Il rischio è lasciarci la pelle: corpo, soglia e lingua del residuo nella poesia di Gianni MARCANTONI – di Silvana CANNONI

Il rischio è lasciarci la pelle

Corpo, soglia e lingua del residuo nella poesia di Gianni Marcantoni

di Silvana Cannoni

su Cuoia, Fara Editore (2025)


Avvertenza per il lettore. Modo d’uso della poesia

C’è nessuno che voglia unirsi a me

nel lanciare alcuni sassi verso

quegli insegnanti che amano porre la domanda:

“Che cosa sta cercando di dire il poeta?”

come se Thomas Hardy e Emily Dickinson

si fossero sforzati ma alla fine avessero fallito:

disgraziati incapaci di parlare, che altro non erano

                Billy Collins, Lo sforzo  

Questo sforzo la poesia non lo richiede. Non deve essere spiegata, ma sentita. Eppure, parafrasando Billy Collins in Introduzione alla poesia, è forte la tentazione di legarla con una corda a una sedia e torturarla finché non confessi.

Per le poesie di Cuoia, ho scelto un’altra strada: la postura della lettrice.

L’analisi non serve a «torturare il testo». Piuttosto mappa i modi in cui il sentimento si fa carne sulla pagina, fino a trasformarsi in esperienza ontologica. Come sentiva Cesare Pavese: «La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere».

Una parola da sola può evocare poeti e versi rimasti impigliati nella memoria, riportare in luoghi già attraversati dall’immaginazione, o ridisegnare geografie, facendo emergere nuove terre di senso. Così voglio procedere. Questo, credo, è l’invito di Cuoia.

Il rischio è lasciarci la pelle

Il pericolo che si corre nel fare della propria pelle materia di sacrificio verbale è serio. Frequentare le lande di Gianni Marcantoni in Cuoia comporta lo stesso rischio, quello di lasciarci la pelle. Per troppa esposizione al processo di concia esistenziale che scarnifica il dolore e lascia ferite aperte, per l’inquietudine che sale quando si avverte che il logoramento è consunzione senza fine, nel vano tentativo di addomesticare il trauma.  Ognuno, a suo modo, sperimenta che «la morte si sconta vivendo».   

Il laboratorio del pellaio. La struttura come processo

La raccolta si costruisce su ottantatré componimenti, tutti segnati da un asterisco. Non hanno titolo, data, dedica esplicita. La successione, espediente formale ricorrente nella poesia contemporanea, assume in Cuoia una funzione organica. I componimenti finiscono per imbastire il flusso continuo di una coscienza che si affida alla pagina bianca come a una zattera. La silloge si legge come un corpo unico, un discorso segmentato in illuminazioni e lacerazioni, in cui l’asterisco è sistole e diastole, respiro al pari dello spazio bianco.

Il lettore è invitato a varcare la soglia del laboratorio e a infilarsi il grembiule del pellaio.

La scelta di inserire le due versioni di uno stesso componimento in ordine inverso – la versione II precede la versione I – è un guanto di sfida. Chi legge non si rigira tra le mani un oggetto estetico finito, ma un organismo ancora vivo.

I versi finali non chiudono il significato, ma lo sospendono e lo rilanciano a chi legge.

La poesia non si subisce. È un lavoro di costruzione continua.

I registri della lingua: saldature e attriti

La tessitura di Marcantoni è densa, procede per accumulo, sovrapposizione e accostamento di materiali semanticamente distanti. Il vocabolario si muove su registri diversi che si rincorrono e si scontrano, convivendo spesso all’interno dello stesso verso.

C’è un registro corporeo e materico, annunciato fin dal titolo: cuoio, argilla, spore residue, zolfo, corteccia, pattume. Uno registro tecnico: intercapedine, emisfero, siero, durame, dissesto, transennato. Un registro elegiaco tradizionale: spine, ombre, lutto, malinconia, veglia, addio.

Nebbie cadono da un calore tenue,

sono di fango-colmo, reduce-sanato,

Registri differenti convivono nello spazio minimo di un distico: la concretezza del fango, il lessico quasi clinico di reduce-sanato,  la tonalità elegiaca delle nebbie e del calore tenue.

Il verso libero tiene insieme la frattura senza ricomporla.

Per restituire la simultaneità di un’esperienza che il linguaggio ordinario non riesce a contenere, Marcantoni diventa onomaturgo e crea parole-immagine. In lui agisce un’ansia di possesso immediato del reale, una tensione a restituire il proprio sentire sinestetico, prima che la sintassi lo spezzi, prima che aggettivo e sostantivo si separino sulla pagina. Da questa urgenza nascono le saldature col trattino: tremula-linfatica, buio-riempito-modellato, avventati-perimetrali, flessibile-convulso, fango-colmo, reduce-sanato.

La stessa tensione attraversa la scrittura e investe il corpo, che non resta mai sullo sfondo, ma si fa campo di battaglia del conflitto.

La caduta e la crisi dell’io

Marcantoni abita la soglia del precipizio. Quando perde l’equilibrio, un’invisibile corda elastica lo ricolloca esattamente lì, sul bordo. Soffre di vertigini, sente tutto il peso dell’instabilità di un’anima in crisi.

La caduta attraversa la raccolta come movimento ricorrente. Il poeta cade, scende, si distende su lastre fredde, fa un’enorme fatica a rialzarsi:

Sono caduto dentro uno spazio ristretto,

ma non voglio rialzarmi – no, non mi rialzerò.

Eppure altrove affiora il desiderio contrario:

correre e saltare oltre il fossato,

ripulirsi dalla melma sotto le suole

È un lampo, non una via d’uscita. La salvezza si intravede, ma non si raggiunge.

Meno frequente è il contrappunto dell’ascesa. Scalare, arrivare più in alto, è un anelito frustrato o impossibile, come egli stesso riconosce: scalatore addentrato nelle tane. Il cammino si riempie di ostacoli, i percorsi ciechi terminano al centro della strada, i tratti transennati restano impercorribili. 

Anche il corpo in Cuoia non trova pace, somatizza l’inesprimibile e lo restituisce in immagini nitide e stranianti: «rotule che suonano all’alba», «nitida pinza lasciata tra le vertebre», «il nervo lussato è spaurito». Il corpo si fa medium di ciò che agisce sotto la soglia della coscienza. 

L’instabilità fisica si traduce in instabilità dell’io. Il soggetto lirico si  frantuma, si sposta, si rivolge a un tu che cambia continuamente identità, da interlocutore amoroso a  passante anonimo, o più spesso doppio interiore, parte non integrata con  cui  fare i conti. Questa vaghezza pronominale, sgranata come un rosario lungo tutta la raccolta, diviene la resa formale di una crisi identitaria:

Se capovolgo il concetto di me

tutto diventa possibile,

paragonabile a un’entità verosimile.

Potrei – in quel caso – allontanarmi,

giacere, essere un’altra cosa

somigliante all’incirca

a un fischio prolungato,

a una canestra vuota.

Perduto simultaneamente

in polpacci e piedi,

cancellato assieme ad occhi

uguali al nulla di ieri,

dentro un fisico percosso,

rimasto avvolto da un drappo.

E la materia che spinge a credere

a una duplice possibilità,

postuma ed inviolata,

fino a provare a sentire

un po’ di sollievo

Neanche guardare il mondo al contrario può cambiare il destino, e il sollievo è solo un’illusione momentanea. Non c’è fuga da sé stessi nemmeno nell’immaginazione.

La stessa impossibilità attraversa il sentimento amoroso. In Cuoia l’amore non salva, non consola. L’orizzonte si restringe a immagini corporee e consunte:

La vita è ahinoi assai strana,

dà una speranza a noi vana

che non si chiama domani,

né amore, né porte,

ma sapore di terra arata,

genitali, pianto sospeso,

tizzo arso di una cornice lontana

E anche la strategia della negazione – il segreto è non parlarti, / fare finta che tu non esista – finisce per trasformarsi in una forma estrema di presenza.

Non parlarti è già pensarti.

Il bestiario e lo svuotamento del sacro

In Cuoia sfila un mesto bestiario della solitudine. Creature inquiete, altrettante proiezioni del poeta. Il gatto randagio alla ricerca di qualcosa con la coda fradicia sotto le lamiere, la bestia solitaria che attraversa la strada, lo stormo che si inabissa, le farfalle dalle ali consumate.

L’immagine potente della megattera risuona come una dichiarazione di poetica.

Sono una persona che non c’è più, 

Dio solo sa quanto mi sia costato crescere.

Il mio obiettivo era salpare

prima che fosse troppo tardi,

eppure ho distorto completamente

questo progetto

e adesso, nella tarda epoca avversa

sono arpa, catrame, oscenità, riluttanza;

una megattera disorientata in superfici

colme di veleni e spume proliferanti

La megattera disorientata richiama alcune figure ipertrofiche della modernità poetica. Viene in mente Majakovskij: «Da quali Golia fui concepito così grande, e così inutile».  In entrambi i casi la sproporzione del corpo testimonia l’impossibilità di stare al mondo. Non abdicazione, ma presa di coscienza di una condizione esistenziale. 

Gli animali di Cuoia non assumono mai una funzione simbolica rassicurante. Non salvano, non guidano, non alleviano il dolore. Sono bestie in fuga o in agonia, fuori posto, immerse in contesti di decomposizione e marginalità. Come in quest’altro testo rivelatore:

Per sopravvivere un tizio costruì

un’umile dimora tutta per sé

sé soltanto – che nessuno mai vide,

che divenne infine

ultimo pasto per gli insetti

Chi è questo tizio se non il poeta stesso, costretto a guardarsi dall’esterno con la distanza di sicurezza della terza persona?

Nel paesaggio desolato di Cuoia crolla anche l’impalcatura del sacro istituzionale. Evocato come controprova dell’assurdo mondano, il Natale è «una ridicola sceneggiata / piena di retorica». Eppure qualcosa resta intatto, il bisogno di conservare il nucleo fragile dell’innocenza: «Lasciamo nascere in pace il Signore».

La casa dell’essere e la mistica del residuo

Nel perimetro dove niente salva, Marcantoni si interroga sulla funzione stessa della propria parola. La legittima come unico territorio in cui il sentire alienato trova casa. E in questo senso la raccolta dialoga con l’assunto heideggeriano secondo cui il linguaggio è la dimora dell’essere e i poeti ne sono i custodi. L’unico luogo in cui il soggetto non è ancora del tutto perduto.

La riflessione sulla poesia rivendica prima di tutto autonomia assoluta: 

 Non sei tu a dovermi dire

cosa sia una poesia.

Se il cielo è nero lo vedo io soltanto,

se le mie rotule suonano all’alba

le sento io soltanto

L’autenticità del verso si rivela: «nel coraggio di incidere, di risvegliare, / e di attecchire nella pelle».

La parola poetica si fa cicatrice attraverso un lessico corporeo e traumatico, costruito su nervi lussati, ferite e organi compressi. L’immagine non rappresenta il dolore: lo incorpora.

Anche nel ventre della pagina bianca è impossibile l’abbandono completo, la coscienza vigile lo impedisce. Il poeta rimane alla soglia del sogno: «mi porto dietro il difetto grave del pensiero».

Il sigillo formale di questa operazione è la parola niente, declinata in ogni forma: «niente più traumi – niente postumi / – niente sforzi – niente odori», «niente che valga la pena», «niente è mai risolto». 

In questo vuoto fluttua la figura del residuo. Di ciò che rimane dopo la perdita, di quello che resta nelle vasche della concia dopo lo scorticamento: residui taciuti, resti tenui nell’argilla, scorie residue, frammenti, ritagli, scarti. Tracce di una mancanza che insiste nel testimoniare.

Una vita intera ad attendere

circostanze, soluzioni, accadimenti

e avere ricevuto tutt’altro.

Avere pesato sulla mano

una carne trita e ritrita

che ha trovato sostanza-legame

in un ritaglio

Il ritaglio è lo scarto che lega, l’ultimo brandello a cui si aggrappa la possibilità di esistenza della pagina.

Echi, risonanze e aperture di senso

Leggendo Cuoia all’orecchio giungono voci e risonanze di altri poeti che hanno perlustrato le stesse terre della deriva. Viene in mente Giorgio Caproni, il viaggio senza approdo e la soglia sospesa. In entrambi i casi il movimento non produce avanzamento, ma spaesamento, disorientamento. 

Viene in mente Valerio Magrelli, Ora serrata retinae,dove  il lessico clinico-scientifico penetra nel sentimento senza inaridirlo. Lo stesso lavoro compiono in Marcantoni «intercapedine», «durame», «transennato».

Con questi poeti Marcantoni condivide la necessità di attraversare il dolore senza smorzarlo. In Cuoia questa necessità si traduce in forma, nella silloge seriale, la lingua per saldature, il soggetto frantumato. Una forma che non è contenitore del trauma, ma il trauma stesso reso struttura.

Nota conclusiva

Leggendo Cuoia ho sentito l’eco delle parole rimbalzare sulle pareti dell’anima.

Nella bottega di Marcantoni c’è odore acre di cuoio, la luce che filtra obliqua, il movimento delle mani corrose sulla pelle. Residui e scarti della lavorazione sul pavimento. Quando si esce, la resina impregna ancora le narici.

La poesia ha il suo modo di esprimersi:

nel coraggio di incidere, di risvegliare,

e di attecchire nella pelle.

Silvana Cannoni


Gianni Marcantoni, (San Benedetto del Tronto, 1975) vive nelle Marche, è laureato in Giurisprudenza. Le sue pubblicazioni: Al tempo della poesia (2011), La parete viva (2011), In dirittura (2013), Poesie di un giorno nullo (2015), Orario di visita (2016), Ammessi al paesaggio (2019), Complicazioni di altra natura (2020), Panorama dei lumi (plaquette, 2021), Sedime (2024). Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti 2017) e su Italian Poetry, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste. Ospite in alcune rubriche letterarie e reading, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

Gianni Marcantoni
Cuoia
Silloge votata al Faraexcelsior
Fara Editore
Rimini, 2025