Terze Rime, del 1575.
Ma prima di affacciarsi al mondo della letteratura, prima della pubblicazione della sua raccolta di poesie, un altro evento importante segnò la vita di Veronica Franco. Nel 1574, infatti, Veronica vide aumentare in maniera considerevole il suo prestigio, quando Enrico di Valois, il futuro Enrico III, re di Francia, durante il viaggio che lo avrebbe condotto dalla Polonia alla Francia per ricevere la corona, decise di fare una sosta a Venezia, dal 18 al 28 luglio, e la Repubblica colse immediatamente l’occasione per apparire indimenticabile ai suoi occhi, mirando a stabilire una benefica alleanza. Per questo motivo, vennero organizzati 11 giorni di feste, ricchi banchetti, concerti e, su indicazione di qualche nobile protettore della Franco, probabilmente Andrea Tron, padre del secondo figlio di Veronica, Enea, fu concessa al futuro re la compagnia della donna, che, a quanto si sa, lo lasciò particolarmente soddisfatto. Quando Enrico di Valois partì da Venezia, Veronica gli fece dono di un suo ritratto, forse una miniatura realizzata da Tintoretto, e di due poesie scritte proprio per lui: “Come talor dal ciel sotto umil tetto” e “Prendi, re per virtù sommo e perfetto”.
I doni della poeta al futuro re furono accompagnati dalla seguente lettera:
“All’altissimo favor che la Vostra Maestà s’è degnata di farmi, venendo all’umile abitazione mia, di portarne seco il mio ritratto, in cambio di quella viva imagine che nel mezzo del mio cuore Ella ha lasciato delle sue virtù eroiche e del suo divino valore… io non sono bastevole di corrispondere”.
Leggiamo ora i due componimenti scritti da Veronica per Enrico di Valois:
Come talor dal ciel sotto umil tetto
Giove tra noi qua giú benigno scende,
e perché occhio terren dall’alt’oggetto
non resti vinto, umana forma prende;
5 cosí venne al mio povero ricetto,
senza pompa real ch’abbaglia e splende,
dal fato Enrico a tal dominio eletto,
ch’un sol mondo nol cape e nol comprende.
Benché sí sconosciuto, anch’al mio core
10 tal raggio impresse del divin suo merto,
che ’n me s’estinse il natural vigore.
Di ch’ei, di tant’affetto non incerto,
l’imagin mia di smalt’e di colore
prese al partir con grat’animo aperto.
Ecco, di seguito, la parafrasi del testo:
Come talvolta Giove scende benevolmente tra noi dal cielo in una casa modesta, e assume forma umana perché gli occhi dei mortali non siano abbagliati dalla sua grandezza, così è venuto nella mia povera casa, senza la pompa regale che abbaglia con il suo splendore, Enrico, chiamato dal destino a un tale potere che un mondo solo non sarebbe in grado di contenerlo e di comprenderlo. Benché giungendo così quasi in incognito, ha impresso nel mio cuore un raggio così luminoso del suo divino valore, da spegnere in me ogni naturale resistenza. Sicché, non dubitando del mio grandissimo affetto, quando se ne andò portò con sé un mio ritratto colorato a smalto, con animo apertamente grato.
Prendi, re per virtù sommo e perfetto,
quel che la mano a porgerti si stende:
questo scolpito e colorato aspetto,
n cui ’l mio vivo e natural s’intende.
E s’a essempio sì basso e sì imperfetto
la tua vista beata non s’attende,
risguarda a la cagion, non a l’effetto.
Poca favilla ancor gran fiamma accende.
E come ’l tuo immortal divin valore,
in armi e in pace a mille prove esperto,
m’empìo l’alma di nobile stupore,
così ’l desio, di donna in cor sofferto,
d’alzarti sopra ’l ciel dal mondo fore,
mira in quel mio sembiante espresso e certo.
Ecco la parafrasi del testo:
“O re, che sei sommo e perfetto, per la nobiltà del tuo animo, prendi ora quello che la mano ti porge, questo dipinto in cui si legge chiaramente la mia anima e quello che io desidero. E se la tua vista beata non si confà ad un esempio così umile e imperfetto, pensa al pensiero nobile che guida l’atto e non a chi lo compie, poiché una piccola fiamma può generare un incendio e cioè un gesto di poco valore può essere portatore di grandi cose. E come il tuo immortale e divino valore esperto nelle armi e nella pace e in mille altre prove, mi riempì l’animo di meraviglia, allo stesso modo guarda e ammira, in quella mia immagine, il desiderio che ho nel cuore, e che quella mia immagine rivela, di innalzarti oltre il cielo e il mondo (e cioè di renderti felice)”.
La pubblicazione delle Terze Rime
La legittimazione come poeta, per Veronica Franco, giunse nel 1575 con la pubblicazione delle sue Terze Rime. In un’epoca in cui il verso petrarchesco dominava la scena letteraria, la Franco decise di comporre in terzine dantesche, per dar maggior risalto al ritmo narrativo della sua poesia e al suo ruolo di autrice e protagonista dei versi. Il suo lavoro mostra una personale meditazione su di sé e sulla sua vita, ed evidenzia tematiche a lei care, come la posizione della donna nella società e l’uguaglianza di genere. Dai suoi versi si deduce che Veronica credeva nella predominanza del vigore dell’anima sulla forza del corpo, affermando che ciò che era fondamentale erano gli sforzi che si compivano per raggiungere un risultato e non le caratteristiche biologiche personali. Pertanto, uomini e donne non erano diversi e perciò potevano ottenere gli stessi risultati. Inoltre, queste ultime potevano essere competenti come i primi a scrivere di passione, amore e persino di piacere e di sesso. Nei suoi versi, la poeta si sforzava di difendere l’emancipazione e lo status femminile, sfidando il sistema patriarcale e diventando uno dei primi esempi di voce femminile e rivoluzionaria del Rinascimento italiano.
Dalle Terze Rime:
“Povero sesso, con fortuna ria
sempre prodotto, perch’ognor soggetto
e senza libertà sempre si stia!
Né però di noi fu certo il diffetto,
che se ben come l’uom non sem forzate,
come l’uom mente avemo ed intelletto
Né in forza corporal sta la virtute,
ma nel vigor de l’alma e de l’ingegno,
da cui tutte le cose son sapute;
e certa son che in ciò loco men degno
non han le donne, ma d’esser maggiori
degli uomini dato hanno piú d’un segno.
Ma se di voi si reputiam minori,
fors’è perché in modestia ed in sapere
di voi siamo piú facili e migliori.
E che sia ‘l ver, voletelo vedere?
Che ‘l piú savio ancor sia piú paziente
par ch’a la ragion quadri ed al devere:
del pazzo è proprio l’esser insolente,
ma quel sasso del pozzo il savio tragge,
ch’altri a gettarlo fu vano e imprudente
E cosí noi che siam di voi piú sagge,
per non contender vi portamo in spalla,
com’anco chi ha buon piè porta chi cagge.
Ma la copia degli uomini in ciò falla;
e la donna, perché non segua il male,
s’accomoda e sostien d’esser vassalla.
Ché se mostrar volesse quanto vale
in quanto a la ragion, de l’uom saría
di gran lunga maggiore, e non che eguale”.
Ecco la parafrasi del testo:
“Povero nostro sesso, che è stato sempre generato, perché fosse in ogni istante sottomesso e fosse sempre privo di libertà.
Ma questo stato di sottomissione non dipese da un nostro difetto, perché sebbene noi donne non siamo forti come gli uomini, al pari degli uomini abbiamo mente ed intelletto.
E la virtù non risiede nella forza del corpo,
ma nel vigore dell’anima e dell’ingegno da cui deriva ogni conoscenza;
e sono sicura che, quanto ad ingegno,
noi donne non siamo inferiori agli uomini,
al contrario abbiamo dato prova più di una volta
di essere superiori.
Ma se talvolta ci reputiamo minori rispetto a voi è solo perché più di voi possediamo la virtù della modestia.
E che questa sia la verità, volete vederlo?
Che la persona più saggia sia quella più paziente
è una cosa certa sia per la ragione sia per la morale comune;
l’essere insolente è una caratteristica del pazzo,
mentre il saggio è colui che trae fuori dal pozzo il sasso che ha lanciato un altro vanesio e imprudente.
Allo stesso modo noi siamo più sagge di voi, poiché per evitare scontri, ci facciamo carico di tutto, come chi, avendo delle gambe forti, porta sulla spalla chi è caduto.
Ma la maggior parte degli uomini ritiene, sbagliando, che questo sia un segno di debolezza e la donna, per evitare ancora conflitti, tace e agli occhi degli uomini sostiene di essere sottomessa.
Anche perché, se solo volesse mostrare qual è il suo valore quanto all’intelligenza, lei sarebbe di gran lunga superiore all’uomo e non semplicemente uguale”.
Sulla bellezza di Veronica Franco
Prima di proseguire con il racconto della vicenda biografica e letteraria di Veronica Franco, facciamo qualche riflessione sul ruolo che la donna dovette avere nella Venezia di quel tempo, un ruolo di potere, dovuto in primo luogo alla sua grande bellezza, ma anche alla sua intelligenza, alla sua cultura e alla sua capacità di autopromozione sociale attraverso la parola poetica.
Che Veronica Franco fosse una delle donne più belle di Venezia è indubbio, se, come si è già detto, anche il grande artista Jacopo Tintoretto decise di realizzare per lei due ritratti e una miniatura che, secondo le fonti, lo stesso re di Francia, Enrico di Valois, volle portare con sé, quando lasciò Venezia, dopo aver trascorso una notte d’amore con la nota cortigiana.
Osservando con attenzione il ritratto di Veronica di più certa attribuzione, dipinto conservato oggi nel Worcester Art Museum degli Stati Uniti, la donna appare bionda o piuttosto con i capelli ramati, ha il volto ovale dominato da grandi occhi scuri, la pelle bianca, secondo i canoni di bellezza del tempo, esaltata da un girocollo di perle bianche che ne illuminano il viso. Meravigliosi sono, poi, i suoi orecchini di corallo, il cui rosso fuoco contrasta con il blu intenso del mantello, tenuto fermo da un gancio fatto di pietre preziose. La donna è riccamente vestita come una donna dell’aristocrazia. Il vestito presenta un’ampia scollatura sul seno fino a rivelare appena, sebbene sia un fatto voluto, il capezzolo del seno sinistro, mentre la mano destra della donna tenta di tenere il corpetto, evidentemente lasciato libero, slacciato, per evitare che tutto il seno sia visibile. Questo particolare risulta abbastanza studiato dall’artista, ovvero non casuale, poiché egli vuole fare evidentemente un riferimento alla professione praticata da Veronica, quella della cortigiana, cosa della quale ella non fece mai mistero e non rinnegò mai, rivendicando sempre la sua dignità. Ma quel capezzolo quasi accennato è la testimonianza anche della libertà della donna, una libertà tanto desiderata e voluta con forza e di cui lei andava fiera, come ben mette in rilievo anche il suo sguardo, caratterizzato da una spontanea naturalezza, quella di chi istintivamente confida in sé, nel proprio aspetto e nel proprio temperamento e nella propria intelligenza.
Qui un punto importante di riflessione, poiché Veronica Franco, oltre che bella, fu anche una donna estremamente colta e intelligente, una fine letterata e un’elegante poeta. Questo il motivo per cui lei, a distanza di secoli dalla sua morte, riesce, grazie ad una parola poetica tagliente, a far sentire la propria voce, la propria forza ancora di più di quando lei scrisse.
D’altra parte fu proprio Marco Venier, suo grande amore, uomo coltissimo e poeta, nipote di Domenico Venier, a sottolineare, in alcuni versi scritti per lei, la sua estrema bellezza, non solo quella esteriore, già celebrata dal maestro Tintoretto, ma la bellezza interiore e le sue doti poetiche e intellettuali, quelle di una donna evidentemente troppo avanti per la sua epoca e per questo destinata, almeno nel suo presente, a non essere compresa né a vedere riconosciuto il suo valore:
“Così dentro e di fuor chiara e splendente
Sarete d’ogni età vero ornamento
Non pur di questo secolo presente”
(Terze Rime, I, versi 25-28)
PARAFRASI
“Bella e luminosa dentro e fuori,
sarete capace di illuminare ogni età futura
di cui costituirete un punto di riferimento, un modello,
non purtroppo di questo secolo presente”
Effettivamente, nonostante l’oblio in cui questa figura è caduta per almeno tre secoli, a causa della vergogna della professione da lei esercitata, la sua riscoperta ad opera di Benedetto Croce, che ha rivalutato la poeta sulla cortigiana, ha costituito un momento di nuova vita per questa donna vissuta alla fine del sogno del Rinascimento. Di lei, Benedetto Croce scrisse infatti: “Veronica Franco merita un posto nella storia letteraria italiana. Impersona veramente in una sua particolare manifestazione lo spirito del Rinascimento”.
Lo scontro con Maffio Venier

Nel periodo più fiorente della sua vita, in seguito all’incontro con Enrico III di Valois e alla pubblicazione delle sue liriche, Veronica si trasferì dalla casa della madre in un elegante palazzo in Santa Maria Formosa, dove diede vita ad una sorta di ateneo culturale, in cui organizzava letture di poesia, dibattiti filosofici, attività culturali, e dove offriva anche la possibilità di dedicarsi a divertimenti più lascivi. Tuttavia, sebbene all’apice della sua fama e con intorno un gruppo nutrito di amici ed estimatori, non mancarono nella vita di Veronica anche nemici pronti a dileggiarla per il suo essere cortigiana. Tra questi il più feroce fu Maffio Venier, anche lui nipote di Domenico Venier e cugino di Marco Venier, l’unico vero amore della Franco.
Poeta vernacolare e dedito, sulla scia dell’Aretino, al genere erotico, politico e anche religioso, fu infatti vescovo di Corfù (titolo che tuttavia comprò, grazie alle sue conoscenze nelle alte sfere del clero), Maffio Venier, nel 1575, forse dopo essere stato respinto dalla donna, l’attaccò pubblicamente con versi oltremodo ingiuriosi. “Veronica, ver unica puttana” è l’incipit del primo sonetto contro la donna, e da quello già si comprende il tenore delle altre rime. Maffio accusò Veronica anche di essere ammalata di sifilide (accusa infamante per una cortigiana, poiché avrebbe procurato a Veronica una perdita consistente dei suoi clienti), anche se in realtà sarebbe stato lui a morire di quella terribile malattia, contratta forse a Bisanzio, ad appena 36 anni.
Veronica non poté sopportare insulti di quel genere e sfidò Maffio addirittura a duello, dopo aver preso lezioni di scherma. Ecco, dunque, la poeta, agguerrita più che mai, sfidare attraverso i suoi versi il calunniatore:
“…vi disfido a singolar battaglia.
Cingetevi pur d’armi e di valore:
vi mostrerò quanto al vostro prevaglia
il sesso feminil; pigliate quali
volete armi, e di voi stesso vi caglia,
ch’io vi risponderò di colpi tali,
il campo a voi lasciando elegger anco,
ch’a questi forse non sentiste eguali”.
“…vi sfido a duello.
Prendete le armi e coraggio;
vi dimostrerò quanto sul sesso maschile
prevalga il sesso femminile; scegliete pure voi
quali armi usare, quelle che preferite,
perché io sarò capace di rispondervi con colpi tali,
lasciandovi anche la possibilità di scegliere il campo di battaglia,
che di uguali a quelli non avrete di certo mai ricevuti”.
Maffio Venier non accettò l’invito ad un duello, così si decise per una sfida letteraria, un duello poetico. Veronica reagì con grande compostezza e ironia, dimostrando la sua superiorità intellettuale e morale nel componimento: “D’ardito cavalier non è prodezza”, inclusa nelle sue “Terze Rime”. Il duello poetico la vide vincitrice e la donna venne finalmente riconosciuta per le sue doti poetiche.
Dal Capitolo XVI, versi 58-75 delle Terze Rime:
Quando armate ed esperte ancor siam noi,
render buon conto a ciascun uom potemo,
ché mani e piedi e core avem qual voi;
e se ben molli e delicate semo,
ancor tal uom, ch’è delicato, è forte;
e tal, ruvido ed aspro, è d’ardir scemo.
Di ciò non se ne son le donne accorte;
che se si risolvessero di farlo,
con voi pugnar porían fino a la morte.
E per farvi veder che ‘l vero parlo,
tra tante donne incominciar voglio io,
porgendo essempio a lor di seguitarlo.
PARAFRASI
Quando noi donne siamo armate o diveniamo esperte delle vostre arti, come la guerra, possiamo tenere testa ad ogni uomo,
poiché abbiamo mani, piedi e cuore proprio come voi,
e (possiamo sostenere il confronto con voi) per quanto siamo fragili e delicate,
anche perché un uomo che è delicato può essere forte,
e quello che invece è ruvido e aspro può essere privo di coraggio.
Di tutto questo noi donne non ci siamo ancora accorte,
ma se decidessimo di farlo
combatteremmo con voi uomini fino alla morte.
E per dimostrarvi che sto dicendo la verità,
tra tante donne voglio cominciare io
sfidandovi a duello
e ponendo un esempio per tutte affinché le donne possano seguirlo.
Il 1575: l’anno della peste nera
Dalla Serenissima, durante la sua vita, l’ambita cortigiana non si allontanò mai eccetto che durante gli anni 1575-1576. Il 1575, infatti, fu l’annus horribilis, poiché nella città di Venezia dilagò una delle pestilenze più terribili della storia. A ventinove anni Veronica lasciò la città per sfuggire al contagio, che fece strage per un paio d’anni. Sopravvisse, ma per lei la vita cambiò radicalmente, infatti, durante la sua assenza da Venezia, la sua casa venne saccheggiata e gran parte delle ricchezze in essa custodite furono rubate, lasciandola in gravi difficoltà economiche. Peraltro, rientrata a Venezia nel 1577, Veronica dovette prendersi cura anche di alcuni nipoti rimasti orfani a causa dell’epidemia. Ma le traversie che la donna dovette affrontare in questo periodo non finirono qui.
L’accusa di stregoneria
Sempre durante il 1577, Veronica fu condotta davanti al Tribunale dell’Inquisizione, con le accusedi immoralità e di stregoneria. Il responsabile di questo complotto fu Rodolfo Vanitelli, precettore del figlio Achilletto, il quale volle così vendicarsi della donna, che probabilmente lo aveva respinto. Le denunce del Vanitelli furono rafforzate dalle testimonianze di due servitori della Franco: Dona Bortola e Giovanni Vendelino Tedesco. Veronica fu accusata di essere ricorsa a magie ed invocazioni diaboliche per ritrovare i beni perduti; di tenere in casa giochi proibiti; di non recarsi mai a messa; di non mangiare di magro nei giorni comandati; di aver invocato il demonio per far innamorare alcuni dei suoi uomini. Istruita da Domenico Venier, suo antico protettore ed amante, su come rispondere alle domande del Santo Uffizio, nell’ottobre del 1580 Veronica, ancora una volta, dimostrò grande coraggio e risolutezza, difendendosi da sola dalle accuse che le erano state rivolte, avvalendosi delle sue capacità dialettiche e della sua lingua affilata e soprattutto dichiarandosi innocente, in quanto si definì: “la più timida donna del mondo de demonii et de morti”. Alla fine venne assolta, anche grazie all’appoggio di alcune delle sue amicizie influenti della città. Gli atti del processo, che si sono conservati fino a noi, appaiono come una chiara accusa, da parte di Veronica, contro una società misogina e bigotta, che non considerava né peccato né reato, per esempio, che Maffio Venier si comprasse la carica di vescovo di Corfù e la sfruttasse per arricchirsi, o che Marco Venier fosse incaricato di uccidere un presunto traditore della Serenissima, senza sottoporlo a giudizio, né che i nobili stuprassero in gruppo le cortigiane[2], ma trovava meritevole di morte una donna che mangiasse carne di venerdì.
Le Lettere Familiari a Diversi
Nello stesso anno del processo, il 1580, Veronica Franco pubblicò una seconda opera letteraria, le Lettere Familiari a Diversi, una raccolta epistolare contenente 50 lettere che la donna scrisse a personaggi del suo tempo e due sonetti che aveva composto per Enrico III, sei anni prima. Quest’opera denota un’impressionante capacità di scrittura e un accattivante stile pre-barocco. La corrispondenza rispecchia l’elegante mondo di aristocratici ed intellettuali a cui Veronica era abituata, e raccoglie conversazioni tra lei e uomini del suo tempo, a cui si rivolge per parlare di letteratura, arte, fama, eredità poetica ed affari privati. Particolarmente interessante è la lettera che Veronica scrive, ad esempio, al suo amico Jacopo Tintoretto, per ringraziarlo del ritratto che le ha donato. La lettera non contiene solo il ringraziamento necessario per il prezioso regalo ricevuto, ma celebra anche uno dei maggiori artisti del Rinascimento, dimostrando, da parte della donna, una grande sicurezza nel discutere d’arte e nel riflettere, con cognizione di causa, sulla famosa querelle antichi e moderni. Si tratta di un documento davvero prezioso dal punto di vista sia poetico che per lo studio della società dell’epoca. Peraltro a quest’opera è legato un incontro importante nella vita di Veronica Franco, quello con l’umanista e scrittore francese Michel de Montaigne, il quale fece sosta a Venezia proprio nel 1580. Il 7 novembre, come riportò lo stesso scrittore, cenò con Veronica, dalla quale ricevette in ossequio il piccolo volume che lei stessa aveva pubblicato, con il titolo, per l’appunto, di Lettere familiari a diversi, un volume che egli dovette apprezzare tantissimo.
Marco Venier: l’unico vero amore di Veronica Franco

Prima di parlare degli ultimi anni di vita della poeta Veronica Franco, è inevitabile chiedersi se questa donna, così consapevole della sua forza intellettuale e poetica e così gelosa della sua libertà e indipendenza, visse mai pienamente il sentimento d’amore e come concepì questo sentimento in un’epoca in cui anche l’amore era soggetto a norme, convenzioni e regole sociali.
Innanzitutto, va detto che, nonostante il suo immenso stuolo di amanti, Veronica ebbe nella sua vita un unico grande amore, quello per l’erede di una illustre famiglia veneziana, Marco Venier, nipote di Domenico Venier, suo mecenate. Nei versi che Veronica rivolge a Marco si delineano i tratti di una relazione difficile, in cui Marco non sembra concedersi alla donna per come lei vorrebbe. Veronica, di contro, gli chiede un amore diverso dagli altri, gli chiede una relazione che non sia basata esclusivamente su vuote e lusinghiere parole. Veronica vede l’amore in modo rivoluzionario per quell’epoca, e lo concepisce come un reciproco donarsi, rivendica il diritto alla dolcezza, al pari soddisfacimento sessuale (“e deve l’uom gentile, che fa professione d’amare veramente, acquietarsi al voler della sua amata donna”) e all’amore inteso come innamoramento, desidera un amore che sia basato su dimostrazioni concrete di affetto. Così, per rispondere alla seguente richiesta di Marco Venier: “Se io v’amo al par de la mia propria vita, / donna crudel, e voi perché non date / in tanto amor al mio tormento aita?”, Veronica, che lo riamava, ma non era certa dei suoi reali sentimenti, dice, sempre in forma poetica: “S’esser del vostro amor potessi certa / per quel che mostran le parole e ’l volto / che spesso tengon varia alma coperta… E se invero m’amate, assai mi duole / che con effetti non vi discopriate, / come chi veramente ama, far suole”. Nonostante i dubbi espressi, non mancava però di prospettare un’adeguata ricompensa se l’innamorato si fosse dimostrato sincero: “Aperto il cor vi mostrerò nel petto, / allor che ’l vostro non mi celerete, / e sarà di piacervi il mio diletto… ne l’opere amorose grata a Venere più mi troverete… con questo, che mi diate la certezza / del vostro amor con altro che con lodi, / ch’esser da tai delusa io sono avvezza: / più mi giovi con fatti, e men mi lodi”. E aggiunge, da “honorata cortigiana”: “E però quel, che da voi cerco adesso, / non è che con argento o ver con oro / il vostro amor voi mi facciate espresso; / perché si disconvien troppo al decoro / di chi non sia più che venal, far patto / con uom gentil per trarne anco un tesoro. / Di mia profession non è tal atto; / ma ben for di parole, io ’l dico chiaro, / voglio veder il vostro amor in fatto. / Voi ben sapete quel che m’è più caro: / seguite in ciò com’io v’ho detto ancora, / ché mi sarete amante unico e raro”. La richiesta non doveva essere onerosa per l’amante: “Io bramo aver cagion vera d’amarvi, / e questa ne l’arbitrio vostro è posta, / sì che in ciò non potete lamentarvi. / Dal merto la mercè non fia discosta, / se mi darete quel che, benché vaglia / al mio giudizio assai, nulla a voi costa”. Al Venier sarebbe stato corrisposto un premio assai prezioso: “Così dolce e gustevole divento, / quando mi trovo con persona in letto / da cui amata e gradita mi sento / che quel mio piacer vince ogni diletto”. E per quanto potessero esser grandi le sue celebri doti intellettuali, queste sarebbero scomparse a confronto delle virtù amorose conosciute solo da chi aveva saputo meritarsele: “E ’l mio cantar e ’l mio scriver in carte / s’oblia da chi mi prova in quella guisa, / ch’a’ suoi seguaci Venere comparte”.
L’amore tra Marco Venier e Veronica Franco fu, in ogni caso, un amore impossibile, poiché i due amanti appartenevano a due famiglie troppo diverse per origine e per censo. Incontratisi all’età di quattordici anni, si amarono per tutta la vita in silenzio, in segreto e da lontano senza poter sancire questo amore con il matrimonio. Si scrissero versi e lettere bellissime, ebbero altre vite, ma furono sempre legati l’uno all’altra.
Gli ultimi anni di vita della poeta
La prima notizia importante sugli ultimi anni di vita di Veronica Franco risale al 1580. Si tratta di una supplica, da parte della donna, al governo di Venezia, in cui Veronica implorava che le venisse concesso un sussidio di cinquecento ducati l’anno, poiché essa si trovava “in povero stato”. La supplica non fu presentata, ma rivela due fatti importanti della vita della Franco, il primo che in gioventù la donna non fosse stata molto attenta nella gestione del suo denaro, la seconda che sicuramente dopo la peste e il suo allontanamento da Venezia il suo tenore di vita non era più alto quello di dieci anni prima.
In ogni caso non la si può comunque considerare ridotta in stato d’indigenza, infatti nella sua dichiarazione del 1582, diretta ai Dieci Savi sopra le decime, oltre a definirsi vedova di Paolo Panizza, indicava i suoi redditi annui in ventiquattro ducati a cui andava aggiunto un livello che le fruttava annualmente dieci staia veneziane di frumento.
Complessivamente Veronica poteva contare quindi su un reddito annuo di circa 45,9 ducati, cifra non enorme ma comunque interessante dato che in quel periodo lo stipendio annuo di un operaio nella città di Venezia era di circa trenta ducati.
Forse furono questi gli anni più felici della vita di Veronica Franco libera, finalmente, da una professione che in fondo detestava, come ben dimostra una missiva inviata alla madre di una fanciulla che voleva avviare la figlia alla prostituzione, contenuta nelle Lettere familiari a diversi:
“Troppo infelice cosa e troppo contraria al senso umano è l’obbligare il corpo all’industria di una tal servitù che spaventa solamente a pensarne. Darsi in preda di tanti, con rischio d’esser dispogliata, d’esser rubbata, d’esser uccisa, ch’un solo un dì ti tolga quanto con molti in molto tempo hai acquistato, con tant’altri pericoli e d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose; mangiar con l’altrui bocca, dormir con gli occhi altrui, moversi secondo l’altrui desiderio offrendo sempre un manifesto naufragio delle facoltà della vita. Qual maggior miseria, qual ricchezze, quali delizie possono acquistare con tanto peso? Credete a me, tra tutte le sciagure mondane questa è l’estrema, ma poi che perdizione e che certezza di dannazione è questa?”
Epistola XXII, Veronica Franco
Emerge qui l’accusa velata di Veronica alla madre, ritenuta responsabile di un destino che lei non avrebbe scelto per sé, e insieme tutto lo strazio di una donna che aveva dovuto vendere il proprio corpo e la propria dignità pur di conservare per se stessa un piccolo spazio di libertà e pur di potersi dedicare allo studio e alla poesia.
E negli ultimi anni di vita, Veronica in effetti fu libera di occuparsi soltanto di ciò che amava, e cioè la poesia. A quest’ultimo periodo della sua vita risalgono questi bellissimi versi di Veronica che esprimono un senso di libertà e di liberazione da un passato che pur dolce è stato per lei un giogo, un’aspra catena:
“Ite pensier fallaci, e vana spene,
Ciechi ingordi desir, acerbe voglie,
Ite sospiri ardenti, amare doglie,
Compagni sempre alle mie eterne pene!
Ite memorie dolci, aspre catene
Al cor, che alfin da voi pur si discioglie,
E il fren della ragion tutto raccoglie,
Smarrito un tempo, e in libertà pur viene!
E tu pure, Alma, intanti affanni avvolta,
Slegati omai, e al tuo Signor divino
Leggiadramente i tuoi pensier rivolta;
Sforza animosamente il tuo destino,
E i lacci rompi, e poi leggiadra e sciolta
Drizza i tuoi passi a piu secur cammino”.
Che gli ultimi anni di vita furono per Veronica anni di gratificazioni ne è prova, oltre al sonetto, la lettera che Muzio Manfredi le scrisse dalla Francia, il 30 Ottobre del 1591. Il poeta, oltre a ringraziarla per i complimenti rivolti alla tragedia “Semiramide”, le augurava “sanità e otio da dar l’ultima mano al suo Poema Epico”. Purtroppo Veronica non poté mai leggere l’affettuoso invito del suo corrispondente, né completare il suo ultimo lavoro. Vinta da venti giorni di febbre forse causata da un attacco di malaria, la poeta si spense il 22 luglio del 1591, nella Parrocchia di San Moisé:
“Ma s’allegrar mai si dè’ la mente,
cui de la vita l’aspro carcere tiene,
ciò guardando si faccia solamente
ch’a posar dai travagli un dí si viene.
D’ogni travaglio il termine è la morte”.
Poco prima di morire sappiamo che Veronica avanzò presso il governo della Serenissima la proposta di fondare un ospizio che accogliesse prostitute pentite o anziane, proponendosi lei stessa come direttrice del luogo. In effetti, nel 1580, venne istituita una Casa di soccorso presso la chiesa di S. Nicolò di Tolentino, ma la Franco fu esclusa dall’iniziativa. Si dedicò, tuttavia, fino a prima della morte, ad opere di carità a favore di fanciulle orfane, facendo loro anche delle donazioni affinché fossero salvate dall’inevitabile destino di prostitute.
Penso che il modo migliore di chiudere questo breve percorso sulla vicenda e sulla poesia di Veronica Franco, sia cedere direttamente la parola alla poeta, riportando i versi con cui, ironicamente, aveva ribattuto alle orrende ingiurie di Maffio Venier:
«Ver unica» e ‘l restante mi chiamaste,
alludendo a Veronica mio nome,
ed al vostro discorso mi biasmaste;
ma al mio dizzionario io non so come
«unica» alcuna cosa propriamente
in mala parte ed in biasmar si nome.
Forse che si direbbe impropriamente,
ma l’anfibologia non quadra in cosa
qual mostrar voi volete espressamente.
Quella di cui la fama è gloriosa,
e che ‘n bellezza od in valor eccelle,
senza par di gran lunga virtuosa,
«unica» a gran ragion vien che s’appelle”.
Ecco la parafrasi del testo:
“Mi definiste ” vera ed unica” e qualcos’altro
alludendo al mio nome,
e con le vostre parole mi criticaste aspramente
e mi offendeste,
ma nel mio dizionario, l’aggettivo “unica” non ha a che vedere con nessuna cosa che sia negativa o degna di essere criticata.
Forse volete usare quella parola in modo improprio, ma vi assicuro che quel significato che voi volete darle non è riportato in nessun luogo
Solo a quella cosa che ha una grande fama,
che si distingue per valore o ricchezza
ed è di gran lunga più virtuosa di tutti
ebbene solo a questa cosa si addice l’aggettivo unica!”
Ebbene, aveva ragione, LEI ERA STATA VERAMENTE UNICA.
Morendo, Veronica Franco lasciava di sé il grande esempio di una donna, che aveva tentato di affrancarsi dalla schiavitù di una società che imponeva rigide regole e rigide gerarchie sociali; lasciava di sé la testimonianza di una donna che senza paura aveva rivendicato la dignità di ogni persona, anche di quella che per scelta o per costrizione aveva venduto e vendeva il proprio corpo.
IO, VERONICA FRANCO, POETA, CORTIGIANA ONESTA, DONNA LIBERA
(Monologo)
“Non ho mai provato vergogna per il mio mestiere e non mi sono mai vergognata di me stessa. Piuttosto ho sempre pensato che la vergogna fosse nell’alterigia di chi compra e non la mia.
Ho sempre pensato che dovessero provare vergogna coloro che compravano il mio corpo ritenendomi un oggetto e che prendendo il mio corpo credevano di poter comprare anche la mia anima. Ma si sbagliavano! … La mia anima è nata libera ed è sempre stata libera, come i miei pensieri, come la mia città!
Mi chiamo Veronica Franco e sono nata a Venezia nel 1546 … Venezia, la città più libera del Rinascimento, la città la cui bellezza è tale che se non la vedi con i tuoi occhi non puoi comprenderla fino in fondo.
I miei genitori appartenevano alla classe dei cittadini originari, appartenevano cioè alla borghesia e i loro nomi comparivano sul libro d’argento. Il libro d’oro, invece, conteneva solo i nomi dei nobili. Mia madre, Paola Fracassa, aveva svolto, da giovane, la professione di cortigiana e dopo la morte di mio padre era tornata a questa professione per sostenere la nostra famiglia. Finché mio padre fu in vita, io riuscii a seguire gli studi al pari dei miei fratelli, ma quando mio padre venne a mancare, mia madre volle avviare anche me alla prostituzione.
Avevo solo quattordici anni e desideravo studiare, frequentare le accademie degli uomini virtuosi, desideravo scrivere. Mia madre, però, mi trasse in inganno e, per superare le mie ritrosie, mi spinse a diventare una cortigiana, promettendomi che in questo modo avrei potuto studiare. Nel Cinquecento non c’erano molte alternative per noi donne. Nascere donna significava avere un destino già segnato, quello di un matrimonio combinato e senza amore oppure quello della monacazione forzata. Diventare una meretrice, quindi, era forse l’unica occasione per essere libere e poter accedere agli studi.
Qualche anno dopo, però, fu sempre mia madre che decise di darmi in sposa a Paolo Panizza, un medico molto ricco e già in età avanzata. Pensate, io avevo appena quindici anni quando lo sposai e lui, invece, ne aveva quarantadue.
Paolo era un uomo violento, ogni sera tornava a casa ubriaco e poi giocava d’azzardo e in breve tempo dilapidò tutto il suo patrimonio. In più, sapendo della professione che avevo svolto prima di sposarlo, mi umiliava ogni istante, mi minacciava, si vendicava di me in ogni modo, mi costringeva addirittura a prostituirmi perché gli dessi denaro per giocare.
Un giorno però, stanca dei suoi soprusi, lo abbandonai e tornai a casa di mia madre con mio figlio Achilletto.
Ma come avrei potuto allevare mio figlio nella condizione in cui ero? Come avrei potuto sopravvivere? Avevo lasciato mio marito e non avevo molte alternative, per questo tornai alla professione di cortigiana.
Fui inserita nel Catalogo di tutte le principali e onorate cortigiane di Venezia, come mia madre, ma io volevo essere diversa da lei e volevo essere diversa da tutte le altre. Decisi allora che sarei diventata una cortigiana onesta.
Alla mia epoca c’erano due tipi di cortigiane: le cortigiane di lume, che si vendevano vicino al ponte di Rialto e lo facevano per pochi soldi, non erano colte, avevano come clienti gente del popolo o avventurieri e correvano ogni sorta di rischio; e poi c’erano le cortigiane oneste, che assomigliavano alle etere greche. Erano donne coltissime, esperte nella poesia come nel canto e nella musica. Loro avevano come clienti gente di alto rango, principi, signori, cardinali e intellettuali. Molte donne che volevano sfuggire al chiostro e al matrimonio sceglievano di essere cortigiane oneste e non lo facevano per vizio, ma solo per poter studiare.
Sola con il mio Achilletto, non volevo piegarmi più al giogo di un altro marito crudele e poi desideravo studiare, frequentare i ridotti[3] e discorrere di poesia e di arte e questo feci.
Pensate, mi pagavano 15 scudi per un bacio e 50 per una serata intera in mia compagnia. In compenso potevo frequentare i salotti culturali più in vista della città e potevo entrare finalmente nell’agone poetico.
Non ancora ventenne entrai nel salotto di Domenico Venier, un nobile veneziano, e conobbi Sperone Speroni, Celio Magno, Bernardo Tasso… e il Tintoretto, che divenne un mio caro amico. Da ciascuno appresi qualcosa e principalmente l’arte del comporre, così scrissi la mia prima opera poetica, “Le Terze Rime”, una serie di componenti in cui scelsi di riprendere il verso dantesco e non quello di Petrarca così in voga al mio tempo. Non volevo proprio uniformarmi, volevo essere originale e aborrivo ogni forma di regola e costrizione e poi la terzina dantesca era così viva e vibrante ai miei occhi che la feci mia. Si trattava di componenti in cui parlavo del valore delle donne e del fatto che in nulla esse fossero da considerarsi da meno rispetto agli uomini.
Piano piano divenni la cortigiana più ambita di Venezia, fui poeta, donna di lettere e fui anche spia per la Serenissima.
Pensate, per una notte fui l’amante del futuro re di Francia, Enrico III di Valois. Nel suo lungo viaggio dalla Polonia alla Francia per essere incoronato re, lui si fermò a Venezia per undici giorni. La mia città gli rese tutti gli onori che il suo titolo comportava e gli offrì anche la mia compagnia, così come si offre un dessert a fine cena. Lo dico con ironia, perché io ero una prostituta, in fondo, ed ero considerata un oggetto e nulla di più!

Eppure, nonostante la condizione in cui mi trovavo, non dimenticherò mai quell’incontro, non dimenticherò mai gli occhi del re appoggiati sul mio corpo come una carezza gentile e poi il suo saluto dolce quando mi lasciò, portando con sé un mio ritratto che aveva realizzato il mio amico Tintoretto.
Ma a Venezia, in quel tempo, non c’erano solo gentiluomini, la città era popolata anche da malfattori, da uomini che, pur nobili, si macchiavano delle più terribili nefandezze.
Maffio Venier ti riconosci in questa schiera?
Giuro sulla mia Venezia, dominatrice dei mari, fanciulla che nessun uomo ha mai violato, che ti avrei distrutto se solo ti fossi avvicinato ancora a me.
Dovete sapere che Domenico Venier aveva due nipoti Maffio e Marco. Di Marco vi parlerò tra poco… Maffio invece era un essere veramente spregevole. Di professione era letterato, un poeta vernacolare, ma di poco valore. Ebbene, egli tentò più volte di sedurmi, ma io altrettante volte lo respinsi. Non lo sopportavo quell’uomo, sentivo per lui ripugnanza, così, sentendosi rifiutato, per tutta risposta, Maffio pensò bene di diffamarmi.
Ecco le sue parole contro di me:
“Veronica, ver unica puttana,
Franca, idest furba, fina, fiappa e frola,
E muffa e magra e marza e pi mariola,
…
Donna reduta mostro in carne umana”.
Mi definì non solo una squallida prostituta, ma disse anche che ero un mostro, che ero addirittura una ladra e in più disse che ero malata di sifilide.
Sapete che cosa è la sifilide? Era la malattia più terribile del nostro tempo, si trasmetteva per via sessuale e contrarla era una vera e propria condanna a morte.
Ora voi immaginate quale accusa infamante mi fosse stata rivolta da quell’uomo e quanti danni egli mi provocò con le sue accuse. Ma io non mi lasciai colpire da lui.
Mi feci dare lezioni di scherma, appresi ad usare la spada, cercai i miei padrini tra gli amici e sfidai Maffio a duello. Noi donne siamo capaci di fare tutto e solo la mancanza di educazione in certe arti ce ne preclude l’ingresso! Divenni dunque capace di usare la spada, lo sfidai, ma lui non accettò. Allora lo sfidai con la parola e con la poesia e lo distrussi.
Mi aveva definito “unica puttana“, ma io gli precisai che l’aggettivo “unica” in ogni dizionario veniva usato solo per animi magnanimi e virtuosi. Lui quindi aveva fatto un errore con me. Io ero unica sì, ma lo ero per le mie doti intellettuali, per le mie doti poetiche e per il mio spirito di vita e per la mia libertà e per la mia bellezza, non per altro.
Sapete quale fine fece il caro Maffio?
Dopo aver comprato il vescovato di Corfù, fu lui a morire di sifilide.
Ma se Maffio era un essere spregevole, di tutt’altra natura era suo cugino Marco. Lo conobbi quando avevo solo quattordici anni e fu lui l’unico mio vero amore. Non potei sposarlo perché appartenevamo a due famiglie diverse per censo, ma l’Amore è un sentimento libero. Nasce e non chiede il permesso a nessuno per farlo. Non bada alle ricchezze e ai possedimenti e nasce tra anime affini, nasce guardandosi negli occhi e non dopo aver osservato il patrimonio di famiglia. L’amore che ci legò, dunque, fu vero amore. Io e Marco fummo legati, nonostante tutto, per tutta la vita.
Negli anni riuscii ad accumulare tante ricchezze e sei figli che ebbi da sei uomini diversi. Me ne presi cura da sola e feci in modo che ricevessero una buona educazione, anche le ragazze, ma nel 1575 a Venezia arrivò la peste ed io dovetti scappare e mettermi in salvo.
In quel periodo persi tutto, la mia casa fu saccheggiata e al mio ritorno fu difficile risollevarsi dalla miseria, ma nulla mi spaventò.
Così, mi presi cura di quello che rimaneva della mia famiglia e anche dei miei nipoti rimasti orfani e intanto cominciai a fare progetti per una vita diversa, una vita lontana finalmente dall’umiliazione di vendere il proprio corpo, di vederlo umiliato, mortificato e sottomesso. Perché non c’è nulla di più terribile che essere condannate, come siamo noi, a «mangiar con l’altrui bocca, a dormir con gli occhi altrui, a muoversi secondo l’altrui desiderio, correndo in manifesto naufragio sempre della facoltà e della vita».
Il destino però allora aveva ancora qualcosa in serbo per me, forse la prova più dura. Nel 1581, un mio vicino di casa mi accusò di essermi dedicata a pratiche magiche per recuperare i beni che mi erano stati rubati durante l’epidemia di peste. E la mia stessa servitù mi accusò di immoralità e stregoneria.
Fui incarcerata per alcuni mesi e processata davanti al Tribunale dell’Inquisizione. Rischiai di essere condannata a morte… Mi furono offerti i migliori avvocati di Venezia, ma io decisi di difendermi da sola e lo feci usando la mia lingua, il dialetto della mia città. Fui liberata e fui salva!
Vissi gli ultimi anni della mia vita lontana dal lusso e dai piaceri della mia giovinezza, ma continuai a seguire la mia stella, la scrittura.
Scrissi delle lettere in prosa e in esse raccontai la condizione terribile delle donne del mio tempo e soprattutto delle donne come me. Denunciai la pratica del “DARE IL 31”, quel terribile mal costume per il quale in una sola notte 31 giovani nobili potevano violentare una cortigiana rimanendo impuniti. Non ne potevo più di assistere impotente davanti a questa atrocità. Dovevo raccontarla, dovevo dire a tutti cosa succedeva a Venezia sotto il beneplacito del governo e delle autorità ecclesiastiche.
Ad una madre che mi chiedeva consigli, su come avviare sua figlia alla prostituzione, le dissi di non farlo, di non essere la carnefice di quella povera ragazza e di non esporla ai pericoli che la professione di cortigiana comportava.
Mi battei per la parità dei diritti della donna, chiesi al governo della Serenissima di costruire una casa che potesse accogliere le cortigiane più anziane, quelle malate e le ragazze più povere e abbandonate, e quelle che volevano liberarsi dal giogo della prostituzione.
Lasciai una parte della mia eredità alle donne più povere di Venezia, a quelle che per necessità, o perché costrette, vendevano il proprio corpo.
Morii di febbre, il 22 luglio del 1591, sperando di aver lasciato nel mondo il segno del mio passaggio, sperando di aver contribuito con le mie parole a riscattare non solo me stessa, ma tutte noi colpevoli solo di essere nate donne, sperando di aver aperto una strada, di aver tracciato un sentiero, di aver gettato il seme per un mondo migliore e più rispettoso della dignità di ogni persona”.
Mariateresa Marzullo
BIBLIOGRAFIA
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- Valeria Palumbo, “Veronica Franco la cortigiana poetessa”, 2011;
- Veronica Franco, “Terze Rime di Veronica Franca al Serenissimo Signor Duca di Mantova e del Monferrato”, 1575;
- Veronica Franco, “Lettere Familiari a Diversi della. S. Veronica Franca all’Illustriss. et Reverendiss. Monsig. Luigi d’Este Cardinale”, 1580;
- Paul Larivaille, Le cortigiane nell’Italia del Rinascimento, Bur 2000;
- Valeria Palumbo, Donne di piacere, Milano, Sonzogno 2005;
- Veronica Franco, Rime, a cura di Stefano Bianchi, Milano, Mursia 1995; versione digitale su www.liberliber.it, 7 maggio 2002;
- Giovanni Scarabello, Meretrices, Supernova 2006;
- Margaret F. Rosenthal, The Honest Courtesan: Veronica Franco, Citizen and Writer in Sixteenth-Century Venice, University Of Chicago Press 1993;
- Marcella Diberti Leigh, Veronica Franco, donna, poetessa e cortigiana del Rinascimento, Priuli & Verlucca, Ivrea, 1988;
- Alvise Zorzi, Cortigiana Veneziana, Veronica Franco e i suoi poeti, 1546-1591, Bur 1993;
- Arturo Graf, Una cortigiana fra mille: Veronica Franco, in Attraverso il Cinquecento, Torino, Loescher 1916;
- Giuseppe Tassini, Veronica Franco, celebre poetessa e cortigiana del secolo 16, Venezia, Alfieri 1969;
- Dacia Maraini, Veronica, meretrice e scrittora, Milano, Bompiani, 1992;
- Veronica Franco, Terze rime e sonetti, a cura di Gilberto Beccari, Lanciano, R. Crabba editore 1912; in Internet su Internet Archive;
- Veronica Franco e Gaspara Stampa, Rime, a cura di Abdelkader Salza, Bari, Giuseppe Laterza & figli 1913; in Interne su Internet Archive;
- Antonio Zernitz, Le rimatrici e le letterate italiane del Cinquecento, tipografia Carlo Priora, Capodistria, 1886, in Internet su Internet Archive;
- Veronica Franco, Lettere, Salerno editrice 1998.
[1] La data di nascita indicata da Bartolomeo Gamba non è corretta, infatti dagli studi più recenti si evince che la data di nascita di Veronica Franco fu il 1546.
[2] Durante il processo, Veronica denuncia la pratica del “DARE IL 31”, quel terribile mal costume per il quale in una sola notte 31 giovani nobili potevano violentare una cortigiana rimanendo impuniti.
[3] I ridotti erano i salotti culturali nella Venezia del Cinquecento.



