Il tempo degli insetti di Simona Possenti: la danza della parola tra ferita e memoria – Recensione di Yuleisy Cruz Lezcano

Il tempo degli insetti di Simona Possenti: la danza della parola tra ferita e memoria
(recensione di Yuleisy Cruz Lezcano)
La raccolta di Simona Possenti ha un nucleo molto riconoscibile: la scrittura come luogo in cui il dolore non viene semplicemente raccontato, ma trasformato in materia poetica. Cercando tra i riferimenti latinoamericani da me conosciuti, il confronto che mi viene più naturale è quello con Alejandra Pizarnik, non perché Possenti la imiti, ma per la centralità del corpo, della memoria, della ferita, della parola e per alcune associazioni d’immagini inattese e quasi surreali Il tempo degli insetti, mi porta a concepire la poesia come una forma di sopravvivenza
Ci sono libri di poesia che chiedono di essere letti lentamente e altri che sembrano arrivare al lettore prima ancora che egli abbia avuto il tempo di prepararsi. Il tempo degli insetti di Simona Possenti, pubblicato da Bertoni Editore nel novembre 2024, con la prefazione di Claudia Fofi, appartiene a questa seconda categoria. È una raccolta breve nella sua dimensione fisica, poco più di sessanta pagine, ma sorprendentemente ampia nella quantità di esperienze emotive che riesce a contenere. Possenti, nata a Città di Castello nel 1976 e insegnante di filosofia al liceo in Alta Valle del Tevere, porta nella poesia una familiarità con il pensiero che non si traduce però in poesia filosofica nel senso più astratto del termine. Al contrario, le sue riflessioni passano continuamente attraverso il corpo, gli oggetti, la memoria, la materia, le ferite, gli animali, gli spazi domestici. La filosofia sembra essere il sottosuolo; la poesia è ciò che affiora. E forse proprio per questo la raccolta colpisce fin dalla copertina, dove non c’è un’immagine a introdurre il libro. C’è invece una poesia, o meglio un frammento poetico che sembra funzionare come una soglia: «Difforme il canto di resa dell’ultimo baluardo…»
La parola difforme ritorna e si impone come una sorta di parola-chiave. Difforme è il canto, difformi sono i suoni della resa, difforme è una realtà nella quale non esiste più un nemico esterno da combattere. Il nemico, suggerisce Possenti, è già nato dentro di noi. E soprattutto è stato modellato con la nostra stessa materia: «come una figura plasmata dalla nostra creta più intima» È un’immagine potentissima. La creta è materia primordiale, plasmabile, corporea. Il nemico non arriva da un altrove ma viene costruito dalla nostra stessa sostanza. La poesia di Possenti sembra muoversi proprio dentro questo paradosso: ciò che ci ferisce e ciò che ci costituisce possono talvolta avere la stessa origine.
La resa finale, poi, non è un’esplosione. È una nenia, accompagnata dallo «sciabordio lento e fedele della risacca». Già qui è contenuta una delle caratteristiche più interessanti della scrittura di Possenti: la violenza dell’immagine convive con una musicalità sommessa. La ferita non viene urlata continuamente, spesso viene cullata.
Il tempo degli insetti: scrivere il veleno La prima poesia, che dà il titolo alla raccolta, è una dichiarazione poetica e insieme una confessione:
«Il tuo male
potrei urlare
ma io lo scrivo!»
Quel punto esclamativo è quasi una presa di posizione. La poetessa stabilisce immediatamente la funzione della scrittura: ciò che potrebbe essere urlo diventa parola. Il dolore non viene negato, ma trasferito dalla voce alla pagina. Il verbo “scrivo” diventa così un gesto di trasformazione, entra nel corpo e nella scrittura. «Ancora pulsi», «scorre il tuo inchiostro», «il tuo veleno pulsa nelle vene»: Possenti costruisce una fitta rete di corrispondenze tra fisiologia e scrittura. Nella poesia della nostra autrice, Il sangue diventa inchiostro, il veleno diventa parola, la ferita diventa verso. La pagina diventa il luogo nel quale ciò che ha agito sul corpo può finalmente essere trasformato.
Il titolo Il tempo degli insetti appare allora tutt’altro che ornamentale. Gli insetti diventano una specie di popolazione simbolica che abita il territorio della poesia: tarantole, formiche, api, tarme, ragni. Sono esseri piccoli, insistenti, laboriosi, capaci di penetrare nelle fessure e di trasformare lentamente la materia. La tarantola, in particolare, introduce il motivo della danza:
«Tempo degli scrivani posseduti dal morso della tarantola
che danzano negli scatti del verso.»
Qui avviene una trasformazione straordinaria. Il poeta è colui che è stato morso e che, proprio a causa del morso, danza. La scrittura nasce dunque da una febbre, non dalla calma, ma dalla necessità, dall’urgenza. Si può dire che la poesia diventa una sorta di trance lucida. Il ritmo della composizione segue questa condizione. I versi brevi, spesso isolati, producono scatti improvvisi. Non c’è una metrica tradizionale rigida; la musicalità viene costruita attraverso ripetizioni, enjambement, allitterazioni, variazioni sintattiche e ricorrenze lessicali. «Pulsi», «scorre», «vene», «inchiostro», «febbrile», «tracciare», «ferite»: il campo semantico del corpo si mescola a quello della scrittura e la poesia sembra letteralmente trasferire il sangue sulla carta. Molto forte è anche l’immagine:
«Danza allora la mia mano
nelle parole come aculei
esili e resistenti tele di ragno.»
Qui due immagini apparentemente lontane, gli aculei e la tela di ragno, vengono accostate per definire la parola poetica. La parola ferisce e contemporaneamente costruisce una rete. È fragile, perché fatta di segni sottilissimi, ma resistente perché capace di catturare ciò che altrimenti sfuggirebbe. La scrittura è dunque arma e trappola, difesa e cattura. Verso la fine, poi, compare un’espressione che riassume splendidamente il progetto della raccolta:
«pugni di imprecazioni
che si fanno rime e versi tronchi»
Il dolore viene sottoposto a una trasformazione formale. L’imprecazione, ancora informe, diventa poesia. È questo il lavoro del poeta: dare una forma al materiale incandescente dell’esperienza. In Coriandoli, Possenti cambia apparentemente registro, ma non cambia il suo modo di lavorare sulla memoria. I coriandoli sono frammenti colorati, residui di una festa. Ma qui la festa è già finita, sono difficili da eliminare:
«Si incastrano ovunque
per quanto tu sia diligente nello spazzarli via»
La metafora è immediata, fa pensare come alcuni ricordi possano essere come coriandoli. Piccoli, apparentemente insignificanti, ma ostinati. Restano negli angoli della casa, nelle pieghe della memoria, nelle zone che la volontà non riesce a ripulire completamente. E poi arriva un elenco bellissimo:
«gli abbracci
lo specchio di mare
l’odore della pioggia
le passeggiate
un divano rosso in penombra»
Qui Possenti dimostra una particolare capacità di trasformare la memoria in inventario sensoriale.
Non dice semplicemente «ricordi». Li materializza in un abbraccio, un colore, un odore, un paesaggio, un oggetto domestico. La memoria non è astratta: è fatta di superfici, profumi, colori, gesti. E i coriandoli diventano allora frammenti di una vita che non può più essere ricomposta nella sua forma originaria. L’immagine finale dell’orso gigante mescolato alla guglia e al marzapane introduce invece una dimensione quasi infantile, visionaria, straniante. Questa caratteristica poi, è un tratto importante della poesia di Possenti, in cui la realtà non viene semplicemente ricordata, ma ricombinata. La memoria funziona come un collage.
Nella poesia “Il mio nome”, si può immaginare perfino l’identità come suono:
«Il mio nome per te ha suoni udibili
è di sole consonanti»
Il nome non è più soltanto una parola: diventa materia sonora. L’espressione «sole consonanti» produce quasi una sensazione fisica di durezza. Le consonanti hanno qualcosa di più netto, più inciso rispetto alla fluidità delle vocali. E subito dopo arriva una trasformazione sorprendente:
«è il mio secondo battesimo»
Come si può cogliere in questo passaggio il nome diventa una seconda nascita. Ma la poesia non si ferma lì. Quel nome è stato «destinato a una stella inesplosa ed ignota d’agosto», mentre si attende «un improvvisato pianto di cielo». Qui il linguaggio si apre verso il cosmico. Il nome individuale viene proiettato nel cielo e la persona diventa stella, contrastando con la nascita diventa pianto, il nome diventa destino. Questa è una poesia nella quale l’identità non è qualcosa di stabile, ma qualcosa che viene continuamente cercato attraverso immagini.
In Termiti, il bestiario del libro raggiunge la sua forma più compiuta. Possenti non si limita a descrivere gli insetti: li convoca. «Termiti mangiate il legno della cornice» È un imperativo. La poetessa chiede agli insetti di distruggere ciò che incornicia. Questo verbo — mangiare — è fondamentale. Gli insetti non decorano il mondo: lo consumano, lo attraversano, lo trasformano. La cornice è ciò che delimita il quadro. Chiedere alle termiti di mangiarla significa desiderare che il contenuto possa finalmente uscire dai suoi confini. Poi arrivano le farfalle della farina, le formiche, le api, le tarme, i ragni. Ognuno riceve un compito. Le formiche devono «portare fuori il superfluo». Le tarme devono bucare gli abiti «che si veda la trama / di cui siamo fatti». Questa è una delle immagini più riuscite della raccolta. Il vestito rappresenta ciò che mostriamo; la trama è ciò che realmente ci costituisce. La tarma deve distruggere la superficie affinché emerga la struttura. Ancora una volta, Possenti sembra dirci che la poesia ha bisogno di rompere le apparenze.
E poi arrivano i ragni:
«copriteci con i vostri veli appiccicosi»
È un’immagine ambigua, in cui la tela protegge e intrappola. La poesia stessa potrebbe essere quella tela. Alla fine, «Insetti tutti accorrete». Si assiste al fatto che il piccolo diventa moltitudine, fino alla richiesta finale: «che il tempo sia soprattutto vostro»
sembra rovesciare il titolo stesso del libro. Il tempo non appartiene più all’uomo che misura, ordina e controlla. Appartiene agli esseri minimi che lavorano lentamente nella materia. Il tempo degli insetti è il tempo della trasformazione.
In Sospesi la scrittura si fa ancora più concentrata:
«Velata di intenzioni ogni risata stridula
come la puntina inceppata nel vinile»
Qui emerge una figura retorica particolarmente efficace: la similitudine. La risata viene paragonata a una puntina che si inceppa sul disco. La risata, quindi, non scorre, ma si ripete, si blocca e diventa rumore (a me è sembrata davvero di sentirla) E subito dopo:
«la bocca dietro la coperta
dietro una maschera che non abbiamo scelto»
La poesia introduce così il tema della dissimulazione, della difficoltà di esprimere ciò che realmente sentiamo. La parola «velata», ripetuta, funziona quasi come un velo sintattico che si deposita sulla scena. Il lettore percepisce che dietro ciò che viene mostrato esiste sempre qualcos’altro.
In Miraggio, Possenti utilizza invece un’immagine paesaggistica per rappresentare una relazione ormai consumata. Il deserto, le piste, il vento, i granelli, l’oasi, la sete: tutto appartiene al lessico del viaggio. Ma è un viaggio senza approdo.
«Non c’è rimasto alcun segno del tuo passare»
Il passaggio dell’altro è stato cancellato, ma non completamente. Rimane uno sguardo «abbacinato», fatto di «orbite vuote». È una contraddizione potentissima: vedere troppo e, nello stesso tempo, non vedere più nulla. Il deserto diventa così uno spazio psichico e la crepa che resta «arsa in attesa d’acqua» introduce un desiderio che non ha ancora smesso di esistere. Il vento può cancellare le tracce, ma non necessariamente la sete.
Come avevo anticipato, nel leggere Il tempo degli insetti ho pensato soprattutto ad alcune esperienze della poesia latinoamericana, e in particolare ad Alejandra Pizarnik. Il confronto non nasce tanto da una somiglianza formale assoluta, quanto da una parentela nella maniera di concepire il rapporto tra parola e ferita. Possenti non scrive però come Pizarnik, la sua voce è più narrativa, talvolta più discorsiva, e possiede una concretezza domestica molto marcata. Ma entrambe sembrano affidare alla poesia il compito di attraversare una zona nella quale le parole ordinarie non bastano più. In entrambe la scrittura può diventare corpo.
La poesia di Possenti potrebbe fare pensare a una certa tradizione latinoamericana del surrealismo poetico, nella quale gli oggetti quotidiani vengono accostati in maniera inattesa e la realtà viene deformata quel tanto che basta per rivelare qualcosa che normalmente non vediamo.
Se Il tempo degli insetti apre la raccolta con la trasformazione del dolore in scrittura, Scrivani, collocata alle pagine 55 e 56, sembra chiuderne il cerchio.
«Siamo solo scrivani
ci inchiodiamo ad una tastiera come ad uno scoglio
brandiamo una penna come un remo
o un bastone da montagna»
Quella anteriore è una bellissima dichiarazione di poetica. Lo scrivano non è un essere onnipotente, ma qualcuno che cerca di procedere. Qui la tastiera diventa scoglio e la penna diventa remo, anche bastone da montagna. Tre strumenti per tre condizioni diverse: resistere, attraversare, salire. La poesia è viaggio e sopravvivenza. Ma ciò che più colpisce arriva nella parte finale:
«Ritorneremo sempre a ricercare un percorso
a corteggiare la polvere delle occasioni perse»
Quel verbo, “corteggiare”, è sorprendente. Non si tratta semplicemente di raccogliere le occasioni perdute, bisogna corteggiarle. Nei versi Possenti, il passato diventa oggetto di desiderio e ciò che è stato perduto viene finalmente fissato sulla carta:
«le fisseremo su carta ed esse finalmente saranno»
Quel «saranno», lasciato sospeso, possiede una forza particolare. La scrittura, così, conferisce esistenza. Ciò che è accaduto e ciò che non è accaduto, ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo perduto, ciò che abbiamo detto e ciò che non siamo riusciti a dire: tutto può trovare sulla pagina una seconda forma dell’essere. È questo forse il significato più profondo dello «scrivano» di Possenti. Si evince che scrivere non serve soltanto a ricordare, ma a dare esistenza a ciò che il tempo rischierebbe di cancellare. Difatti, il finale ritorna al dolore:
«Ritorneremo sempre a cercare un dolore antico
e indomito»
La poesia non guarisce necessariamente dalla ferita. Forse fa qualcosa di diverso. Le dà una forma che possiamo guardare. Il libro non sembra chiedere al passato di scomparire, gli chiede di diventare parola. Gli insetti, in questo senso, sono una metafora perfetta, perché piccoli, insistenti, apparentemente insignificanti, ma scavano, consumano, trasformano, entrano nelle cose che sembrano solide e ne modificano lentamente la struttura. La poesia di Possenti lavora allo stesso modo.
Yuleisy Cruz Lezcano
Simona Possenti

Simona Possenti è nata a Città di Castello nel 1976. Attualmente vive in Alta Valle del Tevere e lavora come insegnante di filosofia e storia al liceo. La scrittura poetica è una sua passione da sempre.
Presente con un contributo poetico in: Poesie d’amore dei popoli primitivi, a cura di Mario Bolognese, Ed. Sapere del 1999. Una scelta di poesie è presente nell’antologia: Un’oscura capacità di volo – Poete e poetiche dell’Umbria di oggi, Ed. Era Nuova 2019, di Nuzzo, Sonno e Ziarelli.
Ha già pubblicato con Bertoni Editore nel 2018, una silloge dal nome: Soglia, segnalata al premio Mario Luzi (Ed. 2018- 2019). Vincitrice ex-aequo del premio Fulgineamente 2025 con : Il tempo degli insetti- Bertoni Editore 2024. Altri suoi testi sono presenti in alcune antologie poetiche: Inno all’amore, Inno alla morte, Inno all’infinito, Inno alla terra, a cura del poeta Bruno Mohorovich, sempre per Bertoni Editore. Ha curato testi per cataloghi di mostre e per libri poetici.




