CAMERA 22 di TRENTO VACCA

Era salito sul treno prima dell’alba, come ogni lunedì da due anni. Lo faceva senza più pensarci.
Il treno correva verso Roma e dal finestrino si vedevano le prime case addormentate, file di finestre spente, persiane chiuse, e lui, come ogni volta, si trovava a pensare che c’era qualcosa di sbagliato in quel suo essere sveglio mentre il mondo sembrava ancora fermo, accartocciato nel tepore caldo dei letti. Non era invidia, non proprio, era un disagio più sottile, come se la sua vita scorresse in un orario sfasato rispetto al resto. Una specie di malinconia che si era fatta abitudine da quando aveva smesso di condividere i risvegli con lei.
Lei salì a una fermata intermedia, quando il sole aveva appena toccato l’orizzonte. Lui la vide dal finestrino, mentre si avvicinava al treno. Riconobbe il modo in cui camminava, deciso e frettoloso, come se fosse sempre in ritardo per qualcosa. Lei non era più nei suoi pensieri da tempo, o meglio, lo era stata così a lungo che a un certo punto aveva smesso di pensarla. Non perché fosse passata, ma perché continuare non serviva più. Come una stanza chiusa da anni, sapeva ancora dov’erano i mobili e le cose, aveva solo imparato a non entrarci.
Non credeva che sarebbe salita proprio su quel treno e invece la vide salire. Non credeva si sarebbe seduta proprio vicino a lui, e invece la vide avanzare lungo il corridoio. Quando capì che stava entrando proprio nel suo vagone abbassò gli occhi, come se evitarla fosse ancora possibile. Sentì solo il rumore dei passi sul pavimento e il soffio leggero dei suoi vestiti sempre più vicini. Poi i passi si fermarono, proprio lì, davanti a lui. Lei sistemò la borsa, si tolse la giacca e si mise comoda. Solo allora alzò lo sguardo, e i loro occhi si incontrarono.
Nessuno dei due pronunciò parola. Entrambi sapevano che era impossibile non riconoscersi, non dopo tutto quello che c’era stato.
«Quanto tempo», disse lei, con un mezzo sorriso prudente, come se stesse tastando il terreno.
«Due anni e qualcosa», rispose lui. La voce gli uscì bassa, quasi roca.
Poi la guardò un attimo e disse: «Hai cambiato taglio.»
Lei si toccò i capelli senza pensarci. «Tu no. Sei sempre lo stesso.»
La frase lo irritò più di quanto fosse disposto ad ammettere. Distolse lo sguardo, tornò al finestrino. Passarono molti chilometri senza aggiungere altro. Guardava fuori ma era come se il paesaggio non esistesse più. Pensava agli ultimi giorni insieme, alle cose che si erano detti, a quelle che non erano riusciti a dirsi, e sentiva qualcosa muoversi nello stomaco, una stretta improvvisa che conosceva bene. Due anni. Aveva creduto di averla dimenticata. Ma era bastato rivederla per scoprire che la memoria non ha bisogno di permessi per riemergere.
Lei tirò fuori dalla borsa un piccolo sacchetto di ciliegie. Lo aprì con calma, ne prese una, la masticò lentamente. Poi un’altra e lo guardò: «Ne vuoi?»
Lui scosse la testa, d’istinto. Poco dopo, quasi con stizza verso sé stesso aggiunse: «e va bene, dammene una».
Lei sorrise, gli porse il sacchetto. Lui ne prese una, la mise in bocca, sentì il sapore dolce e aspro insieme. Mentre masticava, lei rise.
«Hai la bocca tutta rossa», disse.
Poi prese un fazzoletto dalla borsa e si sporse verso di lui. Con una delicatezza che lo spiazzò, gli pulì il muso senza chiedere permesso. Le dita gli sfiorarono la guancia, il mento.
Lui non si mosse. Un sorriso gli scivolò sulla bocca. Non lo voleva, ma non riuscì a fermarlo. E lei lo vide.
«Che ci fai a Roma?» chiese lei.
«Ci lavoro. Sono lì da un anno.»
Lei annuì. «Io da sei mesi. E non ci siamo mai incrociati…»
«Roma è grande» replicò lui.
«Oppure sei stato bravo a evitarmi.»
«Non credo» cercò di sminuirla.
Il treno cominciò a rallentare. Lui guardò fuori come se l’arrivo potesse offrirgli una via d’uscita. Si sistemò il colletto della camicia, infilò il telefono in tasca, prese la borsa. Fece tutto di fretta.
«Scendi qui?» chiese lei.
«Sì.»
Ci fu un istante di esitazione. Poi lei disse: «Potremmo prendere qualcosa insieme, una sera, se ti va.»
«Lavoro fino a tardi, sarà difficile.» replicò lui.
Non appena le porte si aprirono scese senza voltarsi.
Solo quando il treno ripartì si accorse di avere il fiato corto.
Lavorò tutto il giorno con la testa altrove. Si sforzò di restare dentro alle cose: rispose alle mail, partecipò a una riunione, firmò due documenti. Si limitò all’ordinario. Ogni tanto si accorgeva di fissare lo schermo del computer senza leggere davvero. Non pronunciava il suo nome da anni, né con la bocca né con la mente, eppure, quel giorno, continuava a sentirlo.
Uscì dall’ufficio che il cielo stava cambiando colore. Via Veneto era attraversata da una luce obliqua che filtrava tra le fronde alte dei platani. Nei raggi di luce si vedeva l’aria — una polvere sospesa che dava consistenza al pomeriggio.
Ritrovò come ogni lunedì i palazzi, i negozi e i caffè di lusso. Con i loro marmi, i tappeti spessi, i tavoli vuoti perfettamente apparecchiati, e qualche cameriere immobile in attesa di nessuno.
Via Veneto ormai era così: grande, costosa e quasi deserta. Della Dolce Vita non era rimasto che il ricordo, ma tanto bastava a conservarne il fascino.
Non prese l’autobus. Non lo faceva mai. Camminare per Roma era l’unica cosa che sentiva davvero sua, l’unica cosa che lo riappacificava col mondo. Scese verso Barberini senza fretta. La fontana del Tritone era circondata da turisti che scattavano foto senza guardarla. Nella vasca l’acqua aveva un azzurro quasi marino, irreale. Attorno, il traffico girava ininterrottamente mentre la fontana restava lì, piccola e sola, in mezzo al rumore.
Attraversò la piazza aspettando al semaforo. Le auto gli passarono davanti una dopo l’altra, poi il flusso si fermò e infilò via degli Avignonesi. La leggera discesa gli sciolse il passo. In quel tratto le sue gambe trovavano da sole la misura, come se conoscessero il ritmo prima di lui.
Faceva quel percorso da un anno. Non doveva più pensarci. E insieme al passo si allentò anche il resto. Il nome di lei che per tutto il giorno gli era rimasto addosso perse consistenza. Non sparì, si fece solo più lontano.
Quando arrivò in via del Lavatore sentì l’acqua prima ancora di vederla.
La Fontana di Trevi apparve all’improvviso, come sempre, troppo grande per lo spazio che la contiene. Ritrovò il turchese dell’acqua e il bianco della pietra colpita dal sole. Restò un momento a guardare Oceano troneggiare fiero e maestososopra i turisti.
Poi lasciò che la folla gli scivolasse accanto e prese via delle Muratte. Intorno tornarono le vetrine accese, il profumo dolce delle pasticcerie, i bazar stipati di souvenir e oggetti inutili, i tavolini stretti sulla strada. E, all’improvviso, le bar à huîtres con le ostriche sul ghiaccio in bella vista, chiuse nei loro gusci ruvidi, irregolari, senza alcuna grazia esteriore. Quel frammento di Francia incastonato nel centro di Roma gli sembrava sempre un dettaglio fuori posto, e proprio per questo necessario.
All’incrocio attese che un gruppo di turisti si ricomponesse, poi attraversò verso piazza di Pietra. Le colonne del tempio di Adriano stavano lì, incastrate nel palazzo della camera di commercio come ossa antiche dentro un corpo più recente. Le guardò attentamente. Roma non cancella niente, ingloba.
Pensò che forse era questo il punto. Non si elimina ciò che è stato. Si stratifica. Resta sotto, cambia forma, sostiene quello che viene dopo. Lui aveva provato a togliere, a dimenticarla, a fare spazio, ma forse non si trattava di togliere.
Riprese il passo in via dei Pastini. Gli ultimi metri li percorse quasi distrattamente, poi lo spazio si aprì e si trovò davanti al Pantheon. Rallentò, come faceva sempre.
Altrove lo sguardo si fermava su ciò che mancava, misurava la distanza tra quello che era stato e quello che rimaneva. Qui no. Qui tutto coincideva ancora con sé stesso. Non servivano aggiunte, né sforzi di fantasia. Il Pantheon era integro. Aveva attraversato il tempo senza cedere. Era pura contemplazione.
Restò ancora qualche secondo a guardare il frontone, poi si voltò. L’ombra delle colonne gli rimase addosso mentre attraversava la piazza e svoltava l’angolo.
L’albergo era proprio lì dietro. Spinse la porta ed entrò.
Il concierge alzò lo sguardo e gli fece un cenno di saluto, poi prese la chiave dal banco e gliela porse,
«Ecco la sua camera 22.» Ma non la lasciò subito.
«C’è una signora che la sta aspettando nella hall.» Aggiunse l’uomo facendo segno con la testa.
Lui rimase immobile. Sentì di nuovo qualcosa stringersi, ma durò solo un istante. Poi annuì appena e la cercò.
Lei era seduta su una poltrona chesterfield di pelle verde, con le mani raccolte in grembo. Quando lo vide si alzò e gli andò incontro fermandosi a qualche passo di distanza. Rimasero fermi. Non c’era sorpresa nei loro volti, solo il riconoscimento di qualcosa che non si era mai davvero concluso.
«Come hai fatto a trovarmi?»
Lei accennò un piccolo gesto con le spalle. «Sul treno ti è squillato il telefono. Era sul tavolino. Ho visto il nome dell’albergo sul display.»
Fece una pausa, poi aggiunse: «Roma non è poi così grande.»
Lui restò in silenzio senza riuscire a opporre resistenza alla sua presenza.
Lei si guardò intorno nella hall. «È un bel posto. Sei fortunato a stare qui.»
«La bellezza non stanca mai», disse lui. «Non si può dire lo stesso per l’amore.»
Lei abbassò gli occhi. Tra loro tornò l’eco di quel vuoto di allora, quello che aveva riempito ogni cosa quando non c’era stato più nulla da spiegare e lui aveva capito senza che lei dicesse una parola.
Durò solo qualche secondo, ma divenne quasi insostenibile.
Fu lei a spezzarlo.
«Posso salire?»
Non c’era urgenza nella sua voce, né esitazione. Solo una richiesta semplice.
Lui fece un piccolo cenno di assenso con la testa. Si avviarono verso l’ascensore, uno accanto all’altro, senza sfiorarsi.
Il concierge li osservò passare. Quando le porte dell’ascensore si chiusero, lui capì che non stava più scappando da lei.
Arrivarono in camera. La luce era calda, filtrata dalle tende leggere, il letto rifatto con la solita precisione impersonale di una camera d’albergo.
Lei fece qualche passo nella stanza. Sfiorò con le dita lo schienale della sedia, poi si avvicinò alla finestra. Scostò appena la tenda, guardò fuori senza soffermarsi davvero su nulla. Le sue mani si posarono sul bordo del tavolino, allineò istintivamente il blocco degli appunti lasciato dall’albergo, lo spostò di pochi millimetri, poi lo rimise dov’era. Era un modo per prendere tempo. Infine si sedette sul bordo del letto.
Lui rimase in piedi ancora per un istante, poi si avvicinò e si sedette accanto a lei, lasciando tra loro una distanza sufficiente affinché i loro corpi non si toccassero.
Restarono così, uno accanto all’altra per qualche minuto.
«Ti frequenti con qualcuna?»
Lui non si mosse. Poi si girò verso di lei.
«È una domanda che dovrei farti io.»
Lei abbassò di nuovo lo sguardo.
«Scusa», disse piano.
Poi, senza aggiungere altro, si girò verso di lui e andò di slancio per baciarlo.
Lui scostò il viso. Non la respinse. La abbracciò senza stringerla, solo per schivare un bacio a cui non era pronto.
Lei rimase immobile tra le sue braccia. Non fu sorpresa. Solo, aveva sperato il contrario.
Lui sentiva di nuovo il corpo di lei vicino, leggero, reale. Per due anni aveva creduto che, se quel momento fosse arrivato, avrebbe provato rabbia. Che avrebbe ricordato tutto, che il suo corpo avrebbe opposto resistenza, che il rancore sarebbe rimasto intatto. E invece non sentiva niente di tutto questo.
Eppure, le domande non erano sparite. Avrebbe potuto chiederle ogni cosa: perché, quando aveva smesso di appartenergli, quando aveva iniziato a esistere altrove. Quelle domande erano rimaste dentro di lui per due anni, precise, intatte. Ora, però, anche quelle sembravano non avere più peso.
Capì che la amava ancora, lo sentiva con una chiarezza che non lasciava spazio a dubbi. Ma non era più l’amore di prima. Non era più quel sentirsi una cosa sola come era stato all’inizio. Ora la sentiva separata. Distinta. Come qualcosa che era stata parte di lui e che ora esisteva fuori da lui, definitivamente. E capì che questo non sarebbe mai più cambiato. Proprio come le rovine di Roma. Resti di qualcosa che era stato intero, e che ormai rimaneva lì, esposto al tempo, senza possibilità di essere ricomposto. Non perché mancasse la volontà, ma perché mancavano i pezzi.
Poi, lentamente, la lasciò.
Si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra.
Rimase lì, in piedi, guardando fuori la città immobile nella sua bellezza.
Alle sue spalle, lei non si mosse.
«Posso fare una doccia?» chiese.
«Sì», disse lui. «Fai pure.»
Poco dopo, il rumore dell’acqua riempì la stanza.
Lui prese il telefono, ordinò delle ciliegie e una bottiglia di Five Roses.
Quando bussarono andò ad aprire, prese il vassoio, ringraziò, e lo portò fuori in balcone.
Posò la coppa di ciliegie sul tavolo, accanto alla bottiglia. Lasciò tutto intatto. Rimase lì ad aspettare.
Quando lei uscì dal bagno, con i capelli ancora umidi e l’accappatoio stretto intorno al corpo, si fermò sulla soglia della camera. Non vedendolo, fece qualche passo, poi lo trovò fuori.
Si avvicinò senza parlare.
«Ho fatto salire delle ciliegie», disse lui. «Non so se sono buone come le tue.»
Lei accennò un sorriso. Si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla appoggiandosi con la testa.
Lui le cinse il fianco, senza guardarla.
Restarono così, come in un fermo immagine, affacciati a guardare la luce del tramonto accendere gli intonaci dei palazzi di ocra e terra bruciata, scivolare sui coppi e sulle cupole. Quella della Basilica di Sant’Andrea era la più vicina, sembrava di toccarla. Roma non opponeva resistenza. Accoglieva anche la fine del giorno, come aveva accolto tutto il resto, il passare del tempo, i cambiamenti.
Lui avrebbe potuto voltarsi. Dirle qualcosa, riempire i calici lasciati sul tavolo, cercare rifugio in gesti già conosciuti. Non lo fece. Restò fermo, sempre con la mano sul fianco di lei, a guardare la città aprirsi davanti ai loro occhi.
In quel momento non c’era nulla da aggiungere.
Nulla da forzare.
Nulla che non si potesse rimandare.
Alcuni istanti esistono così, senza chiedere di essere compresi o risolti, ma solo attraversati.
E lui lasciò che quello bastasse.
Trento Vacca


