RITA NAPPI su ‘DIALOGO A PIÙ SUONI’ di SANDRA CERVONE: LA TENEREZZA CHE RESISTE

Rita Nappi su Dialogo a più suoni di Sandra Cervone, deComporre Edizioni, Gaeta, 2025
La Tenerezza che resiste
In Dialogo a più suoni, pubblicato da deComporre Edizioni, Sandra Cervone costruisce una poesia di relazioni: con le persone amate, con chi ha lasciato una ferita, con le figure che la memoria continua a interrogare. La sua voce attraversa il dolore senza assumere un’unica posizione: sa essere accogliente e aspra, desiderante e disincantata. È proprio questa oscillazione a dare movimento alla raccolta, nella quale la tenerezza viene continuamente messa alla prova.
Le quattro sezioni — Sorelle di vento, Signor Nessuno, Dialogo a più suoni e Tre di notte — delineano un percorso che dalla sorellanza passa attraverso la delusione amorosa, si apre alla responsabilità collettiva e approda alla condivisione poetica. Mare, vento, fiori e luce costituiscono un vocabolario ricorrente, capace di accogliere tanto la dolcezza quanto il turbamento.
Una delle chiavi di lettura più incisive si trova in “Rivalsa”:
Rivalsa”: dare un nuovo nome al dolore
Spesso l’ho chiamata tristezza
non conoscendone il nome reale
poi mi ha sussurrato ebbrezza
e ho riposto lumi sotto cumuli di speranza.
Ora che gli affanni
fanno rima con gli anni
ho ritrovato una possibile rivalsa
e l’ho chiamata tenerezza
senza più inganni!
In “Rivalsa”, Sandra Cervone racconta un cambiamento nel modo di comprendere la propria esperienza. Il gesto centrale della poesia è quello di nominare: “l’ho chiamata”, “il nome reale”, “l’ho chiamata tenerezza”. Dare un nome significa riconoscere ciò che si prova, ma anche accorgersi che una definizione precedente poteva essere incompleta.
L’apertura, “Spesso l’ho chiamata tristezza”, introduce infatti un’incertezza. Il pronome “l’” lascia inizialmente senza un’identità precisa l’esperienza evocata: potrebbe essere una condizione interiore, un sentimento, una parte della vita. Questa indeterminatezza permette al lettore di entrarvi attraverso il proprio vissuto. Il verso successivo, “non conoscendone il nome reale”, suggerisce che anche le emozioni più familiari possano custodire qualcosa che ancora non sappiamo comprendere.
“Poi mi ha sussurrato ebbrezza” dà a quell’esperienza una voce. Il verbo “sussurrare” rende la scoperta intima e graduale: qualcosa si lascia ascoltare senza imporsi. Il richiamo sonoro fra “tristezza” ed “ebbrezza” avvicina due stati apparentemente lontani, mostrando quanto possano essere mobili i confini del sentire.
Più complessa è l’immagine dei “lumi sotto cumuli di speranza”. La luce viene riposta, custodita, ma anche coperta. La speranza assume un peso e un volume: quei “cumuli” possono proteggere una possibilità di gioia oppure nasconderla sotto troppe attese. Il verso mantiene questa ambivalenza e impedisce di leggere la prima strofa come una semplice liberazione dal dolore.
Con “Ora” si apre il tempo della consapevolezza presente. “Gli affanni / fanno rima con gli anni” è il punto nel quale significato e forma coincidono: le due parole rimano davvero, rendendo udibile il legame fra il passare del tempo e le prove attraversate. La brevità dei versi concentra questa constatazione, dandole un tono insieme amaro e familiare.
La svolta arriva con la “possibile rivalsa”. L’aggettivo “possibile” è essenziale: l’autrice non proclama una vittoria definitiva, ma riconosce una strada praticabile. E la parola scelta per questa strada è “tenerezza”. Il titolo preparava il lettore a un riscatto; il testo lo conduce verso la capacità di conservare sensibilità dopo la delusione.
“Tenerezza” riprende inoltre il suono di “tristezza” ed “ebbrezza”, completando una trasformazione che attraversa l’intera poesia. Le tre parole si somigliano all’orecchio, mentre segnano modi diversi di abitare l’esperienza.
Il verso finale, isolato, “senza più inganni!”, introduce però una condizione precisa. La tenerezza raggiunta vuole essere lucida: capace di affetto, ma consapevole di ciò che ha ferito. L’esclamazione dà fermezza alla chiusa e lascia affiorare una decisione.
La bellezza di “Rivalsa” sta in questa conquista misurata. Il dolore non viene cancellato: cambia il rapporto che la voce poetica intrattiene con esso. Dopo tanti affanni, chiamare il proprio riscatto “tenerezza” significa riconoscersi ancora capaci di sentire, senza rinunciare alla verità.
Più inquieta e complessa è “Foto di mamma al mare nel lontano 1950”, tra le poesie più intense della raccolta:
Rovisto allora in grandi e perduti armadi:
un briciolo di tepore ancora intatto
e trovo fili di biondo rame
come di risentimento.
La fotografia non restituisce un passato pacificato. Riporta alla superficie un rapporto nel quale il bisogno di calore convive con qualcosa di irrisolto. Gli armadi diventano luoghi della memoria: custodiscono tracce, ma il gesto di rovistare suggerisce una ricerca faticosa, senza garanzia di ritrovamento.
Il “briciolo” misura la preziosità e insieme la scarsità del tepore cercato. I “fili di biondo rame” offrono un’immagine luminosa, subito incrinata dal risentimento. Cervone lascia coesistere queste emozioni senza scioglierle in una spiegazione definitiva. La madre resta una presenza amata e interrogata; il ricordo conserva anche ciò che ancora punge.
In “A te che sei forte”, dedicata a Rita Nappi, la relazione assume invece la forma del riconoscimento:
Dietro la debolezza
custodisci artigli di temeraria tenerezza
Gli “artigli” introducono una forza vigile, capace di difendersi; la “tenerezza” ne modifica il significato, mentre “temeraria” attribuisce alla sensibilità un coraggio rischioso. La vicinanza sonora tra “debolezza” e “tenerezza” lega ciò che il pensiero comune tende a separare.
La poesia prosegue attraverso immagini di cucitura e ricamo: offrire ascolto e parola diventa un lavoro paziente, compiuto tra uno spiraglio e l’altro. La cura prende così una forma concreta. È attenzione alla fragilità altrui, capacità di riconoscerne la forza senza chiedere che smetta di essere fragile.
Questa disponibilità incontra il proprio limite in “Canto delle tradite”, dove l’esperienza della ferita diventa corale. La chiusa è particolarmente significativa:
e piangeranno sbiadite
stanche d’essere credute madri.
“Sbiadite” suggerisce un lento consumo della presenza, come se il dolore avesse sottratto colore e riconoscibilità. Ma è l’ultimo verso a rendere più netta la denuncia: queste donne sono esauste di un ruolo che le vuole sempre pronte ad accogliere, comprendere e perdonare.
Il testo interroga una relazione diseguale, nella quale la donna viene cercata come riparo e poi lasciata sola con le conseguenze. La maternità, qui, diventa una funzione imposta all’amore. La sorellanza nasce dal riconoscimento di questa stanchezza condivisa, dalla possibilità di darle finalmente voce.
La raccolta amplia poi lo sguardo oltre la dimensione privata. In “Bimbo scalzo”, Cervone scrive:
Piange il bimbo scalzo sul selciato traforato
le metafore di vita non lo sfamano:
È un passaggio che mette la poesia stessa sotto esame. Di fronte alla fame e alla violenza, la bellezza del linguaggio incontra un limite materiale: nessuna metafora può nutrire un bambino. Il verso chiede alla parola di ricordare questo limite, di assumere una responsabilità verso ciò che racconta.
Il componimento segue le conseguenze dell’orrore sull’infanzia, mostrando come la violenza ricevuta possa trasformarsi in altra violenza. L’appello alla pace nasce da questa consapevolezza: occorre interrompere la trasmissione dell’odio, restituendo ai bambini protezione e possibilità di futuro.
Sul piano formale, Cervone alterna versi brevi, pause marcate, testi più distesi e prose poetiche. Rime e richiami sonori affiorano con libertà; le immagini si addensano talvolta fino a rendere la lettura più impegnativa. I momenti più persuasivi sono quelli in cui un oggetto concreto — un armadio, una fotografia, un piatto di minestra — sostiene l’emozione e le dà una misura riconoscibile.
In Tre di notte, il titolo del libro trova inoltre una realizzazione concreta nell’intreccio con i versi di Max Condreas e Pasquale Vaudo. La pluralità diventa pratica di scrittura: la pagina ospita altre voci, ne accoglie il ritmo e costruisce uno spazio condiviso. L’appendice “Alcova”, poemetto contro la violenza di genere articolato in tre voci e un narratore, porta questa apertura verso una testimonianza drammatica.
La forza di Dialogo a più suoni risiede nella tensione tra il desiderio di amare e la necessità di riconoscere ciò che ferisce. Sandra Cervone dà spazio a entrambe le esigenze. La sua tenerezza conosce il disinganno, attraversa la rabbia, cerca alleanze: proprio per questo acquista spessore e diventa una forma consapevole di resistenza.
Alla fine, resta la sensazione di aver attraversato una casa abitata: ogni voce ha lasciato una traccia, ogni assenza ha trovato una parola. Sandra Cervone ci accompagna fin dove il dolore incontra un gesto di cura e la memoria torna a farsi presenza. E quando il libro si chiude, quei suoni continuano a cercarci: somigliano al mare, che porta sulla riva ciò che credevamo perduto, e alla voce di qualcuno che, conoscendo le nostre ferite, sceglie di restare.
Rita Nappi

Sandra Cervone
Giornalista pubblicista dal 1992, è nata e risiede a Gaeta dal 1961.
Ha collaborato con il quotidiano Il Messaggero, redazione di Latina e curato l’Ufficio Stampa di numerose manifestazioni culturali per conto del Comune di Gaeta e di varie Associazioni ed Enti del territorio.
Presidente dell’Associazione Culturale e Casa Editrice deComporre, svolge attività di volontariato come addetto stampa presso la Breast Unit del Santa Maria Goretti di Latina. Ha all’attivo numerose raccolte di versi e racconti. Da menzionare, per quanto riguarda la narrativa: Oltre. Racconti del probabile (2013), Come una conchiglia (2015) e Tre di numero (2022), tutti pubblicati con deComporre Edizioni.
Per la Poesia, invece, ricordiamo: Storia di un amore impossibile (Lalli Editore, 1989); Airone (Cultura Duemila Editrice, 1989); Sognando Taiwan (Cultura Duemila Editrice, 1990); Andromaca e le altre (Firenze Libri, 1997); Ali (Edizioni Il Filo, 2003); Di petali la luna (Giulio Perrone Editore, 2010); La luna e il tempo (La Stanza del Poeta, 2010); A ridosso del mio incendio (Giulio Perrone Editore, 2012); Cantico Rupestre (deComporre Edizioni, 2020); L’aurora (deComporre Edizioni, 2022); Rotta verso l’Oltre (deComporre Edizioni, 2025). Questi ultimi due volumi condivisi con gli autori Max Condreas e Pasquale Vaudo.
È tra i fondatori del Movimento Nazionale dei Poeti Viandanti.
Ha ottenuto riconoscimenti per l’attività giornalistica, vinto concorsi letterari e fatto parte di Giurie in varie zone d’Italia. Intensa la sua attività di promotrice culturale nel Golfo di Gaeta oltre che collaboratrice di siti, testate giornalistiche online e ultimamente conduttrice del programma radiofonico via web Solo l’amore fa bello il mondo (www.onlyclassics.it) con cui diffonde il verbo poetico nell’etere.





















