MANZONI, GIULIO CESARE E IL NEGAZIONISMO di ALFREDO DELL’ERA

Fa simpatia don Ferrante, quest’erudito secentesco che sa di scienza e di filosofia, di storia e di politica e di arte cavalleresca, ma che coltiva anche bizzarrie quali gli “studi” astrologici. Roba innocua, in fondo, finché tutto va bene; ma da accantonare senza esitazioni, quando il gioco si fa duro.
E un giorno il gioco si fece duro: arrivò la peste.
Dice Manzoni che «al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione».
E tutti quei morti, allora? «Colpa di una fatale congiunzione di Saturno con Giove».
In natura, argomentava don Ferrante secondo la lezione aristotelica, «non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste […] Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole […] Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all’occhio o al tatto; e questo contagio, chi l’ha veduto? chi l’ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all’altro […] verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all’altro».
Insomma, se fosse una sostanza dovrebbe rientrare in una delle categorie di cui s’è detto – e non ci rientra; se fosse un accidente non potrebbe passare da persona a persona. Tertium non datur.
Ergo, conclude don Ferrante, il contagio non esiste.
E ciò che proprio non gli andava giù, dei “signori dottori”, era il loro «venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de’ corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale de’ corpi celesti! […] His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».
In un precedente capitolo, Manzoni aveva scritto che quasi sempre la gente si affida e dà ascolto agli esperti: «ben di rado avviene che le parole affermative e sicure d’una persona autorevole, in qualsivoglia genere, non tingano del loro colore la mente di chi le ascolta».

Ben di rado all’epoca, ché oggi la fanno da padrone i laureati all’Università della vita o a quelle di Facebook e Google.
Giulio Cesare, in Gallia, ha avversari forti e temibili, sono pronti a dare battaglia e credono di aver di fronte un esercito debole e spaventato.
Del resto la tattica di Quinto Titurio Sabino – il legato romano –, chiuso nell’accampamento con i suoi, pareva confermare questo scenario. Ma seguiamo gli eventi dal racconto di Cesare:
«Viridovice [il comandante dei Galli], attestatosi a due miglia da lui e schierate le truppe, ogni giorno lo provocava a battaglia, tanto che Sabino non solo si era attirato il disprezzo del nemico, ma non veniva risparmiato neanche dalle chiacchiere dei nostri soldati, e dava a tal punto l’impressione di aver paura che i nemici osavano ormai avvicinarsi al vallo del campo […] Quando vede che tutti erano ormai ben convinti del suo timore, sceglie fra le truppe ausiliarie che aveva con sé un Gallo, uomo capace e astuto, che persuade con la promessa di grandi ricompense a passare dalla parte del nemico, spiegandogli il suo piano. Questi, giunto al loro accampamento come un disertore, parla della paura dei Romani, informa delle difficoltà in cui Cesare stesso si dibatteva a causa della guerra con i Veneti, rivela che è molto probabile che la notte seguente Sabino conduca di nascosto l’esercito fuori dal campo per recarsi in aiuto di Cesare. Udite queste notizie, tutti gridano che non bisogna lasciarsi scappare un’occasione così favorevole».
E non se la fecero scappare l’occasione, che però così favorevole non doveva essere, dal momento che furono rovinosamente sconfitti.
Perché, avverte Cesare, «fere libenter homines id quod volunt credunt». Gli uomini credono volentieri in ciò che desiderano. Non in ciò che è vero.
Oggi si chiamerebbe confirmation bias o pregiudizio di conferma, Cesare l’aveva capito oltre duemila anni fa.
Alfredo Dell’Era



