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RITA NAPPI su ‘DIALOGO A PIÙ SUONI’ di SANDRA CERVONE: LA TENEREZZA CHE RESISTE

Rita Nappi su Dialogo a più suoni di Sandra Cervone, deComporre Edizioni, Gaeta, 2025

La Tenerezza che resiste


In Dialogo a più suoni, pubblicato da deComporre Edizioni, Sandra Cervone costruisce una poesia di relazioni: con le persone amate, con chi ha lasciato una ferita, con le figure che la memoria continua a interrogare. La sua voce attraversa il dolore senza assumere un’unica posizione: sa essere accogliente e aspra, desiderante e disincantata. È proprio questa oscillazione a dare movimento alla raccolta, nella quale la tenerezza viene continuamente messa alla prova.

Le quattro sezioni — Sorelle di vento, Signor Nessuno, Dialogo a più suoni e Tre di notte — delineano un percorso che dalla sorellanza passa attraverso la delusione amorosa, si apre alla responsabilità collettiva e approda alla condivisione poetica. Mare, vento, fiori e luce costituiscono un vocabolario ricorrente, capace di accogliere tanto la dolcezza quanto il turbamento.

Una delle chiavi di lettura più incisive si trova in “Rivalsa”:

Rivalsa”: dare un nuovo nome al dolore

Spesso l’ho chiamata tristezza
non conoscendone il nome reale
poi mi ha sussurrato ebbrezza
e ho riposto lumi sotto cumuli di speranza.

Ora che gli affanni
fanno rima con gli anni
ho ritrovato una possibile rivalsa
e l’ho chiamata tenerezza

senza più inganni!

In “Rivalsa”, Sandra Cervone racconta un cambiamento nel modo di comprendere la propria esperienza. Il gesto centrale della poesia è quello di nominare: “l’ho chiamata”, “il nome reale”, “l’ho chiamata tenerezza”. Dare un nome significa riconoscere ciò che si prova, ma anche accorgersi che una definizione precedente poteva essere incompleta.

L’apertura, “Spesso l’ho chiamata tristezza”, introduce infatti un’incertezza. Il pronome “l’” lascia inizialmente senza un’identità precisa l’esperienza evocata: potrebbe essere una condizione interiore, un sentimento, una parte della vita. Questa indeterminatezza permette al lettore di entrarvi attraverso il proprio vissuto. Il verso successivo, “non conoscendone il nome reale”, suggerisce che anche le emozioni più familiari possano custodire qualcosa che ancora non sappiamo comprendere.

“Poi mi ha sussurrato ebbrezza” dà a quell’esperienza una voce. Il verbo “sussurrare” rende la scoperta intima e graduale: qualcosa si lascia ascoltare senza imporsi. Il richiamo sonoro fra “tristezza” ed “ebbrezza” avvicina due stati apparentemente lontani, mostrando quanto possano essere mobili i confini del sentire.

Più complessa è l’immagine dei “lumi sotto cumuli di speranza”. La luce viene riposta, custodita, ma anche coperta. La speranza assume un peso e un volume: quei “cumuli” possono proteggere una possibilità di gioia oppure nasconderla sotto troppe attese. Il verso mantiene questa ambivalenza e impedisce di leggere la prima strofa come una semplice liberazione dal dolore.

Con “Ora” si apre il tempo della consapevolezza presente. “Gli affanni / fanno rima con gli anni” è il punto nel quale significato e forma coincidono: le due parole rimano davvero, rendendo udibile il legame fra il passare del tempo e le prove attraversate. La brevità dei versi concentra questa constatazione, dandole un tono insieme amaro e familiare.

La svolta arriva con la “possibile rivalsa”. L’aggettivo “possibile” è essenziale: l’autrice non proclama una vittoria definitiva, ma riconosce una strada praticabile. E la parola scelta per questa strada è “tenerezza”. Il titolo preparava il lettore a un riscatto; il testo lo conduce verso la capacità di conservare sensibilità dopo la delusione.

“Tenerezza” riprende inoltre il suono di “tristezza” ed “ebbrezza”, completando una trasformazione che attraversa l’intera poesia. Le tre parole si somigliano all’orecchio, mentre segnano modi diversi di abitare l’esperienza.

Il verso finale, isolato, “senza più inganni!”, introduce però una condizione precisa. La tenerezza raggiunta vuole essere lucida: capace di affetto, ma consapevole di ciò che ha ferito. L’esclamazione dà fermezza alla chiusa e lascia affiorare una decisione.

La bellezza di “Rivalsa” sta in questa conquista misurata. Il dolore non viene cancellato: cambia il rapporto che la voce poetica intrattiene con esso. Dopo tanti affanni, chiamare il proprio riscatto “tenerezza” significa riconoscersi ancora capaci di sentire, senza rinunciare alla verità.

Più inquieta e complessa è “Foto di mamma al mare nel lontano 1950”, tra le poesie più intense della raccolta:

Rovisto allora in grandi e perduti armadi:
un briciolo di tepore ancora intatto
e trovo fili di biondo rame
come di risentimento.

La fotografia non restituisce un passato pacificato. Riporta alla superficie un rapporto nel quale il bisogno di calore convive con qualcosa di irrisolto. Gli armadi diventano luoghi della memoria: custodiscono tracce, ma il gesto di rovistare suggerisce una ricerca faticosa, senza garanzia di ritrovamento.

Il “briciolo” misura la preziosità e insieme la scarsità del tepore cercato. I “fili di biondo rame” offrono un’immagine luminosa, subito incrinata dal risentimento. Cervone lascia coesistere queste emozioni senza scioglierle in una spiegazione definitiva. La madre resta una presenza amata e interrogata; il ricordo conserva anche ciò che ancora punge.

In “A te che sei forte”, dedicata a Rita Nappi, la relazione assume invece la forma del riconoscimento:

Dietro la debolezza
custodisci artigli di temeraria tenerezza

Gli “artigli” introducono una forza vigile, capace di difendersi; la “tenerezza” ne modifica il significato, mentre “temeraria” attribuisce alla sensibilità un coraggio rischioso. La vicinanza sonora tra “debolezza” e “tenerezza” lega ciò che il pensiero comune tende a separare.

La poesia prosegue attraverso immagini di cucitura e ricamo: offrire ascolto e parola diventa un lavoro paziente, compiuto tra uno spiraglio e l’altro. La cura prende così una forma concreta. È attenzione alla fragilità altrui, capacità di riconoscerne la forza senza chiedere che smetta di essere fragile.

Questa disponibilità incontra il proprio limite in “Canto delle tradite”, dove l’esperienza della ferita diventa corale. La chiusa è particolarmente significativa:

e piangeranno sbiadite
stanche d’essere credute madri.

“Sbiadite” suggerisce un lento consumo della presenza, come se il dolore avesse sottratto colore e riconoscibilità. Ma è l’ultimo verso a rendere più netta la denuncia: queste donne sono esauste di un ruolo che le vuole sempre pronte ad accogliere, comprendere e perdonare.

Il testo interroga una relazione diseguale, nella quale la donna viene cercata come riparo e poi lasciata sola con le conseguenze. La maternità, qui, diventa una funzione imposta all’amore. La sorellanza nasce dal riconoscimento di questa stanchezza condivisa, dalla possibilità di darle finalmente voce.

La raccolta amplia poi lo sguardo oltre la dimensione privata. In “Bimbo scalzo”, Cervone scrive:

Piange il bimbo scalzo sul selciato traforato
le metafore di vita non lo sfamano:

È un passaggio che mette la poesia stessa sotto esame. Di fronte alla fame e alla violenza, la bellezza del linguaggio incontra un limite materiale: nessuna metafora può nutrire un bambino. Il verso chiede alla parola di ricordare questo limite, di assumere una responsabilità verso ciò che racconta.

Il componimento segue le conseguenze dell’orrore sull’infanzia, mostrando come la violenza ricevuta possa trasformarsi in altra violenza. L’appello alla pace nasce da questa consapevolezza: occorre interrompere la trasmissione dell’odio, restituendo ai bambini protezione e possibilità di futuro.

Sul piano formale, Cervone alterna versi brevi, pause marcate, testi più distesi e prose poetiche. Rime e richiami sonori affiorano con libertà; le immagini si addensano talvolta fino a rendere la lettura più impegnativa. I momenti più persuasivi sono quelli in cui un oggetto concreto — un armadio, una fotografia, un piatto di minestra — sostiene l’emozione e le dà una misura riconoscibile.

In Tre di notte, il titolo del libro trova inoltre una realizzazione concreta nell’intreccio con i versi di Max Condreas e Pasquale Vaudo. La pluralità diventa pratica di scrittura: la pagina ospita altre voci, ne accoglie il ritmo e costruisce uno spazio condiviso. L’appendice “Alcova”, poemetto contro la violenza di genere articolato in tre voci e un narratore, porta questa apertura verso una testimonianza drammatica.

La forza di Dialogo a più suoni risiede nella tensione tra il desiderio di amare e la necessità di riconoscere ciò che ferisce. Sandra Cervone dà spazio a entrambe le esigenze. La sua tenerezza conosce il disinganno, attraversa la rabbia, cerca alleanze: proprio per questo acquista spessore e diventa una forma consapevole di resistenza.

Alla fine, resta la sensazione di aver attraversato una casa abitata: ogni voce ha lasciato una traccia, ogni assenza ha trovato una parola. Sandra Cervone ci accompagna fin dove il dolore incontra un gesto di cura e la memoria torna a farsi presenza. E quando il libro si chiude, quei suoni continuano a cercarci: somigliano al mare, che porta sulla riva ciò che credevamo perduto, e alla voce di qualcuno che, conoscendo le nostre ferite, sceglie di restare.

Rita Nappi


Sandra Cervone

Giornalista pubblicista dal 1992, è nata e risiede a Gaeta dal 1961.

Ha collaborato con il quotidiano Il Messaggero, redazione di Latina e curato l’Ufficio Stampa di numerose manifestazioni culturali per conto del Comune di Gaeta e di varie Associazioni ed Enti del territorio.

Presidente dell’Associazione Culturale e Casa Editrice deComporre, svolge attività di volontariato come addetto stampa presso la Breast Unit del Santa Maria Goretti di Latina. Ha all’attivo numerose raccolte di versi e racconti. Da menzionare, per quanto riguarda la narrativa: Oltre. Racconti del probabile (2013), Come una conchiglia (2015) e Tre di numero (2022), tutti pubblicati con deComporre Edizioni.
Per la Poesia, invece, ricordiamo: Storia di un amore impossibile (Lalli Editore, 1989); Airone (Cultura Duemila Editrice, 1989); Sognando Taiwan (Cultura Duemila Editrice, 1990); Andromaca e le altre (Firenze Libri, 1997); Ali (Edizioni Il Filo, 2003); Di petali la luna (Giulio Perrone Editore, 2010); La luna e il tempo (La Stanza del Poeta, 2010); A ridosso del mio incendio (Giulio Perrone Editore, 2012); Cantico Rupestre (deComporre Edizioni, 2020); L’aurora (deComporre Edizioni, 2022); Rotta verso l’Oltre (deComporre Edizioni, 2025). Questi ultimi due volumi condivisi con gli autori Max Condreas e Pasquale Vaudo.

È tra i fondatori del Movimento Nazionale dei Poeti Viandanti.

Ha ottenuto riconoscimenti per l’attività giornalistica, vinto concorsi letterari e fatto parte di Giurie in varie zone d’Italia. Intensa la sua attività di promotrice culturale nel Golfo di Gaeta oltre che collaboratrice di siti, testate giornalistiche online e ultimamente conduttrice del programma radiofonico via web Solo l’amore fa bello il mondo (www.onlyclassics.it) con cui diffonde il verbo poetico nell’etere.

LA CITTÀ E LA MEMORIA: L’UNIVERSO POETICO DI GORDIANO LUPI – di YULEISY CRUZ LEZCANO

La città e la memoria: l’universo poetico di Gordiano Lupi

su La città del ferro di Gordiano Lupi, Il Foglio Letterario edizioni, Piombino (LI), 2025


di Yuleisy Cruz Lezcano

La città del ferro di Gordiano Lupi, pubblicata da Edizioni Il Foglio, è una raccolta poetica profondamente radicata nella storia sentimentale, sociale e paesaggistica di Piombino, capace di oltrepassare i confini della dimensione locale per assumere un significato più ampio, universale.

Il volume, giunto nel 2025 alla sua terza edizione, ha ottenuto un importante riconoscimento nell’ambito della poesia contemporanea, risultando tra i tre finalisti della 41ª edizione del Premio Nazionale di Poesia Caput Gauri, nella sezione dedicata alle opere edite, e classificandosi poi al terzo posto nella graduatoria finale. Questo dato non è marginale, perché conferma come la vicenda poetica di una città industriale, con le sue contraddizioni, le sue ferite e la sua memoria, possa diventare materia letteraria capace di parlare anche al di là del territorio nel quale è nata.

Già il titolo, La città del ferro, contiene la chiave interpretativa dell’intera opera. Il ferro non è soltanto la materia prima dell’industria siderurgica piombinese, né l’altoforno, rappresenta semplicemente una struttura produttiva: ferro, acciaio, ciminiere e fabbrica diventano progressivamente simboli della storia, del lavoro, della trasformazione economica e sociale, ma anche del tempo che consuma ogni cosa.
L’acciaio, per sua natura resistente e durevole, appare nella raccolta come una materia destinata tuttavia a conoscere la corrosione, l’abbandono e la fine. La sua apparente eternità viene smentita dal trascorrere degli anni. Per questo l’altoforno diventa una sorta di grande metafora dell’esistenza umana, perché anche ciò che sembra costruito per durare è sottoposto alla legge inesorabile della trasformazione.

La nota di Stefano Tamburini, riportata nella parte posteriore della copertina, offre una prima, efficace, chiave di lettura quando definisce la raccolta come «la migliore foto del tempo vissuto» e individua in essa quella «dolcezza amara» che nasce dalla memoria dell’altoforno. La definizione è particolarmente felice perché l’intero libro vive proprio della compresenza di due sentimenti apparentemente contraddittori: da una parte la dolcezza del ricordo, dell’infanzia, dei luoghi conosciuti, della comunità e della propria terra; dall’altra, l’amarezza per ciò che è stato perduto, per le illusioni infrante, per una stagione industriale che ha lasciato dietro di sé ferite ambientali e sociali. La «dolcezza amara» è quindi, prima ancora che una definizione critica, una vera e propria ‘poetica’ dell’autore. È l’ossimoro che sintetizza il rapporto di Lupi con il proprio passato.

La raccolta si apre significativamente con Immaginate, una poesia che assume quasi il valore di un manifesto programmatico. L’imperativo «Immaginate» viene ripetuto più volte e produce un’evidente anafora, conferendo al componimento un andamento corale e quasi liturgico. Il lettore viene invitato a compiere un esercizio di immaginazione: «Immaginate una terra senza altoforno». L’operazione poetica è subito chiara: l’autore prende il simbolo più potente della propria città industriale e prova a immaginarne l’assenza.

Il verso «niente mare avvelenato sotto di noi, / sopra di noi soltanto il cielo azzurro» costruisce una contrapposizione verticale fra il mare e il cielo, fra una natura contaminata e una natura ancora associata alla purezza. La struttura è semplice, ma l’immagine possiede una forte valenza simbolica. Sotto l’uomo vi è il mare, elemento vitale compromesso dall’inquinamento; sopra di lui il cielo azzurro, immagine di libertà, apertura e speranza. La poesia si muove, dunque, continuamente tra realtà e desiderio, tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere. L’espressione «una terra / intrisa di sogni e bellezza» introduce una metafora di particolare efficacia. Il verbo «intrisa», appartenente al campo semantico dei liquidi, attribuisce ai sogni e alla bellezza una consistenza quasi materiale: la terra sembra poterli assorbire fino a esserne completamente permeata. L’utopia non è quindi presentata come un concetto astratto, ma come una sostanza capace di penetrare il territorio e trasformarlo.

La poesia procede poi verso una dimensione sociale e politica: «Immaginate una terra senza padroni». La critica dell’industria si allarga così alla critica dei rapporti di potere. La fabbrica non è soltanto il luogo nel quale si produce acciaio, ma anche lo spazio nel quale si incontrano lavoro, profitto, gerarchie, conflitto e rischio. Il verso «niente per cui morire in fabbrica» concentra, in poche parole, una drammatica esperienza collettiva. Lupi non ha bisogno di costruire una lunga argomentazione: è sufficiente quell’espressione perché la fabbrica perda ogni neutralità e divenga il luogo simbolico della fatica e della morte.

Ma Immaginate non è una poesia di pura denuncia. La sua struttura procede verso la speranza. «Forse sono un sognatore / ma non sono il solo» trasforma la voce individuale in voce collettiva. È importante il passaggio dall’io al noi: il poeta non vuole essere un visionario isolato, ma cerca una comunità capace di condividere un diverso modo di concepire il territorio. La ripetizione del refrain «questa terra sarà florida» conferisce al testo un ritmo di speranza, quasi una formula rituale. L’utopia non è data per certa, ma viene affidata alla possibilità del futuro.
In questa poesia è già contenuta una delle grandi tensioni dell’intera raccolta: il rapporto tra la memoria di ciò che è stato e l’immaginazione di ciò che potrebbe essere. Lupi non si limita a commemorare la vecchia Piombino industriale, ma si interroga sulla possibilità di una nuova identità della città.
Se Immaginate rappresenta l’apertura verso il possibile, Arcobaleno introduce invece il tema dell’epifania della bellezza. «Quando un arcobaleno / inonda il mattino / di luce inconsueta / non sperata improvvisa,/ trascolora d’un tratto la città», l’arcobaleno irrompe improvvisamente nella realtà quotidiana e la trasforma. Il verbo «trascolora» è particolarmente significativo, perché suggerisce non una semplice variazione cromatica, ma una metamorfosi dello spazio urbano. La città industriale, tradizionalmente associata al grigio dell’acciaio e delle ciminiere, viene attraversata dalla luce e dal colore. L’arcobaleno diventa così figura simbolica della possibilità di una rinascita. Tuttavia, la luce non cancella il passato. Subito dopo l’apparizione luminosa, emergono «sogni perduti» e «illusioni infrante / su passato acciaio». Il sintagma «passato acciaio» concentra in sé una grande quantità di significati: l’acciaio è la materia concreta della fabbrica, ma è anche la materia metaforica di una memoria collettiva. Su quella materia si sono infranti sogni e illusioni. La luce dell’arcobaleno, quindi, non è consolazione facile: illumina la ferita senza eliminarla. Questa compresenza di bellezza e dolore costituisce uno dei tratti più autentici della poesia di Lupi. La speranza non nasce dalla negazione del passato, ma dalla capacità di guardarlo con occhi nuovi. È proprio questo che rende particolarmente pertinente la definizione di «dolcezza amara»: la bellezza esiste, ma porta con sé la consapevolezza della perdita.

Il tema della soggettività e della memoria diventa ancora più intenso in Forse le mie parole. «Forse le mie parole non sono identiche / per tutti, cambia il suono, l’odore, il sentimento». Questi versi costituiscono quasi una dichiarazione di poetica. La realtà non è identica per tutti, perché ogni individuo la attraversa con la propria memoria e la propria sensibilità. Il paesaggio è filtrato dall’esperienza. «La mia notte affacciata tra mare e stelle / cambia prospettiva al tramonto» è un’immagine nella quale lo spazio geografico si trasforma in spazio interiore. Mare e stelle diventano coordinate dell’anima. Ancora più intensa è la serie «i miei alberi sconfitti, / le mie palme, i giardini solatii della città, / le piazze deserte che non guardo». L’aggettivo sconfitti, riferito agli alberi, costituisce una personificazione: la vegetazione viene investita della condizione umana della sconfitta. Gli alberi condividono idealmente il destino del poeta e della città. Anche la «strada del mio passato» è una potente metafora del tempo. La strada normalmente implica movimento, viaggio, direzione; qui, invece, è una strada che il poeta non percorre più. Il passato è quindi contemporaneamente vicino e irraggiungibile. Esiste nella memoria ma non può essere fisicamente ripercorso.

Particolarmente suggestiva è l’immagine delle «stelle madide / di pioggia, come foglie di tiglio / nella piazza del ricordo». La similitudine trasforma il cielo in un paesaggio terrestre e le stelle in foglie bagnate. È un’immagine quasi onirica, nella quale gli elementi naturali vengono continuamente scambiati e sovrapposti. La «piazza del ricordo» è a sua volta una metafora spaziale della memoria: il ricordo viene concepito come un luogo concreto, percorribile mentalmente, abitato da immagini e assenze. Il verso conclusivo, «Piango», dopo una sequenza di immagini e metafore, appare volutamente spoglio. La parola poetica raggiunge qui una forma di essenzialità assoluta: dopo aver costruito il paesaggio della memoria, il poeta ne rivela finalmente la conseguenza emotiva.

Se esiste un componimento nel quale il simbolismo dell’acciaio raggiunge una delle sue forme più compiute, questo è Viaggio al termine dell’acciaio. Già il titolo è significativo e sembra evocare, per sostituzione, il celebre Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. Lupi sostituisce la «notte» con l’«acciaio», trasformando così il viaggio esistenziale in un viaggio attraverso la fine della civiltà industriale. La poesia si apre con una successione di immagini che accostano la natura e la fabbrica: «Brughiera maremmana / sfiorita nei meriggi estivi, / centrale in disarmo, / sterpi, ciminiere di mare / confuse tra paludi e falchi, / aironi e cavalieri, fenicotteri rosa». L’accumulazione nominale costruisce un paesaggio quasi cinematografico. Le immagini si susseguono rapidamente, come in una serie di inquadrature. Da una parte compaiono la centrale, le ciminiere e gli sterpi; dall’altra gli aironi, i falchi, i cavalieri e i fenicotteri rosa. Il paesaggio industriale e quello naturale entrano in collisione, ma contemporaneamente iniziano a fondersi.

La «centrale in disarmo» è il segno concreto di una civiltà produttiva che ha perso la propria funzione. Le ciminiere, un tempo simboli di potenza, diventano reperti di un passato industriale. La natura, intanto, avanza: paludi e uccelli circondano ciò che rimane dell’industria. Non è però una semplice opposizione tra natura buona e industria cattiva. La poesia è più complessa, perché riconosce il ruolo identitario della fabbrica e, contemporaneamente, ne registra la fine. Straordinaria è la personificazione contenuta nei versi «Fabbrica silenziosa che piange / lacrime di pitosforo». La fabbrica diventa un essere umano capace di piangere. Ma le sue lacrime sono «di pitosforo», dunque sono lacrime vegetali. È come se la natura avesse sostituito il linguaggio della produzione con quello della crescita. Dove un tempo vi erano fumo, fuoco, rumore e metallo, ora compaiono foglie, fiori e silenzio.
Anche l’immagine della fabbrica che «sogna un’agave spinosa» porta avanti questa metamorfosi. L’edificio industriale viene dotato di una coscienza e di un desiderio. La fabbrica sogna la natura, quasi volesse liberarsi della propria identità precedente.

L’immagine è insieme malinconica e sorprendentemente vitale: la rovina non è soltanto morte, ma possibilità di trasformazione. Il verso «l’ombra d’un fiume / che scorre e ricorda» attribuisce infine al paesaggio una funzione memoriale. Anche il fiume diviene soggetto del ricordo. La memoria non appartiene più soltanto all’uomo: sembra diffondersi nella natura stessa. Il paesaggio conserva ciò che gli uomini rischiano di dimenticare. La conclusione, «per noi che viviamo / con l’Elba negli occhi», restituisce però alla poesia la sua precisa identità geografica. L’Elba non è soltanto una presenza del paesaggio toscano, ma diventa una presenza interiore. «Avere negli occhi» un luogo significa portarlo dentro di sé, trasformarlo in una parte della propria identità. Piombino e il suo mare cessano così di essere semplici coordinate geografiche e diventano elementi costitutivi dell’io.

La raccolta raggiunge il suo punto più intimamente autobiografico nella poesia Quel che sono, posta significativamente nella parte finale del volume. Qui il poeta compie un bilancio della propria esistenza: «Certo lo so che son quasi alla fine; / che ogni cosa vista è già vissuta; / che resto inerme e penso al mio passato». L’insistenza della congiunzione «che» produce una lunga anafora sintattica e un effetto di accumulazione. Sembra di assistere a un inventario dell’esistenza, nel quale ogni verso aggiunge una nuova consapevolezza. Il tempo appare ormai come una realtà irreversibile. «Acqua non scorre sotto vecchi ponti» è un proverbiale richiamo all’impossibilità del ritorno, mentre «cerco il vecchio col vestito nuovo» sintetizza il desiderio umano di conservare ciò che è stato, adattandolo al presente. Il poeta sa però che questa operazione è impossibile o almeno imperfetta. Non è possibile comprendere completamente la propria «essenza», né sfuggire all’avvicinarsi della vecchiaia. Eppure la poesia non si conclude nella disperazione. L’ultimo verso parla di «ritagli di luce e speranza». La metafora della luce, già presente in Arcobaleno, ritorna qui in forma più fragile e intimista. Non si tratta di una luce assoluta, ma di «ritagli»: frammenti, piccoli spazi luminosi ritagliati all’interno di un’esistenza segnata dalla consapevolezza della fine. Proprio questa dimensione frammentaria rende la speranza credibile. Lupi non propone una redenzione facile; cerca semplicemente, come afferma, piccoli frammenti di luce. Da questo punto di vista, Quel che sono dialoga profondamente con Immaginate. La prima poesia guarda verso una terra futura, liberata dall’altoforno, dall’inquinamento e dai rapporti di potere; l’ultima guarda invece verso l’interno dell’individuo, verso la vecchiaia, il passato e la consapevolezza della fine. All’inizio domina l’imperativo dell’immaginazione; alla fine domina la confessione. Tra i due estremi si sviluppa il viaggio poetico dell’intera raccolta.

Yuleisy Cruz Lezcano


Immaginate

Immaginate una terra senza altoforno,

se ci provate è facile,

niente mare avvelenato sotto di noi,

sopra di noi soltanto il cielo azzurro.

Immaginate una terra

intrisa di sogni e bellezza.

Immaginate una terra senza padroni,

non è difficile farlo,

niente per cui morire in fabbrica,

neppure religione e politica.

Immaginate una terra dove si viva in pace.

Forse sono un sognatore

ma non sono il solo.

Spero un giorno vi unirete a noi

e questa terra sarà florida.

Immaginate tutto condiviso,

mi domando se sarà possibile

senza ambizioni di potere,

soltanto il nostro mare

soffuso di verde bellezza.

Forse sono un sognatore

ma non sono il solo.

Spero un giorno vi unirete a noi

e questa terra sarà florida.


La luna sulla spiaggia di Salivoli

(a Gabriele Galloni)

La luna sulla spiaggia di Salivoli

illumina la notte proletaria

tra il centro commerciale

e le case popolari che un poeta

di vent’anni avrebbe amato,

come Pasolini, se avesse avuto

modo di vederle, tra pascoliani

enjambement della memoria.

Se ci fosse dato più tempo

nella vita, potremmo riscattare

fallimenti, comporre poesia

leggendo etichette commerciali,

trascurando politici discorsi

buoni per campagna elettorale.

La luna sulle case popolari

motivo di vita, Gabriele,

anche per me che i sessanta

li ho passati, chissà come,

senza meriti e un perché;

come vedi ancora scrivo,

come il poeta, pago debiti

e illusioni, mentre rileggo

versi ed emozioni in fondo

a via Cavalleggeri, tra palazzi

chiamati lombriconi, teoria di case

popolari, periferia

del mondo e d’un quartiere,

tra spiaggia e sogno, tra altiforni

e altrove, tra la sconfitta e il nulla.


Adesso

Adesso la città è un condensato

di tutte le sconfitte che ho subito;

da questa tamerice appassionata

ho visto tramonti, lune congelate,

su questa panchina ho atteso invano.

Il passato che ormai sfuma nell’oggi,

porta nuove storie, passi nascosti

nel chiarore della sera, passi

dimenticati, persi in un labirinto.

Nella città crepuscolare e grigia

attendo un ricordo mattutino;

tra queste mura, queste vie annerite

la mia ombra svanirà leggera.

unito a queste strade appassionate

è il mio cuore vestito di timore.


Forse le mie parole

Forse le mie parole non sono identiche

per tutti, cambia il suono, l’odore, il sentimento;

la mia notte affacciata tra mare e stelle

cambia prospettiva al tramonto.

Se è identica notte non posso saperlo

ma sono i miei alberi sconfitti,

le mie palme, i giardini solatii della città,

le piazze deserte che non guardo.

Strada del mio passato che non percorro

inconsapevole del suo destino,

inseguo la mia notte tra stelle madide

di pioggia, come foglie di tiglio

nella pazza del ricordo. E piango.

Gordiano Lupi


Gordiano Lupi

Nasce a Piombino nel1960. Collabora con Futuro Europa, Inkroci, Niederngasse, La Folla del XXI Secolo, Qui News Valdicornia, Planet Ghost e altre riviste. Dirige Il Foglio Letterario Edizioni. Traduce gli scrittori cubani Alejandro Torreguitart Ruiz, Felix Luis Viera, Zoé Valdés, Heberto Padilla e Guillermo Cabrera Infante. Tra i molti lavori editi, ricordiamo: Nero Tropicale, Cuba Magica, Un’isola a passo di son – viaggio nel mondo della musica cubana, Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, Almeno il pane Fidel, Mi Cuba, Fellini – A cinema greatmaster, Fame – Una terribile eredità, Storia del cinema horror italiano in cinque volumi, Soprassediamo! – Franco & Ciccio Story. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). I suoi romanzi più importanti: Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino, Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano e Sogni e altiforni – Piombino Trani senza ritorno (presentati al Premio Strega 2014, 2016, 2019). Libri recenti, giugno 2022 e giugno 2023, con il fotografo Riccardo Marchionni: Amarcord Piombino – vol. 1 – I ragazzi di via Gaeta e Mi rammento Piombino – Tanta bellezza non la catturerai (Amarcord Piombino vol.2). Nel 2024 ha pubblicato Il fantasma di Alessandro Appiani. Nel 2025 ha dato alle stampe Parlavamo alla piombinese, modi di dire e linguaggio della Val di Cornia, seguito da Continuavamo a parlare alla piombinese (2026). Per la poesia ha pubblicato La città del ferro (2023) – finalista al Caput Gauri 2025, Terzo al Pascoli di Barga e al Città di Massa. Lavori recenti a tema cinematografico: Storia della Commedia sexy in due volumi, Gloria Guida, il sogno biondo di una generazione, Tutto Avati – Il cinema di Pupi Avati, Il cinema rovente di Umberto Lenzi e Il cinema dei fratelli Vanzina, Quel ragazzo della curva B – Nino D’Angelo movie (con Fabio Izzo), Fazzoletti e cinema – Il lacrima movie, Il futuro è già passato – Il cinema di Ettore Scola (con Domenico Palattella). Blog personale: http://gordianol.blogspot.it/. Pagine web: www.gordianolupi.it.

SEGNALAZIONI – MASSIMILIANO VERNACCHIA, LA FELICITÀ E NON CAPIRLO – GUIDA EDITORI 2026

In La felicità e non capirlo, il poeta attraversa il confine sottile tra solitudine e appartenenza, tra il desiderio di scomparire e la necessità di essere visto. La figura del poeta emerge come un essere inquieto e visionario, sospeso tra dolore e meraviglia, costantemente alla ricerca di un senso che si manifesta nell’incontro con l’altro.

L’amore diventa il luogo privilegiato di questa ricerca: un approdo e insieme un viaggio. Il corpo amato si trasforma in paesaggio, geografia dell’anima e mappa del mondo; gli occhi dell’altro diventano specchi in cui riconoscersi, mentre il desiderio assume i tratti di una preghiera laica, intensa e carnale. Nei versi, la natura accompagna ogni esperienza umana: aironi, cirri, colline, mare e stagioni dialogano con i sentimenti, offrendo immagini di leggerezza, rinascita e transitorietà.

Tra l’aspirazione all’eterno e la consapevolezza della fragilità, ogni istante condiviso si carica di un valore assoluto: un attimo d’amore può concedere l’immortalità, un mattino può avere il sapore di casa, una carezza può diventare una forma di fede. Eppure tutto resta in movimento, come nubi di passaggio che sostano brevemente prima di riprendere il loro cammino. Una raccolta che celebra la bellezza dell’incontro umano e la continua ricerca di sé attraverso l’amore, il corpo e il paesaggio, accettando la precarietà dell’esistenza come parte della sua stessa meraviglia.


Aree di servizio

Servono aree di servizio per ristorare l’anima,

asciugare una lacrima.

Servono i paesi da dove partimmo,

ambiziosi, sognatori impauriti.

Terra lieve come l’aria, ricordi, tradizioni, i nonni,

gli sguardi.

Pane e sugo, il pranzo della domenica, primi amori

sognati.

Piedi nudi nel terreno per riconnetterti alle nubi.

Paglia intrecciata, Santo patrono,

quel silenzio buono,

acqua limpida e tepore.

Abbiamo disperatamente bisogno

del fazzoletto di terra chiamato amore,

dove far star l’anima a riposare.


Sacro

C’è qualcosa di sacro qui, giuro.

Vicoli dimenticati, nuvole bianche,

alberi silenziosi che danzano innamorati.

Nelle mani spaccate dei contadini,

sono fiorite ferite fertili e profonde.

Li sgorga la sacralità.

Mani, rughe, onde aride segnate,

crepe estive del terreno dell’anima scavate,

sorriso che sanguina e mai mente.

Nelle loro mani vedo le stigmate.


Abbracciami e tienimi

Strappami i sogni dalla fronte, liberami,

scuoti il mio spirito con nuove vibrazioni, riempimi.

Abbracciami, tienimi dentro,

fermo, spento, ne ho bisogno.

Racchiudi il mio cuore in una scatola,

brucialo su una graticola

nel primo falò Irpino,

tra segatura e tarli, con le mie ali e le mie armi.

Cuore infuocato su un altare sconsacrato.

Mettimi i sogni sugli occhi, la verità sanguina,

fa che non ci tocchi.

Coprili con le tue mani grandi, stringimi,

ferma emozioni e vortici.

Brucia il mio cuore in un falò Irpino, tra suoni,

canti e tanto vino.


Reinventiamoci

Non restare estraneo a ciò che ti circonda,

a osservare la vita come un’ombra;

sii protagonista.

Oggi siamo falco, neve, domani saremo vento lieve,

quercia, grano, vino, o pane.

Saremo tramonto sulla Bella Dormiente,

rinasceremo alba il giorno dopo, o cane.

Molecole in attività col cosmo noi,

non osservatori immobili e distanti.

Restando estraneo al mondo,

non ti sorprenderà il tramonto,

il cielo purpureo e quello che c’è dentro.

Ora sorprendiamoci,

reinventiamoci.


Semplicemente tu

Ho scrutato i cieli

cercando nelle stelle cadenti

stupidi desideri,

senza accorgermi delle galassie

che custodivi in tutte le tue cellule,

mentre in silenzio, accanto a me tu,

semplicemente mi guardavi.


Vedo la bellezza

Eccola la bellezza: zolle progettate dall’aratro,

uva schiacciata dal torchio, vento sul bucato,

pane appena sfornato.

Morgana sull’asfalto d’estate,

la bellezza è in un cane a zonzo al mattino presto,

è nelle feste di paese,

nelle uova fresche dentro al cesto.

Eccola la bellezza nel mare, nella foschia all’orizzonte,

nella neve senza orme che la stuprano.

Eccola la bellezza, dentro una risata.

Libera occhi e cuore,

godi di questa brezza immacolata.

Stupore.


Santo patrono

Mi vesto di bugie con sacralità.

Sono il mantello dei Santi, 

coperto d’oro votivo e dignità.

Processione di bugie, strade in festa,

Santo patrono degli stolti, io in testa,

giorni d’Agosto.

Visione antica, sudore che segna la schiena come

ferita.

Mi vesto delle mie bugie con sacralità,

festa della menzogna.

Santo Patrono coperto d’oro votivo,

di bugie e oscenità vestito.


Non è fantasia

Per scrivere, non ci vuole fantasia,

ma un dolore grande

da tirarci fuori un lutto e la follia,

esorcizzate in stanze senza finestre.

Non è fantasia, devi saperlo,

è dolore regalato a chi non sa provarlo.


Una volta 

Qui ha tremato.

Non ricordo, ma il cielo l’ha sentito.

Io e mio padre, sotto la volta di un portone,

i sogni a protezione,

il giorno del mio compleanno fu distruzione.

Festeggio; il tg ricorda i morti.

I defunti uscirono dalle bare, e i vivi ci sono entrati

animali, alle loro tane.

Da allora, noi e questa terra,

siamo un fiume senza rive,

un ponte da ricostruire,

tregua in una guerra,

tregua che tarda ad arrivare.


Primavera

Arriverà la primavera dell’anima,

nascerà nelle mie grandi mani, impavida.

Pani aperti a custodirci quando nevica.

Nascerà dalle mie zampe secche di cicogna nera,tornata in Irpinia

a nidificare di sera,

Sboccerà nella mia mente di grillo,

bocca di passero, cardillo,

in queste braccia, ali di un nibbio reale.

Germoglierà in questo petto

senza cancello o recinzione,

cuore puro di un animale.


Dove

Dove sei ora?

Dove sarai domani se non me lo domanderò?

Dove saresti stata,

se mai me lo fossi chiesto,

se mai ti avessi cercata

nelle costellazioni,

dove?


Non so dire ti amo

Non so dire ti amo.

Non so dirtelo.

Io lo scrivo, come se scrivessi una fiaba;

per raccontartelo.


Caso

Dai una possibilità alla fantasia, al destino.

Il caso, è un dono.

Nevica,

non sai perché;

sei felice.

Sbagli strada,

scopri un percorso che ti emoziona, e ridi.

La felicità è possibilità, sorpresa,

casualità, gioia inattesa.

Nevica sul cuore, sorridi,

non sai perché,

ma non senti più dolore.


Indiana irpina

Nonna era una nativa Americana-Irpina.

I suoi Canyon, erano le zolle aride dell’estate

e l’Appennino meridionale, terre dimenticate.

Zigomi alti, occhi sottili, un’Indiana Irpina.

Nonno: spiga di grano modellata dal vento, dal sole

di Luglio;

ora è intreccio di paglia del Giglio, una colonna.

Rughe bruciate dal sole prima di Maggio,

orgoglio, umiltà, coraggio.

Occhi di fame, guerre, terremoti, delusione,

sopravvissuti alla crepa di un addio,

all’emigrazione.

Libri chiusi ora, vuote le sedie, ricordo mai impolverato

che non cede.

In un vecchio camino nell’anima fiamme accese

io con loro lì, il vento fuori tace.


La felicità 

La felicità è intorno, ma non la vediamo.

Aspettative, apprensioni strette in una mano.

Esiste la felicità, giuro.

Apriamo le porte della percezione, Huxley lo diceva,

purifichiamoci, cambiamo prospettiva.

Scendiamo all’altezza di una margherita, del passo

della formica.

Scrolliamoci di dosso il lutto che l’uomo porta,

abbracciamo la felicità per una volta.

Sopravvivendo, non viviamo;

siamo respiri di rondini, ancor più piccoli, ma

esistiamo.

Per non vivere in vano, 

dobbiamo essere come il vento,

come la rondine,

dobbiamo essere grano.


Massimiliano Vernacchia

Vive a Villanova dal Battista, un paesino sulle colline Irpine. Ha 47 anni ed è alla sua terza pubblicazione di poesie.

Terria mia (Corino),Vespri della sera (auto pubblicazione), La felicità è non capirlo (Guida editori).

NOBEL PER LA LETTERATURA 2026: ANNE CARSON


Anne Carson, Vetro, ironia e Dio


Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore e del curatore, tre poesie dal libro di Anne Carson, Vetro, Ironia e Dio (a cura di Patrizio Ceccagnoli, Crocetti, Milano 2023).

La cucina

La cucina al mio arrivo è calma come un osso.

Nessun suono dal resto della casa.

Aspetto un attimo

poi apro il frigo.

Lucente come un’astronave emana una fredda confusione.

Mia madre vive sola e mangia poco ma il suo frigo è

[sempre stipato.

Dopo aver estratto un vasetto di yogurt

da sotto un’astuta composizione di blocchi di dolce di

 [Natale avanzato

avvolti in stagnola e flaconi di medicinali soggetti a

[prescrizione medica

richiudo la porta del frigo. Un crepuscolo bluastro

riempie la stanza come un mare che rifluisca.

Mi appoggio al lavandino.

I cibi bianchi per me sono i migliori

e preferisco mangiare da sola. Non so perché.

Una volta ho sentito delle ragazze cantare una canzone per

     [il Primo Maggio che diceva:

Violante in dispensa

rosicchia un osso di montone

 Come l’ha rosicchiato

Come l’ha artigliato

Quando si credette sola.

Le ragazze sono le più crudeli con sé stesse.

Qualcuna come Emily Brontë,

che rimase una ragazza per tutta la vita nonostante il corpo

     [da donna,

aveva crudeltà accumulata in tutte le crepe del corpo come

     [neve primaverile.

In varie occasioni possiamo vederla liberarsene

col gesto col quale spazzolava il tappeto.

Parlaci e poi frustalo!

fu il consiglio dato (a sei anni) a suo padre

riguardo al fratello Branwell.

E quando a 14 anni fu morsa da un cane rabbioso, si 

     [diresse a gran passi (così dicono)

in cucina e prendendo delle pinze roventi dalla stufa le

     [applicò

direttamente al proprio braccio.

La cauterizzazione di Heathcliff durò più a lungo.

Più di trent’anni nel tempo del romanzo,

da quella sera d’aprile quando corse fuori dalla porta della

     [cucina

e svanì nella brughiera

perché aveva sentito una frase a metà di Catherine

(“Mi degraderebbe sposare Heathcliff”)

fino al mattino selvaggio

in cui il servo lo trovò morto e sorridente

sul letto bagnato dalla pioggia al piano superiore di Cime

     [Tempestose.

Heathcliff è un demone del dolore.

Se fosse rimasto in cucina

abbastanza a lungo per ascoltare l’altra metà della frase di

     [Catherine

(“così non saprà mai quanto lo amo”)

Heathcliff sarebbe stato liberato.

Ma Emily sapeva come catturare un demone.

Al posto di un’anima infuse in lui

il costante, freddo distacco di Catherine dal suo sistema

     [nervoso

ogni volta che prendeva fiato o formava un pensiero.

Troncò a metà tutti i suoi momenti,

lasciando aperta la porta della cucina.

Non mi manca familiarità con questa vita a metà.

Ma c’è dell’altro.

La disperazione sessuale di Heathcliff

non sorse da alcuna esperienza analoga nella vita di Emily

     [Brontë,

per quanto ne sappiamo. La domanda,

riguardante gli anni di crudeltà interiore necessari a

     [trasformare una persona in un demone del dolore,

le venne in una cucina dolcemente illuminata dal fuoco

(“kichin” nella grafia di Emily) dove lei

e Charlotte e Anne sbucciavano le patate insieme

e inventavano storie con il vecchio cane ai loro piedi, 

     [Keeper.

Esiste un frammento

di una poesia che scrisse nel 1839

(circa sei anni prima di Cime tempestose) che dice:

                              Quell’uomo di ferro è nato come me

                              E fu una volta un ragazzo ardente:

                              Nell’infanzia dovette sentire

                              Tutta la gloria di un cielo d’estate.

Chi è quest’uomo di ferro?

La voce di mia madre mi attraversa,

dalla stanza accanto dov’è sdraiata sul divano.

Sei tu cara?

Sì Ma’.

Perché non accendi la luce?

Oltre la finestra della cucina guardo il sole d’acciaio

     [d’aprile

sferrare le sue ultime strisce gialle

attraverso uno sporco cielo d’argento.

Ok Ma’. Che c’è per cena?

                                                 (Da Il saggio di vetro)

Kitchen

Kitchen is quiet as a bone when I come in.

No sound from the rest of the house.

I wait a moment

then open the fridge.

Brilliant as a spaceship it exhales cold confusion.

My mother lives alone and eats little but her fridge

     [is always crammed.

After extracting the yogurt container

from beneath a wily arrangement of leftover blocks

     [of Christmas cake

wrapped in foil and prescription medicine bottles

I close the fridge door. Bluish dusk

fills the room like a sea slid back.

I lean against the sink.

White foods taste best to me

and I prefer to eat alone. I don’t know why.

Once I heard girls singing a May Day song that went:

                                   Violante in the pantry

                                   Gnawing at a mutton bone

                                   How she gnawed it

                                   How she clawed it

                                   When she felt herself alone.

Girls are cruelest to themselves.

Someone like Emily Brontë,

who remained a girl all her life despite her body as a

     [woman,

had cruelty drifted up in all the cracks of her like  

     [spring snow.

We can see her ridding herself of it at various times

with a gesture like she used to brush the carpet.

Reason with him and then whip him!

was her instruction (age six) to her father

regarding brother Branwell.

And when she was 14 and bitten by a rabid dog she

     [strode (they say)

into the kitchen and taking red hot tongs from the

     [back of the stove applied

them directly to her arm.

Cauterization of Heathcliff took longer.

More than thirty years in the time of the novel,

from the April evening when he runs out the back

     [door of the kitchen

and vanishes over the moor

because he overheard half a sentence of Catherine’s

(“It would degrade me to marry Heathcliff”)

until the wild morning

when the servant finds him stark dead and grinning

on his rainsoaked bed upstairs in Wuthering Heights.

Heathcliff is a pain devil.

If he had stayed in the kitchen

long enough to hear the other half of Catherine’s

     [sentence

(“so he will never know how I love him”)

Heathcliff would have been set free.

But Emily knew how to catch a devil.

She put into him in place of a soul

the constant cold departure of Catherine from his

     [nervous system

every time he drew a breath or moved thought.

She broke all his moments in half,

with the kitchen door standing open.

I am not unfamiliar with this half-life.

But there is more to it than that.

Heathcliff’s sexual despair

arose out of no such experience in the life of Emily

     [Brontë,

so far as we know. Her question,

which concerns the years of inner cruelty that can

     [twist a person into a pain devil,

came to her in a kindly firelit kitchen

(“kichin” in Emily’s spelling) where she

and Charlotte and Anne peeled potatoes together

and made up stories with the old house dog Keeper at

     [their feet.

There is a fragment

of a poem she wrote in 1839

(about six years before Wuthering Heights) that says:

                                  That iron man was born like me

                                  And he was once an ardent boy:

                                  He must have felt in infancy

                                  The glory of a summer sky.

Who is the iron man?

My mother’s voice cuts across me,

from the next room where she is lying on the sofa.

Is that you dear?

Yes Ma.

Why don’t you turn on a light in there?

Out the kitchen window I watch the steely April sun

jab its last cold yellow streaks

across a dirty silver sky.

Okay Ma. What’s for supper?


Teresa di Dio

“il dolore mi possiede O demone doloroso”

Teresa viveva in un suo personale cubo nero.

L’ho vista colpire il muro ovunque si muovesse.

Malediceva il suo cuore

che era, a suo dire, lacerato

e il suo naso

che era stato più volte fratturato.

Alcuni devono combattere in ogni momento della loro vita

che Dio ha foderato con un animale in fiamme –

perché penso

Dio voglia che quell’animale sia tenuto in vita.

Con il suo naso Teresa metteva in discussione

questo progetto divino.

Al suo cuore Dio mandò una risposta.

Dopo la sua morte l’autopsia rivelò

che era davvero lacerato.

Si dovettero falsificare

fotografie dell’evento (con del filo rosso e un vecchio

guanto dorato)

mentre le lenti continuavano a sciogliersi.

                                           (Da La verità su Dio)

Teresa Of God

“the aching has hold of me O grievous daimon”

Teresa lived in a personal black cube.

I saw her hit the wall each way she moved.

She cursed her heart

which was, she said, rent

and her nose

which had been broken again and again.

Some people have to fight every moment of their

     [lives

which God has lined with a burning animal –

I think because

God wants that animal kept alive.

With her nose Teresa questioned

this project of God’s.

To her heart God sent answer.

The autopsy after her death revealed

it was indeed rent.

Photographs of the event

had to be faked (with red thread and an old gold

     [glove)

when the lens kept melting.


Uomini della TV: Ettore

II

Ettore nacque per essere un principe troiano, non un uomo

     [della TV,

da qui il suo successo.

Le persone sbagliate funzionano alla TV, sono così

     [ovviamente

un’anima scissa

e tutti ne amiamo il pathos.

Seguiamo Ettore

alla vigilia delle riprese nella Valle della Morte.

Ettore riposa

nella sua armatura sul letto del motel osservando sé stesso

     [e le sue rosse labbra

in alto sopra la testa.

Il soffitto è riflesso nel fuoco divino.

La tua Legge ha preso possesso

delle mie viscere, mormora. Il suo rossetto gli sorride

sottosopra.

Fuori dalla finestra può vedere un orizzonte di basse

     [montagne

che vanno brune da un capo all’altro.

Emettono un sibilo. Oh principe troiano!

Burro e miele

tu possa mangiare, che tu sappia rigettare il male

e scegliere il bene.

La TV è intrinsecamente cinica. Parla all’occhio di chi

guarda, ma la mente non ha occhi.

                                                   (Da Uomini della TV)

TV Men: Hektor

II

Hektor was born to be a prince of Troy not a man of

     [TV,

hence his success.

Wrong people look good on TV, they are so obviously

a soul divided

and we all enjoy the pathos of that.

Let us join Hektor

on the eve of the Death Valley shoot.

Hektor lies

on the motel bed in his armour observing himself and

     [his red lips

high overhead.

The ceiling is mirrored in divine fire.

Your Law has got hold

of my entrails, he murmurs. His lipstick grins at him

upside down.

Out the window he can see a horizon of low brown

     [mountains

laid end to end.

They make a hissing sound. O prince of Troy!

Butter and honey

shall you eat, that you may know to refuse the evil

and choose the good.

TV is inherently cynical. It speaks to the eye, but the

     [mind has no eye.



Anne Carson

(Toronto, 21 giugno 1950) è una poetessa, saggista e traduttrice canadese.

Formatasi all’Università di Toronto, dal 1979 ha insegnato lettere classiche, letterature comparate e scrittura creativa in università degli Stati Uniti e del Canada, tra cui l’Università McGill, l’Università del Michigan, l’Università di New York e l’Università di Princeton.

Con più di venti libri scritti e tradotti pubblicati fino ad oggi, è stata premiata con le borse di studio Guggenheim e MacArthur, ha vinto il Lannan Literary Award, due Griffin Poetry Prize, il T. S. Eliot Prize, il Premio Principessa delle Asturie, il Governor General’s Award per la poesia in lingua inglese e il Premio PEN/Nabokov, ed è stata nominata membro dell’Ordine del Canada nel 2005 per il suo contributo alla letteratura del Paese.

Ha vinto il premio Nobel per la letteratura 2026.

SINGOLARE FEMMINILE di Filomena Ciavarella: LA MATERIA DELLA LIBERAZIONE – Lettura di Francesco D’Angiò

La materia della liberazione di Francesco D’angiò

su Singolare Femminile di Filomena Ciavarella, RPlibri, 2026


In Singolare, femminile (RPlibri, 2026) di Filomena Ciavarella la conquista di sé passa attraverso luoghi e gesti che per molto tempo hanno raccontato una donna prima ancora che potesse raccontarsi da sola. La cucina, il cibo preparato, le stoviglie, la casa, il corpo materno, la cura costituiscono la materia dalla quale il libro prende avvio. Ciavarella parte da lì e prova a mutarne il significato.
Nel titolo, “singolare” precede “femminile”. L’ordine può essere letto come una prima indicazione: l’identità individuale viene posta davanti alla categoria che dovrebbe contenerla. Nel libro il femminile è continuamente ricondotto a un’esperienza personale, dentro una storia più grande fatta di educazione, consuetudini, maternità, lavoro invisibile. La seconda persona, molto presente nella raccolta, asseconda questo movimento. L’io si guarda da una piccola distanza, come se per raggiungersi avesse bisogno prima di rivolgersi a sé stessa.
Nelle pagine iniziali leggiamo:

Meridiana è quella luce
che vive dove l’ombra
s’abbruna.
Poco dopo:
È così mia bella che devi vivere,
è così che devi essere donna.

In questi versi compare una polarità destinata a tornare nel volume. Luce e ombra convivono e quasi si contaminano. “Meridiana”, posta all’inizio, indica il momento della massima esposizione luminosa; “s’abbruna” porta invece il verso verso il crepuscolo. Subito dopo il registro si abbassa. “Mia bella” e “devi vivere” hanno una semplicità quasi parlata. La lingua figurata lascia spazio a una voce più diretta, affettuosa e imperativa. Nel libro questa alternanza fra slancio figurativo e materia quotidiana ritorna più volte. È soprattutto quando le cose conservano il proprio peso che Singolare, femminile raggiunge alcuni dei suoi risultati più convincenti.
Una pesca sul tavolo mostra bene questo movimento:

È materia di luce, la pesca sul tavolo
che nulla sa del taglio che, fra poco
segnerà la sua polpa rossa.

La pesca possiede peso, colore, polpa. Il coltello è ancora fuori campo, ma il taglio è già annunciato. Quel “nulla sa” attribuisce per un istante al frutto un’innocenza che prepara il passaggio verso l’umano. Anche il movimento dei versi contribuisce. La parola “taglio” arriva prima che l’azione si compia e rimane sospesa fino al verso successivo. L’immagine apre una zona di vulnerabilità senza definirla.
Nelle righe successive arrivano parole come “vita”, “sofferenza”, “rinascere”. Qui affiora una delle tensioni interne della raccolta. L’immagine concreta aveva già prodotto significato; l’esplicitazione successiva tende a orientarlo. Il movimento si ripete in altre pagine. La scena apre uno spazio, la riflessione che segue qualche volta lo restringe.
Più compatto appare il passaggio della melagrana:


Apri la melagrana con la punta di un coltello,
cadono grani rossi sulla tavola,
s’imporpora la tela fino al suo vivo cuore.


Qui la lingua resta aderente alla materia. Punta, coltello, grani, tavola, tela. Il rosso passa dal frutto al tessuto e permette al simbolico di nascere dentro l’azione. Subito dopo il succo diventa acre e “punge”; la percezione visiva si mescola a quella tattile e olfattiva. Anche sul piano fonico il passo conserva una certa durezza. Il frutto oppone resistenza e impedisce al verso di farsi troppo levigato.
Uno dei nuclei più riconoscibili del volume sta nella cucina e nel cibo. Impastare, tagliare, dosare, apparecchiare entrano nella ricerca di sé.
Gestualità tradizionalmente legate alla cura domestica vengono riprese e sottoposte a una trasformazione di significato. Nelle pagine finali affiora la memoria di “milioni di dita” che hanno tramandato cucine e gesti lungo le generazioni.
La cucina assume così una posizione ambigua. Porta con sé una storia di servizio, ma contiene anche sapere, trasmissione, invenzione. Il libro conserva questo mondo e prova a restituirlo a un’esperienza individuale. Il gesto domestico cambia prospettiva e diventa anche un modo di riconoscersi.
Dentro questo percorso rimane una tensione reale. La donna che cerca la propria singolarità continua a riconoscersi in immagini antiche del femminile.
In Enaima leggiamo:


Sei la chioccia, la gallina dalle piume seducenti, armoniosa e
calda, nata per tenere la covata.

Subito dopo arrivano il corpo, la salsa, il basilico, il pancotto, le cicorie e le patate. Il passaggio concentra maternità, nutrimento, cucina, corpo. L’autrice sembra voler riprendere immagini ereditate e restituire loro sensualità e forza.
La ricerca di un’identità propria continua però a servirsi degli stessi simboli attraverso i quali la storia ha spesso definito il femminile. Il volume arriva più volte su questo confine e lo lascia aperto.
Gli animali aprono un altro asse del libro. Miele, Arturo, gli uccelli, i cinghiali compaiono come forme di vita capaci di muoversi al di fuori di una sorveglianza tutta umana. Nella pagina dedicata alla cagna Miele leggiamo:


Nel suo cervello non c’è il censore, perché la storia per lei non lo
ha costruito.


“Censore” è una parola decisiva. Miele esce dal ruolo dell’animale domestico consolatorio e diventa la figura di un’esistenza priva di quella sorveglianza interiore che la donna ha invece appreso. La prosa si fa quasi ragionamento, mantenendo il contatto con l’animale osservato.
Qualche riga più avanti Miele viene detta pura, leonina, regale, seducente, incantatrice. Nel volume accade più volte che un’immagine già capace di sostenersi venga ulteriormente lavorata. L’aggiunta finisce allora per sottrarre precisione alla prima intuizione.
Il fenomeno diventa ancora più evidente nell’episodio della madre cinghiale. L’inizio possiede una nitidezza quasi narrativa: un moto d’aria, il ciglio della strada, l’apparizione improvvisa dell’animale con i piccoli, l’odore di selvatico che sembra raggiungere chi guarda. Poi la scena viene condotta verso un’affermazione sul razzismo e una riflessione generale sulla diversità.
L’immagine assume così la funzione di esempio. Ciò che aveva forza perché accadeva davanti agli occhi viene ricondotto a una tesi già formulata.
Lo stesso meccanismo interessa alcuni dei riferimenti culturali disseminati nel libro. Il loro peso, però, varia.
Alejandra Pizarnik apre Di poche briciole con un’immagine di pupille, polline e api. La scelta dialoga con le pagine successive, dove pupille, luce, natura e percezione continuano a intrecciarsi. Emily Dickinson compare in due forme: come nome evocato nel corpo del testo, negli “angoli sofferti della Dickinson”, e attraverso l’epigrafe del pettirosso cremisi destinato a volare via. Il riferimento trova nel volume un terreno già preparato da uccelli, sparizioni, assenze, forme minime della vita.
L’epigrafe di Her Kind, posta all’inizio della sezione Singolare, femminile, introduce invece in maniera diretta il problema dell’identità:

Una donna del genere non è donna, abbastanza.
Sono stata di quella specie.

Essere donna, appartenere a una specie, deviare da una misura già stabilita del femminile: il riferimento a Sexton apre una domanda che la sezione continuerà a frequentare.
Diverso è il caso di Arnaut Daniel e Pascoli. Entrano nello stesso passaggio in cui il cuore si avventura “nelle fucine di Arnaut Daniel”, “negli angoli sofferti della Dickinson”, “nel dolce strazio pascoliano”. Tre riferimenti in pochi versi producono una forte concentrazione culturale. I nomi rischiano allora di diventare abbreviazioni: Arnaut Daniel per la fucina poetica, Dickinson per la sofferenza, Pascoli per uno strazio addolcito. La pagina affida ai nomi una parte del lavoro che altrove compie attraverso gli oggetti.
Qualcosa di simile accade con Cortázar. Il cardellino che urta contro i vetri dell’esistenza appartiene bene all’immaginario del volume: animale, barriera invisibile, slancio, caduta. Il richiamo “alla Cortazar”, presente nel testo, interviene però a indicare una parentela e guida la lettura di un’immagine che possedeva già una propria forza.
Più avanti Giovanna d’Arco e Dante entrano quasi come esempi. Giovanna d’Arco viene convocata per mostrare la potenza della visione e dell’ideale; poco dopo Dante appare attraverso l’amore per Beatrice trasformato in arte. Qui il discorso poetico si avvicina maggiormente alla dimostrazione. Il nome illustre viene chiamato a confermare ciò che il testo sta sostenendo. È uno dei punti nei quali il volume lascia intravedere il desiderio di sostenere la propria intuizione anche dopo averla già espressa.
Questa tendenza aiuta a comprendere anche l’insistenza di alcuni termini.
Luce, ombra, vento, ali, fiori, pupille, cuore, sogno, oblio, primavera ritornano numerose volte e formano una costellazione evidente. La difficoltà nasce quando uno stesso elemento viene chiamato a svolgere troppe funzioni.
La luce, in particolare, diventa odore, materia, veste, nutrimento, ferita, memoria. La frequenza finisce talvolta per attenuare la capacità di ciascuna apparizione di sorprendere.
Un passaggio della sezione Singolare, femminile mostra bene quanto possa contare un dettaglio concreto:


Sotto il vestito cucito dai secoli per te,
porti calze smagliate: hai l’eleganza
dei rami al cielo.

“Vestito cucito dai secoli” porta con sé una metafora ampia, quasi programmatica. Le “calze smagliate” la riportano subito a terra. Sono un particolare imperfetto, quotidiano, corporeo. Danno consistenza anche ai “rami al cielo” che seguono. Nel giro di tre versi il basso e l’alto rimangono entrambi visibili.
Poche righe dopo troviamo:


Seducente è il miracolo
della tua sparizione.


Qui l’intensità viene affidata a parole già cariche di valore: “seducente”, “miracolo”, “sparizione”. Rispetto alle calze smagliate, il referente concreto arretra e il verso perde parte della propria individualità. Il confronto fra i due momenti mostra qualcosa che ritorna più volte nel libro. Spesso sono gli oggetti meno solenni a sostenere le immagini più ambiziose.
La stessa impressione affiora in alcune prose liriche. Nella pagina delle lenzuola rosse, la donna dorme con il cane, lava i tessuti ricoperti di peli, cerca calore nei luoghi e nelle persone, impara a chiudere una porta quando quel calore viene meno. Esiste una piccola dinamica narrativa. Il cambiamento interiore passa attraverso azioni riconoscibili. Con il ritorno di ali, nuvole e fioriture il testo rientra nel proprio patrimonio figurativo abituale
e perde qualcosa della tensione raggiunta nella scena.
Verso la parte finale il linguaggio tende a espandersi ancora. La luce incontra la storia, la rivoluzione, l’esistenza, lo spirito, la metamorfosi, il visibile e l’invisibile. Presi singolarmente, questi nuclei appartengono con coerenza al percorso del libro. La loro concentrazione produce però una pressione continua verso l’alto. A tratti vengono meno quelle zone più spoglie che altrove permettono all’immagine di acquistare rilievo.
L’alternanza fra verso e prosa lirica accompagna l’intera raccolta. Le cinque sezioni — A sé stessa, Di poche briciole, Enaima, Singolare femminile, Note al margine — danno ordine a un discorso che procede per ritorni, variazioni e nuclei ricorrenti.
Nelle ultime pagine compare un testo molto più spoglio:


Anima mia che vai sulle vie,
sei quasi luce che lascia
le sue tracce nella notte,
ma di te così fuggente
nulla so.

Quel “nulla so” arriva dopo decine di pagine nelle quali il soggetto ha cercato di nominarsi attraverso luce, corpo, cucina, animali, memoria, dolore. La frase acquista forza anche per la sua nudità. Dopo tanta ricerca, il soggetto rimane in parte oscuro a sé stesso. La singolarità evocata dal titolo resta qualcosa da cercare e avvicinare, senza diventare del tutto trasparente.
Singolare, femminile trova i suoi momenti più convincenti quando il pensiero rimane ancorato alla materia: una pesca, una melagrana, le calze smagliate, i peli sulle lenzuola, il basilico, una cagna, un gatto. In quei passaggi il significato emerge dal gesto e dall’oggetto. Altrove la quantità di simboli, nomi e spiegazioni tende a ridurre l’ambiguità che le immagini avevano aperto.
La conquista raccontata nel volume avviene dentro una vita già vissuta. La donna porta con sé cucina, figli, animali, terra, ricordi, desideri, lutti. Cambia soprattutto la posizione dalla quale guarda tutto questo. Nelle pagine migliori, è un gesto concreto a mostrarlo.

Francesco D’Angiò


Filomena Ciavarella è nata nel 1965, a San Nicandro Garganico, dove risiede e svolge la propria attività di docente di filosofia e storia, presso l’I.I.S.S. “De Rogatis Fioritto”.

Ha pubblicato le sillogi Tra terra e cielo (Interno Poesia, Latiano, 2017), Versi per l’invisibile (Transeuropa Edizio ni, Massa, 2020), Versi per Dino (Il Convivio Editore, Castiglione di Sicilia, 2021), Singolare, femminile (RP libri, Benevento, 2026).

Ha svolto anche attività di traduttrice, pubblicando la silloge Elegie al futuro poeta (Interno Poesia, Latiano, 2018) dell’autore vietnamita Nguyen Chi Trung, del quale ha, successivamente, tradotto il poemetto Venti. Nell’ottobre 2019, ha partecipato al Festival Internazionale di Poesia tenutosi a Olhao, in Portogallo.

Molte sue poesie sono state tradotte in lingua spagnola e rumena.

SEGNALAZIONI – (a cura di Giuseppe Langella, Tania Di Malta) – DI SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE – LA SCUOLA DI PITAGORA, 2026

Di sana e robusta Costituzione
La poesia si mobilita

a cura di Giuseppe Langella e Tania Di Malta

Collana Fendinebbia 7 – La scuola di Pitagora

ISBN: 9791256131051

Il volume è ordinabile al seguente link:

https://www.scuoladipitagora.it/libreria/collane/fendinebbia/di-sana-e-robusta-costituzione


Il passaggio dalla Liberazione alla Costituzione è il capolavoro della storia italiana: con l’entrata in vigore della Costituzione, la nostra liberazione è diventata libertà. (Tomaso Montanari)

La Costituzione è un oggetto non solo da maneggiare con cura, ma da venerare come una reliquia. Esiste in Italia, e resiste, un patriottismo della Costituzione, che funge tuttora da argine contro le tentazioni autoritarie e la destrutturazione della democrazia. Se ne ricordino i potenti di turno. (Angelo d’Orsi)

L’antologia vuole difendere, da un lato, il principio dell’equilibrio dei poteri, e quindi il sistema dei contrappesi istituzionali, proprio del nostro ordinamento democratico; dall’altro, richiamare i princìpi basilari enunciati dalla Costituzione e il modello di società in essa delineato, su questioni nevralgiche come lavoro, diritti, ambiente, pace e salute. (Giuseppe Langella e Tania Di Malta)

Testi poetici di Lino Angiuli, Luca Ariano, Marco Belocchi, Donatella Bisutti, Paolo Maurizio Bottigelli, Michele Brancale, Erika Bresci, Pietro Brogi, Marta Maria Camporeale, Laura Cantelmo, Melchiorre Carrara, Ennio Cavalli, Davide Chindamo, Marco Cinque, Tiberio Crivellaro, Gianluca D’Annibali, Vito Davoli, Nicola De Matteo, Marco Ignazio de Santis, Tania Di Malta, Salvatore Di Marzo, Angela Donna, Alberto Fraccacreta, Alessandro Franci, Tiziano Fratus, Giusy Frisina, Susy Gillo, Giuseppe Grattacaso, Giuseppe Langella, Gianfranco Lauretano, Maria Lenti, Mauro Macario, Alessandro Magherini, Sergio Manghi, Gianni Antonio Palumbo, Alfredo Panetta, Michele Paragliola, Angelo Puma, Renzo Ricchi, Cataldo Russo, Anna Santoliquido, Giulia Sonnante, Vito Sorrenti, Antonella Vairano, Pasquale Vitagliano, Giovanna Cristina Vivinetto.

Saggi storici e discorsi di Angelo d’Orsi e Tomaso Montanari.

Opere plastiche di Brunivo Buttarelli.

Fotografie di Melchiorre Carrara.

‘Rovistando si schiude l’immenso da infinito recinto di stelle’ su Rudbechia dagli occhi neri di Diego Capitano

Natura morta di Carol Stewart (Ontario, 1959)

‘Rovistando si schiude l’immenso da infinito recinto di stelle’

su Rudbechia dagli occhi neri di Diego Capitano

di Giulia Sonnante


In punta di penna, scrivo. Poche righe, superflue, soltanto per dire del mio stupore, della bellezza di Rudbeckia dagli occhi neri, raccolta poetica di Diego Capitano – di prossima pubblicazione –  che ancora illumina la mia stanza.

Devo ammettere che sono stata tratta in inganno poiché, partendo dal titolo, ho subito immaginato che si trattasse di una donna e che la raccolta comprendesse poesie d’amore! Invece, le poesie d’amore, in senso stretto, sono rade, in Rudbeckia, come rado è l’amore. Mi sono, invece, imbattuta in una poesia concettuale, mentale, vigile, sempre a schiena dritta che, senza ammettere distrazioni o rinvii, si fa unico, autentico specchio del Sé e dell’intera umanità: Tu… febeo tempo lontano / che affliggi incurabile canto…/ desto sempre è il mio sonno (Nulla ch’io sappia).

La società sembra essere preda di un sonno vuoto, vacuo di sogni e valori: Ci si dimentica spesso / della semplice carezza / goccia e dedica d’amore …/ dove si compie il dovuto / tra le spine di Cristo. (Distrazioni) Ed il poeta non può che ergersi a Capitano –perdonate l’ironia – e mai si stanca di scoperchiare, anzi, marchiare a fuoco la pelle scura del nostro tempo: dilaganti cupidigie, falsità, e ancora superficialità, distanze, solitudini: Profili ovunque incontrollabili / hanno devastato di follia / il grande quadro dell’amore. (Ibrido agghiacciante). Ed ho sostato a lungo, immobile, sulla soglia di quest’ultimo verso che sembra intendere la follia come opposta alla creazione, all’amore, concependone soltanto la forza distruttiva. Chissà cosa replicherebbe Erasmo da Rotterdam, illustre esponente dell’umanesimo europeo, che, nel celeberrimo saggio ne tesse l’elogio evidenziandone l’elemento costruttivo, creativo: “La pazzia costruisce città, imperi (…) l’intera vita umana è solo un gioco, il semplice gioco della Follia.”

Tuttavia, per Capitano, il poeta non è un folle, ma un sognatore: “Pelle e ossa il mio stelo metallico / innestato all’arcobaleno” (Non si riesce più), si muove lungo quella ferita, l’incavo che si fa corpo, parola poetica, spazio minimo, liminale nell’interstizio tra Logos e parola in quel micro universo “carcere d’infinito mentale” tra granulo e granulo della dimensione umana. È come se il pensiero, il discorso logico, fosse un fiume sotterraneo che invade, inghiotte, casca e risorge senza quasi lasciar spazio e possibilità alla parola; così il sogno, la poesia, rischia di morire nel suo grembo. Per questo, la consapevolezza è così dura ed amaro, il disincanto: S’è atrocemente disfatto / l’umile verso del sognatore…/ in me stesso agonico. (Il sangue della gloria). Ed i puntini di sospensione che spesso appaiono a sfilacciare, sfilare, il verso, non possono che addensare il grigio, la malinconia per ciò che non è.

Ancora a proposito di creazione, si sofferma sulla poesia, l’autore, quando scrive: Togliere le pieghe ai versi / si sottrae l’anima alla poesia… (Consumere) per intendere, forse, che rimuovere il dolore dall’esistenza e dalla poesia, che ne è lo specchio, non è possibile – sarebbe come strapparle il cuore – né auspicabile dal momento che essa, la poesia, si fa carico dei pesi, piccoli e grandi, per sollevarci, se ci solleva; così il Capitano: Dissipata nel laido teatro / delle crocifissioni… soggiace la tua parola / in fila allo sconforto del martirio… (Il sangue della gloria). Sottolinea, qui, il poeta, la fragilità della parola che soggiace, perde forza, non riesce ad esprimere – o rappresentare – le tante storture, i vizi, le mancanze: Va al declino ciò che è infetto / e la parola nel contatto soffre… (Euristica logica).

L’autore di Rudbeckia s’interroga sul significato del dolore nella nostra esistenza; per Capitano, esso è incomprensibile: Vero!… come il dolore…/ come la ragione ferita / di chi ha spine profonde / e spezzate nel cuore. (Vero come il dolore), ma è anche limite da superare, oltrepassare; in “A spiegare le cose” scrive: “L’infinito / al posto del peso degli affanni / incredibilmente a ventaglio / dalle instabili ricorrenze”, quasi come se la sofferenza fosse la siepe oltre la quale Leopardi spinge sguardo e immaginazione percuotendo gli azzurri battagli del sogno. E le tante ricorrenze, in Rudbeckia, della parola infinito: So quanto infinito resta / senza l’argilla della tua ombra… (Il sole e la neve) e ancora: Rovistando si schiude l’immenso / da infinito recinto di stelle… (Impromptu) avvicinano l’autore siciliano al poeta recanatese.

Eppure, il pesante fardello è là ad incavare ossa e pensieri, tendini e desideri e anche se il masso, inesorabile, rotola giù dal monte, Sisifo è sempre lì, affaticato, stremato, a riportarlo in alto: “Vecchierel bianco, infermo (…) con gravissimo fascio in su le spalle”; scrive il poeta di Recanati nel Canto notturno di un pastore errante per l’Asia (1830); “La ruota che sospinta gira / obbediente al cigolio… / sorreggere sulle spalle il fato / su sisifale colle.” – umile, segue il passo, questa volta, il Capitano in Ultima sosta.

Ma bisogna immaginare Sisifo felice – Il faut imaginer Sisyphe heureux – scrive Albert Camus in Le Mythe de Sisyphe (1942) – poiché, nonostante l’assurdità della condizione e la reiterata azione, egli è felice, non certo come uno stolto, oserei dire, ma perché consapevole, cosciente dell’assurdo, del paradosso. A questo proposito, mi piace ricordare Emil Cioran che in Le Crépuscule des pensées (1940) scrive: “Dove si manifesta il paradosso, il sistema muore e la vita trionfa. È attraverso il paradosso che la ragione salva il proprio cuore di fronte all’irrazionale. Solo la bestemmia o l’inno possono esprimere ciò che la vita ha di torbido. A chi non sa servirsene rimane ancora una scappatoia: il paradosso – forma sorridente dell’irrazionale”[1].

E voglio tornare ai canti indomiti del Capitano, abbondonare questo groviglio di pensieri come gheriglio, sgusciato ma ancora integro.

Neppure in Capitano che pungola un verso dal gusto quasi gotico: riconoscere bruta realtà…/ gente dai lunghi canini…/ fiorenti iene o vampiri / di mortali rovine. (Fuori dall’inferno), il buio è così tetro e soprattutto mai incorruttibile, inalterabile: “Fuori dall’inferno / la poesia è viva sempre… / acqua e terra mai morta…/ né mai marcescenza / di giardini. E ancora: rifiorire è possibile / in desolata primavera… / se un braciere accendi / nel cuore scuro del tempo”. E quel braciere acceso è la poesia.

Se la rudbeckia, per suggestiva bellezza, dà il titolo alla raccolta, c’è qualcosa di più della semplice bellezza: la “pazienza del sole” che non solo illumina il fiore dal cono scuro, ma consola, riscalda, s’impietosisce delle miserie umane, delle nostre imperfezioni. Tuttavia, Capitano carezza un fiore altro: il fiore che spunta “su l’arida schiena / Del formidabil monte / Sterminator Vesevo (…) Odorata ginestra, / contenta dei deserti. Eccolo qui, il caro germoglio, a un tempo esile e tenace, capace di opporsi, con umiltà, alla forza devastatrice del vulcano tra lapilli e rocce laviche, divenendo simbolo di Speranza (e di poesia), di vita che sa resistere a un tragico destino di morte. Nei 317 versi di cui si compone il poemetto, Leopardi mira a sovvertire il senso del Vangelo di Giovanni che Egli stesso pone in esergo: Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι / µᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς» (Gv., III, 19) – “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce” – Così, mentre nei versi finali del Canto notturno: “forse in qual forma, in quale / stato che sia, dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale”, nella “Ginestra” il poeta di Recanati si apre alla speranza ponendo in essere una strenua forma di resistenza; d’altra parte, vitalissimo si dimostra quando, nella lettera a Pietro Giordani del 2 maggio 1818, scrive: “Purché m’abbia infinita cura di morire, vivrò, strascicando la mia vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini”.

Senza fiato, buio e luce si rincorrono in quello straordinario ossimoro che è la poesia ed è curioso che i poeti abbiano tutti un fiore in bocca. Ma i fiori, si sa, vantano una lunga tradizione in poesia e i versi non sono che humus naturale, terra universale per la rinascita.

Allora, lascio i miei poeti per un istante “au milieu des fleurs” e con lanterne che vorrei simili a quelle di Emily Dickinson – mentre il poeta, come Diogene, mi precede – vado alla ricerca di me stessa e, sì, mi ritrovo, per certi aspetti, mi rivedo. L’anima, nuda non può che tremare. Il cuore, abbagliato, non può che mancare un battito nel leggere i versi, bellissimi, di “Qui…ma non ci sei”, versi che mi riportano a una separazione, a una distanza fisica ed emotiva che mi divide dal resto del mondo, un po’ come se fossi “il tredicesimo invitato” alla tavola di Fernanda Romagnoli:

E fra tutti che parlano – lui ascolta.
Fra tante risa – cerca di sorridere.
Inetto, benché arda

…

E all’improvviso capisce
che siede un’ombra al suo posto:
che – entrando – lui è rimasto fuori.

La distanza di “Qui…ma non ci sei” è fonte di una forte consapevolezza di me e delle scelte operate, così che posso identificarmi nei versi iniziali: Ti porti addosso ciò che sei / più che distante dagli altri / col carico di un’indole egoista / condivisa a nessuno. Allora, è chiaro che quel ponte “sottile e saldo, / bianco – / sulle oscure voragini / della terra” di cui fa ‘lieve offerta’ l’adorata Antonia, non ha ceduto, anzi, ha raggiunto una piccola lettrice in una remota stanza, mischiando, sovrapponendo, tempo a fasci di luce, pensieri a germogli, spilli a cordami di poesie.

Sento una profonda solitudine in questa lirica e come un’emarginazione, dura ad integrare: “Tu che vivi di vuoto in vuoto”, scrive Capitano, mentre “di giogo in giogo” erra il tuono nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ed è vera gioia, affermo con Leopardi, risentire, in un testo contemporaneo, richiami e assonanze di poesie note. Così il poeta dell’Infinito: “Le rimembranze che cagionano la bellezza di moltissime immagini ec. nella poesia ec. non solo spettano agli oggetti reali, ma derivano bene spesso anche da altre poesie, vale a dire che molte volte un’immagine ec. riesce piacevole in una poesia, per la copia delle ricordanze della stessa o simile immagine veduta in altre poesie” (Leopardi, Zibaldone, 1817-1832).

I versi finali di “Qui…ma non ci sei”: Vivere da spento lume è tedio…/ dove entra ed esce solo silenzio” tagliano come smeraldi grezzi, poiché, se quel tedio è “il più sublime dei sentimenti umani” (Leopardi, Pensieri LXVIII), in quanto scavato nei desideri più intimi, la pena non può che esser profondissima. Il resto è silenzio, per Capitano, e non solo per lui! Struggente, allo stesso modo, la malinconia del pastore, invidioso della beata sua greggia, non soltanto in quanto libera dagli affanni, ma perché tedio non prova:

Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.

Avverto in “Qui…e non ci sei” una chiusura, volontaria o indotta, che invece, mi pare manchi nel Canto notturno, sebbene stretto sia il cappio della solitudine al collo del pastore: “che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono?” Il pastore instaura un dialogo, serrato, con la natura: la luna, le stelle, le nubi, l’universo tutto, riuscendo, in qualche modo, per un breve istante, ad allentare quelle funi di morte che l’attanagliano. Ed esprime con malinconico struggimento il desiderio di superare i limiti dell’umano librandosi in volo: “Forse s’avess’io l’ale” (…) Più felice sarei, candida luna.” Così, mentre il pastore dell’Asia oscilla tra sogno e realtà quando osserva: “O forse erra dal vero, Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero”, il ‘tu’ cui si rivolge Capitano è bastione di casa; resta annichilito, avvilito, fermo, nella sua immutabile condizione.

Eppure, in una poesia, quella di Rudbeckia, dai toni prevalentemente scuri, scorgo spiragli, lucori e ferite da cui sgorga sangue di vita, sangue di sognatore. In “Fiabesco ritorno” ancora ripone fiducia nel genere umano e crede nel sogno, il poeta siciliano, quando scrive: “il desiderio rimarrà oltre / gl’inscatolati pensieri…” anche se, poco dopo, un’improvvisa eclisse oscura di nuovo il sole: Avrebbe avuto più senso / non nascere e così non morire / a capofitto nel bel mezzo / della breve corsa…

Naviga in acque tumultuose, il Capitano – e noi con lui – ma il Suo verso si leva altissimo in una lingua letteraria raffinatissima – di scuola siciliana! – per cercare il senso di questa vita, per colmare il vuoto d’amore che Egli sente e vede negli occhi di ognuno di noi: “Hanno scordato ciò che d’amore arde infinito…” – disperato, urla – per indicarci la direzione e sperare che la terra non s’apra sotto i nostri fragili passi. E perché quel colibrì possa ancora far sentire il suo bacio sulla nostra ispida guancia.     

Giulia Sonnante

     Il logos e la parola

Tra il logos e la parola

scorre il micro universo

dell’uomo… ingegno…

carcere d’infinito mentale

d’astratto profondo.

Scrigno di scrupolosi moti

che venisti a me sobrio…

in cerebrale prigionia e libertà

di regole imposte.

Siamo contrappeso nello spazio

in deragliata realtà…

convogli d’umanità compromessa

da luoghi comuni.

Parola e ragione nei legami

della logica e la retorica

del pathos animale…

calcolo e misura d’imperfetti

disegni argomentati.

Sensi enumerati… teologici verbi…

letteratura pertinente al contesto…

panlogismo hegeliano…

spirito dell’idealismo assoluto

non rappresentabile

dalla sola lingua.

Diego Capitano


     Qui… ma non ci sei

Ti porti addosso ciò che sei

più che distante dagli altri

col carico di un’indole egoista

condivisa a nessuno.

Dai moti adagi il cammino

in sentieri ellittici…

temi sguardi di curiosità

insidiare il clan dei tuoi pensieri.

Tu che vivi di vuoto in vuoto

ottusi assilli d’algoritmi cosmici…

nel senso di solitudine che calchi

come esistessi da pionieristico

alieno.

Col cuore da briciole di periferia

incapace di sorridere al mondo…

reclino sui suoni sfuggenti

della natura… qui… e non ci sei.

Incredulo tra nubi di fumi silvani

bruciano l’ore di tua libertà

quando giungi bastione di casa.

Vivere da spento lume è tedio…

dove entra ed esce solo silenzio.       

Diego Capitano


         Vero… come dolore

Ciò è incomprensibile!

Avendo abitato qui sempre

ho calcato spazi e luoghi

di povertà in agonia

vissuti mai prima.

Vero!… come il dolore…

come la ragione ferita

di chi ha spine profonde

e spezzate nel cuore.

Crescono giorni senz’occhi

scuri come lavica pietra…

privi di finestre che s’aprono

a levigati azzurri canterini…

in un secolo oscurato

da alti sipari di lutti.

Sembra lo strano cammino

sull’unico raggio di luna

perpendicolare all’orto delle croci.

Si richiamano con silente fiato

e rispondono brevi ansimi

di talune anime…

fuori dallo spento ossame.

Un solo buio per tutti

imprescindibilmente…

sui casolari assemblati a grappoli

emulare l’uva stantia per l’inverno…

e i voli sommari nel vuoto

degl’incubi stagionali

in quegli esuli metri quadri.

Pietre diacce in cerchio

adagiate fra i muti cipressi

a decifrare numeri di conta…

su terra di sepolti sarcofagi. 

Diego Capitano 


 
Sull’Autore

Diego Capitano si è distinto come poeta aggiudicandosi centotrentasei premi in concorsi di poesia nazionali e internazionali; tra i più importanti ricordiamo:

”Gran Prix de la Tour Eiffel 1993” I° premio (MI); “Premio Eurotrofeo Cannes” 1994 a Cannes; Premio Garcia Lorca 3° posto, Madrid 1994; “Omaggio a Pirandello 1994” con Premio Mondo Letterario; “Triennale della Maiella” Premio del Presidente della Giuria, (AQ) 1994; “Trofeo delle Nazioni 1994” I° Premio (Roma); Premio Nuove Proposte 1993; Concorso “Primavera Vesuviana”, Premio della Critica: “Honor Merit Vincit Omnia” Arte e Poesia come linguaggio dell’anima , Marigliano (NA); Premio Ville de Nice 1995, I° Premio, (Nizza); Premio “Professionalità 1997” Il Quadrato (MI); Premio internazionale ”Europa 1994” 3° posto (MI); Superpremio “DURER” I° Premio, Lingotto d’Argento.
Omaggio al Carnevale di Viareggio 1996, 2° Posto, Galleria Artistica di Viareggio “Prima Rassegna Omaggio a Lugano 1998”, Premio Speciale, Lugano (Svizzera). Concorso “Arte et Pensè e sans Frontieres”, Premio Speciale (Napoli) 1997; “Premio Poeti Eccellenti 1997”, I° Premio; “Premio Beniamino Joppolo 1997” I° Premio (ME). Premio Garcia Lorca 2001, 3° premio Madrid 1998; Premio Accademia Neapolis 2000” Trofeo al Merito Letterario; Premio Trofeo Accademico “ Arte e Pensiero 2000” 2° posto (Marano di Napoli); Premio Mario Riva 2001, I° premio sezione “La Mamma”, Presidenti onorari: l’attore Gino Maringola, Mons. Viktor Bush (Lord Presidente Mondiale degli Stati per la Sicurezza per la Pace, 2001; “Penne d’Oro 2020” 2° Premio. Conferimenti: Quattro volte Cavaliere dell’Arte; Oscar dell’Arte 1996; La Laurea non fa il Genio, 1996 (RM); Premio Parthenope Aurea; Premio “I LEADERS 1996”, con Trofeo Maschera delle Arti; Poeti Protagonisti 1993; Conferimento Speciale sez. Poesia “Editio Princes” Per aver onorato la Cultura italiana nel Mondo: Primavera Vesuviana 1996; Premio Nuove Proposte U.A.O.C. 1997 Marigliano (NA) e dal CLUB Poeti of Italy, sede a Tenerife – Espana. Gli è stato conferito il Premio “I Delfini d’Argento” Acc. Vesuviana 1996; Titolo di Accademico: Poeta -Autore dall’Accademia Universale Lettere e Arti Federico II° di Svevia, con firma del Presidente dell’Accademia il noto regista e scrittore Enmo Wyler 1997. Letterato del XXI° Secolo 2004; Pioniere della Cultura Europea (VT) 1994; Nomina Poeta dell’Anno 1993, 1997 (con sempre riverita stima per la sua lodevole e incessante Attività Letteraria), giuria di critici internazionali, Edizioni Universum, (ME). Presente in quarantacinque antologie poetiche italiane e multilingue, dal 1990 a oggi, tra queste vogliamo accennare: Dizionario Antologico dei Poeti Italiani 1992; Anthology Dichter und Schriftseller Italiens, Ed Universum 1993; Pleiade, Anthology Contemporary Literature 1994; Le più Belle Poesie del Premio “Il Giro d’Italia delle Poesie in Cornice” 1994-95-96;” Dizionario Storico dei Poeti Italiani”(per gli Studi Universitari e degli Istituti Superiori) da Carducci a Oggi, Ed. Gazzetta di Napoli 1997; Penne d’Oro della Letteratura Italiana 2020 (VB). Italiana 2020, Editrice Cento Verba.

Capitano è sul blog di Regalpetra Libera, su Google, You Tube, su Pensieri- Parole Poesie d’Autore dal 2006, Portale Clubautori.it con Homepage personale, sul Circolo Letterario Vento Adriatico di Antonella Vairano e Giulia Sonnante; DEDALUS: corsi testi contesti di volo letterario, del critico, poeta e saggista Ivano Mugnaini (Lucca).
È presente dal 2018 nella grande Antologia Virtuale dei Poeti Italiani Contemporanei.

  

Fiori con lampada ad olio di Diego Capitano

                                                                                 


[1] E. Cioran, Le Crépuscule des pensées in N. Vacca, L’uomo perplesso – Viaggio negli abissi di Emil Cioran – Qed, Edizioni, 2025 p. 51

SEGNALAZIONI – ILARIA PALOMBA, MARIELLA SOLDO, TU VOLEVI SOLO ARDERE – Lettera ad Alejandra Pizarnik – Les Flâneurs Edizioni, Bari 2026

Una lunga lettera immaginaria dell’Ombra di Alejandra Pizarnik dà voce alla vita, alle ossessioni e al destino della grande poetessa argentina. Attraverso un dialogo intenso e visionario, Ilaria Palomba intreccia biografia e invenzione, restituendo il ritratto di un’artista assoluta, divisa tra desiderio di vita e attrazione per l’abisso. Dai diari giovanili agli anni parigini, tra amori irrisolti, inquietudine e ricerca della parola perfetta, emerge una figura fragile e potentissima, incapace di appartenere al mondo se non attraverso la scrittura.

Tu volevi solo ardere non è solo un omaggio a Pizarnik, ma un viaggio nella mente poetica e nei suoi estremi: un libro che parla di identità, solitudine e creazione, e del prezzo che la letteratura può esigere da chi la attraversa fino in fondo.


Ilaria Palomba

Poeta, scrittrice, studiosa di filosofia. Ha pubblicato i romanzi: Fatti male (Gaffi; tradotto in tedesco per Aufbau-Verlag), Homo homini virus (Meridiano Zero; Premio Carver 2015), Una volta l’estate (Meridiano Zero), Disturbi di luminosità (Gaffi), Brama (Perrone), Vuoto (Les Flâneurs; presentato al premio Strega 2023 e vincitore del premio Oscar del Libro 2023); le sillogi: Mancanza (Augh!), Deserto (premio Profumi di poesia 2018), Città metafisiche (Ensemble), Microcosmi (Ensemble, premio Semeria casinò di Sanremo 2021; premio Virginia Woolf al premio Nabokov 2022); il saggio: Io Sono un’opera d’arte, viaggio nel mondo della performance art (Dal Sud). Ha scritto per La Gazzetta del Mezzogiorno, Minima et Moralia, Pangea, Il Foglio, Succede oggi. Ha fondato il blog letterario Suite italiana; collabora con le riviste La Fionda, Le città delle donne, Inverso. Nel 2022 pubblica Vuoto per Les Flậneurs Edizioni (Bari). Del 2024 è il poemetto Scisma per Les Flaneurs. Nel 2025, Restituzione per Interno Libri Edizioni e per la collana Specchi di Alter Ego, l’opera: Purgatorio.


Mariella Soldo

Regista, scrittrice. Fin da piccola, nutre una grande passione per i libri e i fumetti. Il suo vecchio blog, Notterrante, è diventato una vera e propria compagnia teatrale con la quale porta in scena lavori di nuova drammaturgia. È laureata in Lingue e Letterature straniere e ha conseguito un Dottorato in letteratura francese con una tesi su Richard Millet. È insegnante di Lingua e Cultura francese nelle scuole secondarie di primo grado, ma collabora anche con università, scuole, centri di salute mentale, associazioni culturali per stranieri e istituti penitenziari, attraverso progetti di scrittura e di teatro.

Da gennaio 2010 a oggi Dottoranda presso l’Università degli Studi di Bari in Scienze Letterarie Linguistiche e Artistiche. Da Ottobre 2012 a oggi Redattrice di Teatro.Org, sezione Puglia. Promuove, inoltre, incontri di letteratura francese, e non solo, nelle librerie. È anche appassionata di lingua e cultura giapponese, in particolare della poesia classica e dell’haiku, che la affascinano per la loro delicatezza e profondità. Questa passione l’ha condotta a studiare la lingua giapponese e ad approfondire le tradizioni poetiche giapponesi, arricchendo il suo percorso di insegnamento e scrittura. Parallelamente alla sua carriera accademica e artistica, ha seguito per anni l’insegnamento della Sekiguchi Ryu Battojutsu, un’antica scuola samurai. Sotto la guida di Maurizio Colonna Sensei, nel 2020 è diventata la prima donna occidentale ad ottenere la licenza Menkyo Shoden dal 17º caposcuola, Toshiyasu Yamada Sensei, traguardo, per lei, di grande importanza Il suo libroIl Professore K. o Z., dipende, è pubblicato per Maldoror Press.

ILARIA PALOMBA
– Con un racconto di Mariella Soldo –
Tu volevi solo ardere – Lettera ad Alejandra Pizarnik –
Les Flâneurs Edizioni, Bari 2026

Dal 25 settembre in libreria


Il tempo degli insetti di Simona Possenti: la danza della parola tra ferita e memoria – Recensione di Yuleisy Cruz Lezcano

Il tempo degli insetti di Simona Possenti: la danza della parola tra ferita e memoria

(recensione di Yuleisy Cruz Lezcano)

La raccolta di Simona Possenti ha un nucleo molto riconoscibile: la scrittura come luogo in cui il dolore non viene semplicemente raccontato, ma trasformato in materia poetica. Cercando tra i riferimenti latinoamericani da me conosciuti, il confronto che mi viene più naturale è quello con Alejandra Pizarnik, non perché Possenti la imiti, ma per la centralità del corpo, della memoria, della ferita, della parola e per alcune associazioni d’immagini inattese e quasi surreali Il tempo degli insetti, mi porta a concepire la poesia come una forma di sopravvivenza.

Ci sono libri di poesia che chiedono di essere letti lentamente e altri che sembrano arrivare al lettore prima ancora che egli abbia avuto il tempo di prepararsi. Il tempo degli insetti di Simona Possenti, pubblicato da Bertoni Editore nel novembre 2024, con la prefazione di Claudia Fofi, appartiene a questa seconda categoria. È una raccolta breve nella sua dimensione fisica, poco più di sessanta pagine, ma sorprendentemente ampia nella quantità di esperienze emotive che riesce a contenere. Possenti, nata a Città di Castello nel 1976 e insegnante di filosofia al liceo in Alta Valle del Tevere, porta nella poesia una familiarità con il pensiero che non si traduce però in poesia filosofica nel senso più astratto del termine. Al contrario, le sue riflessioni passano continuamente attraverso il corpo, gli oggetti, la memoria, la materia, le ferite, gli animali, gli spazi domestici. La filosofia sembra essere il sottosuolo; la poesia è ciò che affiora. E forse proprio per questo la raccolta colpisce fin dalla copertina, dove non c’è un’immagine a introdurre il libro. C’è invece una poesia, o meglio un frammento poetico che sembra funzionare come una soglia: «Difforme il canto di resa dell’ultimo baluardo…»

La parola difforme ritorna e si impone come una sorta di parola-chiave. Difforme è il canto, difformi sono i suoni della resa, difforme è una realtà nella quale non esiste più un nemico esterno da combattere. Il nemico, suggerisce Possenti, è già nato dentro di noi. E soprattutto è stato modellato con la nostra stessa materia: «come una figura plasmata dalla nostra creta più intima» È un’immagine potentissima. La creta è materia primordiale, plasmabile, corporea. Il nemico non arriva da un altrove ma viene costruito dalla nostra stessa sostanza. La poesia di Possenti sembra muoversi proprio dentro questo paradosso: ciò che ci ferisce e ciò che ci costituisce possono talvolta avere la stessa origine.

La resa finale, poi, non è un’esplosione. È una nenia, accompagnata dallo «sciabordio lento e fedele della risacca». Già qui è contenuta una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Possenti: la violenza dell’immagine convive con una musicalità sommessa. La ferita non viene urlata continuamente, spesso viene cullata.

Il tempo degli insetti: scrivere il veleno La prima poesia, che dà il titolo alla raccolta, è una dichiarazione poetica e insieme una confessione:

«Il tuo male
potrei urlare
ma io lo scrivo!»

Quel punto esclamativo è quasi una presa di posizione. La poetessa stabilisce immediatamente la funzione della scrittura: ciò che potrebbe essere urlo diventa parola. Il dolore non viene negato, ma trasferito dalla voce alla pagina. Il verbo “scrivo” diventa così un gesto di trasformazione, entra nel corpo e nella scrittura. «Ancora pulsi», «scorre il tuo inchiostro», «il tuo veleno pulsa nelle vene»: Possenti costruisce una fitta rete di corrispondenze tra fisiologia e scrittura. Nella poesia della nostra autrice, Il sangue diventa inchiostro, il veleno diventa parola, la ferita diventa verso. La pagina diventa il luogo nel quale ciò che ha agito sul corpo può finalmente essere trasformato.

Il titolo Il tempo degli insetti appare allora tutt’altro che ornamentale. Gli insetti diventano una specie di popolazione simbolica che abita il territorio della poesia: tarantole, formiche, api, tarme, ragni. Sono esseri piccoli, insistenti, laboriosi, capaci di penetrare nelle fessure e di trasformare lentamente la materia. La tarantola, in particolare, introduce il motivo della danza:

«Tempo degli scrivani posseduti dal morso della tarantola
che danzano negli scatti del verso.»

Qui avviene una trasformazione straordinaria. Il poeta è colui che è stato morso e che, proprio a causa del morso, danza. La scrittura nasce dunque da una febbre, non dalla calma, ma dalla necessità, dall’urgenza. Si può dire che la poesia diventa una sorta di trance lucida. Il ritmo della composizione segue questa condizione. I versi brevi, spesso isolati, producono scatti improvvisi. Non c’è una metrica tradizionale rigida; la musicalità viene costruita attraverso ripetizioni, enjambement, allitterazioni, variazioni sintattiche e ricorrenze lessicali. «Pulsi», «scorre», «vene», «inchiostro», «febbrile», «tracciare», «ferite»: il campo semantico del corpo si mescola a quello della scrittura e la poesia sembra letteralmente trasferire il sangue sulla carta. Molto forte è anche l’immagine:

«Danza allora la mia mano
nelle parole come aculei
esili e resistenti tele di ragno.»

Qui due immagini apparentemente lontane, gli aculei e la tela di ragno, vengono accostate per definire la parola poetica. La parola ferisce e contemporaneamente costruisce una rete. È fragile, perché fatta di segni sottilissimi, ma resistente perché capace di catturare ciò che altrimenti sfuggirebbe. La scrittura è dunque arma e trappola, difesa e cattura. Verso la fine, poi, compare un’espressione che riassume splendidamente il progetto della raccolta:

«pugni di imprecazioni
che si fanno rime e versi tronchi»

Il dolore viene sottoposto a una trasformazione formale. L’imprecazione, ancora informe, diventa poesia. È questo il lavoro del poeta: dare una forma al materiale incandescente dell’esperienza. In Coriandoli, Possenti cambia apparentemente registro, ma non cambia il suo modo di lavorare sulla memoria. I coriandoli sono frammenti colorati, residui di una festa. Ma qui la festa è già finita, sono difficili da eliminare:

«Si incastrano ovunque
per quanto tu sia diligente nello spazzarli via»

La metafora è immediata, fa pensare come alcuni ricordi possano essere come coriandoli. Piccoli, apparentemente insignificanti, ma ostinati. Restano negli angoli della casa, nelle pieghe della memoria, nelle zone che la volontà non riesce a ripulire completamente. E poi arriva un elenco bellissimo:

«gli abbracci
lo specchio di mare
l’odore della pioggia
le passeggiate
un divano rosso in penombra»

Qui Possenti dimostra una particolare capacità di trasformare la memoria in inventario sensoriale.

Non dice semplicemente «ricordi». Li materializza in un abbraccio, un colore, un odore, un paesaggio, un oggetto domestico. La memoria non è astratta: è fatta di superfici, profumi, colori, gesti. E i coriandoli diventano allora frammenti di una vita che non può più essere ricomposta nella sua forma originaria. L’immagine finale dell’orso gigante mescolato alla guglia e al marzapane introduce invece una dimensione quasi infantile, visionaria, straniante. Questa caratteristica poi, è un tratto importante della poesia di Possenti, in cui la realtà non viene semplicemente ricordata, ma ricombinata. La memoria funziona come un collage.

Nella poesia “Il mio nome”, si può immaginare perfino l’identità come suono:

«Il mio nome per te ha suoni udibili
è di sole consonanti»

Il nome non è più soltanto una parola: diventa materia sonora. L’espressione «sole consonanti» produce quasi una sensazione fisica di durezza. Le consonanti hanno qualcosa di più netto, più inciso rispetto alla fluidità delle vocali. E subito dopo arriva una trasformazione sorprendente:

«è il mio secondo battesimo»

Come si può cogliere in questo passaggio il nome diventa una seconda nascita. Ma la poesia non si ferma lì. Quel nome è stato «destinato a una stella inesplosa ed ignota d’agosto», mentre si attende «un improvvisato pianto di cielo». Qui il linguaggio si apre verso il cosmico. Il nome individuale viene proiettato nel cielo e la persona diventa stella, contrastando con la nascita diventa pianto, il nome diventa destino. Questa è una poesia nella quale l’identità non è qualcosa di stabile, ma qualcosa che viene continuamente cercato attraverso immagini.

In Termiti, il bestiario del libro raggiunge la sua forma più compiuta. Possenti non si limita a descrivere gli insetti: li convoca. «Termiti mangiate il legno della cornice» È un imperativo. La poetessa chiede agli insetti di distruggere ciò che incornicia. Questo verbo — mangiare — è fondamentale. Gli insetti non decorano il mondo: lo consumano, lo attraversano, lo trasformano. La cornice è ciò che delimita il quadro. Chiedere alle termiti di mangiarla significa desiderare che il contenuto possa finalmente uscire dai suoi confini. Poi arrivano le farfalle della farina, le formiche, le api, le tarme, i ragni. Ognuno riceve un compito. Le formiche devono «portare fuori il superfluo». Le tarme devono bucare gli abiti «che si veda la trama / di cui siamo fatti». Questa è una delle immagini più riuscite della raccolta. Il vestito rappresenta ciò che mostriamo; la trama è ciò che realmente ci costituisce. La tarma deve distruggere la superficie affinché emerga la struttura. Ancora una volta, Possenti sembra dirci che la poesia ha bisogno di rompere le apparenze.

E poi arrivano i ragni:

«copriteci con i vostri veli appiccicosi»

È un’immagine ambigua, in cui la tela protegge e intrappola. La poesia stessa potrebbe essere quella tela. Alla fine, «Insetti tutti accorrete». Si assiste al fatto che il piccolo diventa moltitudine, fino alla richiesta finale: «che il tempo sia soprattutto vostro»

sembra rovesciare il titolo stesso del libro. Il tempo non appartiene più all’uomo che misura, ordina e controlla. Appartiene agli esseri minimi che lavorano lentamente nella materia. Il tempo degli insetti è il tempo della trasformazione.

In Sospesi la scrittura si fa ancora più concentrata:

«Velata di intenzioni ogni risata stridula
come la puntina inceppata nel vinile»

Qui emerge una figura retorica particolarmente efficace: la similitudine. La risata viene paragonata a una puntina che si inceppa sul disco. La risata, quindi, non scorre, ma si ripete, si blocca e diventa rumore (a me è sembrata davvero di sentirla) E subito dopo:

«la bocca dietro la coperta
dietro una maschera che non abbiamo scelto»

La poesia introduce così il tema della dissimulazione, della difficoltà di esprimere ciò che realmente sentiamo. La parola «velata», ripetuta, funziona quasi come un velo sintattico che si deposita sulla scena.  Il lettore percepisce che dietro ciò che viene mostrato esiste sempre qualcos’altro.

In Miraggio, Possenti utilizza invece un’immagine paesaggistica per rappresentare una relazione ormai consumata. Il deserto, le piste, il vento, i granelli, l’oasi, la sete: tutto appartiene al lessico del viaggio. Ma è un viaggio senza approdo.

«Non c’è rimasto alcun segno del tuo passare»

Il passaggio dell’altro è stato cancellato, ma non completamente. Rimane uno sguardo «abbacinato», fatto di «orbite vuote». È una contraddizione potentissima: vedere troppo e, nello stesso tempo, non vedere più nulla. Il deserto diventa così uno spazio psichico e la crepa che resta «arsa in attesa d’acqua» introduce un desiderio che non ha ancora smesso di esistere. Il vento può cancellare le tracce, ma non necessariamente la sete.

Come avevo anticipato, nel leggere Il tempo degli insetti ho pensato soprattutto ad alcune esperienze della poesia latinoamericana, e in particolare ad Alejandra Pizarnik. Il confronto non nasce tanto da una somiglianza formale assoluta, quanto da una parentela nella maniera di concepire il rapporto tra parola e ferita.  Possenti non scrive però come Pizarnik, la sua voce è più narrativa, talvolta più discorsiva, e possiede una concretezza domestica molto marcata. Ma entrambe sembrano affidare alla poesia il compito di attraversare una zona nella quale le parole ordinarie non bastano più. In entrambe la scrittura può diventare corpo.

La poesia di Possenti potrebbe fare pensare a una certa tradizione latinoamericana del surrealismo poetico, nella quale gli oggetti quotidiani vengono accostati in maniera inattesa e la realtà viene deformata quel tanto che basta per rivelare qualcosa che normalmente non vediamo.

Se Il tempo degli insetti apre la raccolta con la trasformazione del dolore in scrittura, Scrivani, collocata alle pagine 55 e 56, sembra chiuderne il cerchio.

«Siamo solo scrivani
ci inchiodiamo ad una tastiera come ad uno scoglio
brandiamo una penna come un remo
o un bastone da montagna»

Quella anteriore è una bellissima dichiarazione di poetica. Lo scrivano non è un essere onnipotente, ma qualcuno che cerca di procedere. Qui la tastiera diventa scoglio e la penna diventa remo, anche bastone da montagna. Tre strumenti per tre condizioni diverse: resistere, attraversare, salire. La poesia è viaggio e sopravvivenza. Ma ciò che più colpisce arriva nella parte finale:

«Ritorneremo sempre a ricercare un percorso
a corteggiare la polvere delle occasioni perse»

Quel verbo, “corteggiare”, è sorprendente. Non si tratta semplicemente di raccogliere le occasioni perdute, bisogna corteggiarle. Nei versi Possenti, il passato diventa oggetto di desiderio e ciò che è stato perduto viene finalmente fissato sulla carta:

«le fisseremo su carta ed esse finalmente saranno»

Quel «saranno», lasciato sospeso, possiede una forza particolare. La scrittura, così, conferisce esistenza. Ciò che è accaduto e ciò che non è accaduto, ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo perduto, ciò che abbiamo detto e ciò che non siamo riusciti a dire: tutto può trovare sulla pagina una seconda forma dell’essere. È questo forse il significato più profondo dello «scrivano» di Possenti. Si evince che scrivere non serve soltanto a ricordare, ma a dare esistenza a ciò che il tempo rischierebbe di cancellare. Difatti, il finale ritorna al dolore:

«Ritorneremo sempre a cercare un dolore antico
e indomito»

La poesia non guarisce necessariamente dalla ferita. Forse fa qualcosa di diverso. Le dà una forma che possiamo guardare.  Il libro non sembra chiedere al passato di scomparire, gli chiede di diventare parola. Gli insetti, in questo senso, sono una metafora perfetta, perché piccoli, insistenti, apparentemente insignificanti, ma scavano, consumano, trasformano, entrano nelle cose che sembrano solide e ne modificano lentamente la struttura. La poesia di Possenti lavora allo stesso modo.

Yuleisy Cruz Lezcano

Simona Possenti

Simona Possenti è nata  a Città di Castello nel 1976. Attualmente vive in Alta Valle del Tevere  e lavora come insegnante di filosofia  e storia al liceo. La scrittura poetica è una sua passione da sempre.

Presente con un contributo poetico in: Poesie d’amore dei popoli primitivi, a cura di Mario Bolognese, Ed. Sapere del 1999. Una  scelta di poesie è presente nell’antologia: Un’oscura capacità di volo – Poete e poetiche dell’Umbria di oggi, Ed. Era Nuova 2019, di Nuzzo, Sonno e Ziarelli.

Ha già pubblicato con Bertoni Editore nel 2018, una silloge dal nome: Soglia, segnalata al premio Mario Luzi (Ed. 2018- 2019). Vincitrice ex-aequo del premio Fulgineamente 2025 con : Il tempo degli insetti- Bertoni Editore 2024. Altri suoi testi sono presenti in alcune antologie poetiche: Inno all’amore, Inno alla morte, Inno all’infinito, Inno alla terra,  a cura del poeta Bruno Mohorovich,  sempre per Bertoni Editore. Ha curato testi per cataloghi  di mostre e per libri poetici.

SEGNALAZIONI – GIORGIOMARIA CORNELIO, LA PELLE D’OCA – VALLECCHI / POESIA 2026

La pelle d’oca è un universo di immagini e pensiero, forma ibrida che nella prosa intreccia poesia, arte, moda e filosofia, dalle incisioni rupestri alle fotografie scattate nello spazio, dagli alfabeti antichi alla schwa. Giorgiomaria Cornelio guarda e compone con spregiudicata libertà e assoluto rigore: la storta e imprevedibile direzione che traccia in queste prose è un’orbita che ha inizio nel visibile tacere dell’opera d’arte, interroga il rapporto che c’è tra parola e resurrezione, scrittura e screpolatura, immaginazione e nuove tecnologie, fino ad arrivare all’ufficio delle tenebre in cui viviamo. La riflessione sulla potenza del fare poetico, materia androgina della contemporaneità per eccellenza, muta forma di continuo, ricomincia a ogni pagina, tesse una molteplicità di riferimenti aprendo un museo fantasmagorico, che attraversa la storia dell’umano rapporto con la creatività. Ne emerge il compito del rabbrividire, «come se la pelle d’oca fosse la prima immagine estetica». La nudità di una mano che perde il guanto e quella delle immagini sacre, l’abito e il gesto, la letteratura e le prospettive “depravate” incontrano in queste pagine una ricerca innovativa e instancabile.


Giorgiomaria Cornelio

È nato a Macerata nel 1997. È poeta, regista e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto insieme a Lucamatteo Rossi la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato “La consegna delle braci” (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, Premio Bologna in Lettere) e “La specie storta” (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30), “Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita” (Tlon edizioni).

Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions). Per Argolibri, ha curato “La radice dell’inchiostro. Dialoghi sulla poesia”.

È il direttore artistico de “I fumi della fornace”.

Giorgiomaria Cornelio
La pelle d’oca
Vellecchi, Firenze 2026

Disponibile dal 2 ottobre 2026